Capitolo 202

Ormai finita la primavera più anonima e atipica delle nostre vite (da cinefili o no), arriva l’estate con le sue ondate di caldo accompagnate da nomi assurdi. Per noi che viviamo di cinema e di film, è la settimana di Cannes a Roma, ovvero di alcuni dei migliori film del Festival più bello del mondo proiettati nelle sale romane. Quando arriva il caldo il cinema è la soluzione migliore: due ore di aria condizionata, davanti a una bella storia (quando ci va bene, questo sì), se siamo fortunati addirittura in buona compagnia. Quindi anche se dopodomani comincia l’estate, voi non smettete di andare al cinema. Qualunque sia il clima, ne varrà sempre la pena.

Febbre a 90° (1997): Rivedere uno dei film più epici della tua adolescenza il giorno dopo aver perso una delle partite più importanti della tua vita, in compagnia delle persone che ti hanno sopportato prima e soprattutto dopo il derby, ha decisamente un sapore speciale. Dalla serie “come esorcizzare i propri demoni”, rivedere questo film in un’occasione così speciale è stata una straordinaria seduta di psicanalisi. Consigliato ai tifosi accaniti e alle persone che subiscono la loro sana e meravigliosa passione per il calcio, quello vero, quello romantico. Perché noi non supereremo mai questa fase..!

Holy Motors (2012): Film straordinario, un’opera magnifica e pazzesca, destinata ad essere studiata, compresa, ricordata e inevitabilmente imitata. In un mondo sempre più effimero e virtuale, povero di reali esperienze vissute, inseguire la bellezza del gesto può rivelarsi la più importante delle occupazioni. Purtroppo o per fortuna è un film che non ameranno tutti, ma se non lo amerete sarà soltanto colpa vostra. Film indimenticabile, tra i migliori dell’anno.

Ascensore per il patibolo (1957): Film di Louis Malle, un’occasione per vedere un bel noir e soprattutto per ammirare Jeanne Moreau qualche anno prima di diventare immortale con “Jules e Jim”. Un uomo uccide il marito della sua amante, nonché il suo capo, ma durante la fuga resta intrappolato dentro l’ascensore dell’ufficio. Sarà una lunga notte di passione, delitti, paure. Jeanne Moreau che cammina di notte per le strade di Parigi, piangendo sotto la pioggia, è una delle immagini cinematografiche più belle e struggenti che abbia mai visto. Gran bel film, un’altra perla del cinema francese.

Nebraska (2013): Solo perché si chiama come un album di Springsteen si potrebbe parlare di capolavoro. In realtà chi segue queste pagine da un po’ di tempo (quindi pochi immagino!) è a conoscenza del mio amore smisurato per il cinema di Alexander Payne. Il road movie è forse uno dei generi cinematografici che prediligo, e Payne è probabilmente il maestro di questo genere: pochi sanno raccontare una storia con la stessa tragica ironia, con la stessa dolce malinconia, con un’umanità tipica dei grandi (penso ai Coen, a Jarmusch). In Italia uscirà il prossimo febbraio, non a caso prima degli Oscar, e io non vedo l’ora di rivederlo. Mentre fa ridere, emoziona.

Point Break (1991): Ci sono alcuni film che spesso uno si vergogna a dire che non li ha mai visti, e quindi magari dice cose tipo “sì l’ho visto tanti anni fa, non me lo ricordo più”, oppure “sì l’ho visto a pezzi, lo dovrei rivedere”. Questo della Bigelow è uno di questi film. Ora che l’ho visto posso anche dire che non l’avevo mai visto, e ora ho finalmente capito perché Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” cercando di recuperare la gamba facendo la rapina con addosso le maschere di ex Presidenti della Repubblica… Scherzi a parte, film intenso, un classicone pieno di azione, sentimento, atmosfere suggestive, alla ricerca dell’onda perfetta. Bello, e quanta voglia di andare al mare!

The bay (2012): Mockumentary diretto nientepopodimenoche dal premio Oscar Barry Levinson, che stavolta cambia totalmente genere e tematiche concentrandosi su dei parassiti carnivori cresciuti in una baia del Maryland a causa di escrementi di pollo gettati in acqua dalle industrie del posto. Dietro ad un horror discreto ma in fin dei conti non eccezionale, si nasconde una denuncia sociale mirata, raccontata con la tecnologia degli anni 2000, da Skype alle telecamere di sicurezza. Onesto, fa il suo dovere, disgusta anche un po’, ma alla fine non sarà ricordato a lungo.

