Capitolo 263

La primavera tarda ad arrivare, cantava Francuzzo Battiato, e io mi sono adeguato a questo inverno prolungato facendo ciò che più amo durante la stagione invernale: guardare film. Io vorrei avere una vita sociale più appassionante, è la pioggia che me lo impedisce. Per questo motivo abbiamo oltre dieci film di cui parlare in questo capitolo, forse è un record: il prossimo capitolo lo faccio uscire prima, promesso.

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Recensione “Nel paese delle creature selvagge” (“Where the wild things are”, 2009)

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In ognuno di noi c’è sempre un po’ di malinconia, o forse c’è un po’ di speranza; così come in ognuno di noi c’è sempre un pizzico di avventura. La malinconia, la solitudine, la paura, la mancanza di certezze: sono sempre motivi che prima o poi fanno scattare la molla dell’avventura, una reazione di fronte a ciò che non riesce a funzionare. E forse allora in ognuno di noi c’è una creatura selvaggia, come recita il trailer del film. Spike Jonze raccoglie uno dei libri fantasy più amati in Inghilterra e lo allunga, lo modella, ricavandone un film che lascia intatta la magia, l’atmosfera di incompiutezza e incompletezza che pervade i suoi personaggi, immergendoli in luci crepuscolari, in tramonti soffusi (non solo del sole, ma anche dell’anima), in melodie agrodolci capaci di toccare le corde giuste.

Max è un bambino dalla grande immaginazione, fomentata anche dalla solitudine che pervade la sua infanzia: sua sorella è grande e gli dedica poco tempo, sua madre è sola e sente il bisogno di costruirsi una vita per andare avanti. Forse è troppo per un bambino, tutto insieme, motivo per cui una sera Max si lancia in una fuga lontano da casa sua, dalla sua vita. La notte lo porta in uno strano mondo popolato da un curioso gruppo di pupazzoni, le creature selvagge, che incoronano Max come loro re in cambio di una promessa: cacciare via la tristezza dalle loro vite.

Qualcuno, non a torto, ne ha parlato come “La storia infinita” degli anni Duemila: il viaggio di un bambino in un mondo straordinario che si sta lentamente spegnendo, il bisogno di cercare se stessi all’interno di un luogo magico, capace di restituire il piccolo protagonista alla sua vita con la consapevolezza di dover affrontare il male (di vivere) con la speranza, la gioia, la magia. Jonze finalmente restituisce al cinema la bellezza di personaggi fantasiosi costruiti non in digitale, ma creature da toccare con mano, magari andando controtendenza ma regalando al film la dolcezza di quelle pellicole per ragazzi di tanti anni fa. La colonna sonora, accurata e ricercata, fa il resto (dall’alto della meravigliosa “Wake Up” degli Arcade Fire, utilizzata nel trailer). Un viaggio di magia per affrontare la malinconia del vivere; un’avventura indimenticabile in quel paese fantastico in cui abitiamo tutti: la vita.

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