Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Noah” (2014)

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Cosa è successo a Darren Aronofsky? Quale misterioso accordo con la Paramount ha costretto il regista di capolavori come “The Wrestler” e “Il Cigno Nero” a girare un fantasy biblico (scusate il pleonasmo) che magari sì, riempirà le sale di giovani attirati dal 3D (in questo film utile e funzionale quanto un automobile con due ruote), ma che resterà una macchia indelebile nella filmografia di un autore fino a ieri meraviglioso. Non è tanto il passaggio al blockbuster a tradire il pubblico di Aronofsky, quanto il film stesso: giganti di roccia e fango che sembrano fare il verso agli Ent della foresta di Fangorn (chi ha visto la trilogia di Peter Jackson capirà), Russell Crowe (in versione Daniele De Rossi) costretto suo malgrado a rimpiangere i tempi di Ridley Scott, Jennifer Connelly ed Emma Watson (loro sì, sempre bravissime) sprecate in due ore e venti di sbadigli. Per la coppia Crowe-Connelly i bei tempi di “A Beautiful Mind” sembrano essere passati e probabilmente si staranno domandando come hanno fatto a finire in questo film.

Quella di Noè e della sua arca è una delle favole che più si ascoltano quando si è piccoli: inutile dire che una storia di questa portata, accostata al nome di Aronofsky, da un lato poteva far storcere il naso, ma dall’altro poteva risultare un accostamento decisamente affascinante. Ma ci sono troppe cose che non tornano: una razza umana totalmente fuori di senno (ovvero come rendere banale la storia di Caino e Abele), un protagonista che vorrebbe sembrare tormentato dai dubbi, ma che invece sembra semplicemente fuori di testa, poco credibile nei suoi continui cambi di personalità, per non parlare di un figlio arrabbiato tentato dal serpente/antagonista, anche lui tra i protagonisti tormentati di questa barca di superficialità. Non vorremmo scivolare in semplici giochi di parole, ma stavolta è decisamente il caso di dirlo: si tratta di un film che fa davvero acqua da tutte le parti. Aronofsky, per favore, torna a galla (e magari torna alla Warner Bros).

noah