Like father, like son (2013): Vincitore del premio della giuria a Cannes, porta con sé tutti i pregi e tutti i difetti del cinema giapponese e in un certo senso di gran parte del cinema orientale. È senza dubbio un film valido, validissimo anzi, curato perfettamente nelle immagini e in ogni dettaglio, ma che sembra durare un’ora in più di quanto in realtà duri. Dopo un’oretta piuttosto appassionante il film cala di ritmo, e pur mantenendo alto l’interesse dato da una storia senza dubbio intensa, ad un certo punto si comincia a guardare l’orologio. Un film da cinefili.

Jeune et jolie (2013): François Ozon è uno dei registi più produttivi dei nostri tempi, penso abbia la non comune abilità di realizzare un bel film ogni anno, ma di non riuscire mai a realizzare un capolavoro. La sua media realizzativa è altissima, i suoi film sempre interessanti, ma mai indimenticabili. Questo non fa eccezione, per quanto mi sia molto piaciuto. E poi Marine Vacht, l’ultimo dei miei grandi amori cinematografici…

L’esorciccio (1975): Un applauso a chi ha pensato di programmare su Italia1 il film di Ciccio Ingrassia subito dopo aver trasmesso l’immenso “L’esorcista” di Friedkin! Questa è una delle parodie più stupide e geniali mai concepite dal nostro cinema, con il sindaco Lino Banfi totalmente sopra le righe e un Ciccio Ingrassia consegnato all’eternità. Da manuale della comicità la scena dell’esorcismo in camera da letto, in cui l’Esorciccio cerca di scacciare il maligno usando aglio, olio e peperoncino, e soprattutto il libretto rosso di Mao. E poi il gran finale con “Sciamunin Rock” cantata da Banfi. Indimenticabile.

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Recensione “Nebraska” (2013)

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Alexander Payne è uno dei registi più amati della Nuova Hollywood: ironico e malinconico, divertente anche nell’amarezza, autore di piccoli grandi capolavori come “A proposito di Schmidt”, “Sideways” e “Paradiso amaro”. Dopo due premi Oscar per la sceneggiatura e tanti chilometri percorsi assieme ai suoi personaggi, il regista di origine greca ci porta questa volta sulle strade del Nebraska, lo Stato che gli ha dato i natali. Il viaggio è pervaso dalle caratteristiche atmosfere “bittersweet” tanto care a Payne, che con questo film continua la sua indagine sui rapporti tra genitori e figli, centrando però la storia su un padre anziano (straordinario Bruce Dern, migliore attore al Festival di Cannes) e un figlio triste (Will Forte), quasi rassegnato ad una vita ordinaria, che mette in piedi una sorta di teatrino on the road per conquistare, attraverso la realizzazione dei propositi assurdi del genitore, una qualche forma di felicità.

Il vecchio Woody, ex-meccanico in pensione, trova un volantino pubblicitario che gli annuncia la vittoria di un milione di dollari, da riscuotere a Lincoln, in Nebraska. “Crede a tutto ciò che gli si dice”, commenta suo figlio David, costretto continuamente a bloccare i reiterati tentativi di suo padre di raggiungere il Nebraska a piedi (!) per incassare la fantomatica vincita. Dopo l’ennesima fuga, David decide di accompagnare suo padre in viaggio dal Montana fino a Lincoln, per cambiare aria dopo il suo matrimonio recentemente fallito, e per passare un po’ di tempo con il suo vecchio, con il quale ha un rapporto da sempre complicato. David spera inoltre che una volta là suo padre capisca finalmente che il volantino è soltanto una pubblicità, e che non c’è nessuna vincita ad aspettarlo. Durante il viaggio i due tornano di passaggio nella cittadina dove sono nati e cresciuti: i vecchi amici e i parenti, dopo aver ascoltato e creduto alle parole di Woody, autoproclamatosi milionario, si trasformeranno ben presto in avvoltoi pronti a tutto pur di ottenere la loro fetta di denaro.

Il fatto di chiamarsi come un meraviglioso album di Springsteen potrebbe già indurre a definire “Nebraska” un capolavoro, ma non è solo questo il motivo: Payne stavolta sembra aver raggiunto la maturità definitiva, la consacrazione come uno dei migliori autori degli ultimi dieci anni. Il magnifico bianco e nero della fotografia e l’accurata caratterizzazione dei personaggi, senza parlare della meravigliosa ironia tragica da cui è pervaso, fanno sembrare “Nebraska” una sorta di incontro ideale tra il cinema di Jim Jarmusch e quello dei fratelli Coen, ma la realtà è che Payne non ha più bisogno di essere paragonato a nessuno. Ormai sono i nuovi registi a dover sperare di essere paragonati a Payne, ad avercene. Uscirà in Italia il prossimo gennaio, distribuito da Lucky Red. Lo andremo a rivedere, ancora una volta.

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