Recensione “Under The Silver Lake” (2018)

“It Follows”, film precedente di David Robert Mitchell, è senza dubbio uno dei migliori horror di questo decennio. Grazie a “Under the Silver Lake” il regista rincara la dose con un neo-noir che si nutre di Cinema, omaggiando a piene mani Hitchcock e Lynch, mescolandoli infine con gli stilemi paranoici della letteratura di Pynchon. I titoli di coda ci lasciano spiazzati, quasi storditi, sicuramente affascinati da un film che, pur perdendosi talvolta nei suoi arzigogoli, gode di una potenza visiva e di un’attrazione difficilmente eguagliabili.

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Recensione “Memories of Murder” (“Sar-in-ui chu-eok”, 2003)

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Qualche giorno fa sulla pagina Facebook di Una Vita da Cinefilo avevo deciso di invertire i “ruoli” chiedendo a voi consigli su un film da vedere. Ne è uscita fuori una lista piena di titoli davvero interessanti (ho i lettori migliori del mondo, è ufficiale), tra questi c’era questo film coreano del 2003 firmato da Bong Joon-ho, regista di “Snowpiercer” e “Okja”. Considerato uno dei migliori film coreani di questo secolo, “Memories of murder” è un thriller che non ha assolutamente nulla da invidiare ai titoli più blasonati di Hollywood e anzi è strano che la macchina da film statunitense, sempre pronta a rigirare i migliori film del cinema asiatico (e non solo), abbia rinunciato alla tentazione di un remake.

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Recensione “Bittersweet Life” (“Dal kom han in-saeng”, 2005)

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La Corea del Sud, nel nuovo millennio, si è imposta agli occhi dei cinefili di tutto il mondo per il suo modo di interpretare il cinema: immagini bellissime, grande competenza tecnica e ottima regia, senza dimenticare le storie che racconta, molto spesso avvincenti e ben costruite. “Bittersweet Life”, di Kim Jee-woon, non fa eccezione.

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Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Recensione “Vizio di forma” (“Inherent Vice”, 2014)

Prendete un romanzo di Bukowski, “Pulp”, ad esempio. Prendete personaggi assurdi che sembrano usciti dalla testa dei fratelli Coen. Metteteci dentro la Los Angeles hippie de “Il grande Lebowski”, un intreccio noir ingarbugliato come ne “Il grande sonno” e condite il tutto con lo stile visivo di un magnifico Paul Thomas Anderson, che per la prima volta porta sullo schermo un romanzo di Thomas Pynchon. Uno straordinario Joaquin Phoenix, perennemente con la canna in bocca, ci accompagna in questo trip allucinato: con lui un cast perfetto, dove spiccano i nomi di Josh Brolin, Reese Witherspoon (che brivido rivederla in coppia con Phoenix), Benicio Del Toro e Owen Wilson.

Verso la fine degli anni 60 il detective privato Larry “Doc” Sportello riceve a sorpresa la visita della sua ex ragazza mai dimenticata, Shasta, ora partner di un ricco imprenditore, Mickey Wolfmann. Secondo Shasta la moglie di Wolfmann e il suo amante vogliono rinchiudere l’uomo in un istituto mentale. Poi la ragazza sparisce nel nulla, mentre Doc riceve ancora le visite di strani personaggi: un altro uomo gli chiede di rintracciare Glen Charlock (guardia del corpo proprio di Mickey Wolfmann), mentre una donna disperata si rivolge al detective per ritrovare il marito scomparso, il sassofonista Coy Harlingen. I tre casi confluiranno presto in un’indagine unica che coinvolge una nave e molti altri personaggi: Doc, aiutato e ostacolato dal poliziotto “Bigfoot” Bjornsen, dovrà muoversi nella nebbia (dell’indagine ma anche dei suoi spinelli) per venire a capo della situazione e ritrovare la donna che ama.

Un meraviglioso e grottesco noir degli anni 2000: il detective solitario e problematico, la voce fuori campo (stavolta affidata ad un personaggio femminile), i neon di Los Angeles e le sue luci distorte, un’indagine pericolosa e al tempo stesso più grande del protagonista e ovviamente l’immancabile femme fatale, motore di tutto. In diritto marittimo il vizio di forma, o vizio intrinseco, è ciò che su una nave non è possibile assicurare, tutto ciò ovvero che può succedere e che non si può evitare. Anche per questo a fine proiezione è inevitabile sentirsi spaesati e anche un po’ fatti, ma sarà anche inevitabile portare fuori dalla sala le emozioni e i colori di un’indagine grottesca e decisamente fuori gli schemi. Da vedere e, soprattutto, da rivedere.

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Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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Recensione “M il mostro di Dusseldorf” (“M”, 1931)

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L’alfabeto dei serial killer cinematografici, a differenza di ogni normale convenzione, comincia dalla lettera M, una lettera che basta da sola ad evocare cinema, arte, espressionismo tedesco ed il fischio inquietante di un assassino di bambini. M, come il meraviglioso film di Fritz Lang del 1931, girato quattro anni dopo un altro capolavoro dello stesso regista, “Metropolis”, nel quale curiosamente ricorre la stessa lettera iniziale. In questa pellicola il cinema si cimenta per la prima volta nella sua storia con la caccia ad un serial killer, un introvabile mostro di bambine che ha gettato terrore sull’intera città, in un film nel quale Lang prosegue il percorso del cinema tedesco all’interno della corrente artistica espressionista, evidente nel forte contrasto del bianco e nero della fotografia e nell’uso delle ombre come minacciose sagome che si stagliano sui muri (è memorabile la silhouette dell’assassino su un manifesto, mentre avvicina la sua ultima vittima).

“Scappa, scappa, monellaccio, se no viene l’uomo nero col suo lungo coltellaccio per tagliare a pezzettini proprio te”. Questo l’incipit del film: una cantilena infantile che evidenzia come i bambini siano i primi a cercare di esorcizzare le loro paure, rappresentate dall’uomo nero, il mostro, l’assassino che sta creando sgomento e dolore nelle famiglie di una città tedesca (in Italia identificata in Düsseldorf, le cui vicende di un vero assassino hanno ispirato il film, ma in realtà la pellicola è stata girata a Berlino). Già nove bambine sono state uccise, la polizia brancola nel buio, l’unica risorsa è fare continue retate nei quartieri malavitosi. Ma i criminali sono i primi a odiare questo assassino: la sua presenza ha aumentato la pressione della polizia e questo significa impossibilità di movimento, crollo degli affari, fine delle attività. Le organizzazioni criminali decidono così di dare la caccia al mostro, seminando per la città un esercito di mendicanti/informatori, in modo tale da non permettere a nessun bambino di fare un solo passo senza che loro lo vengano a sapere. Anche la polizia comincia a seguire una traccia finalmente concreta: per l’assassino (Peter Lorre, nel ruolo che gli ha aperto le porte di Hollywood) la vita si fa dura, la caccia è serrata, e ben preso si ritroverà con un marchio di gesso sulla spalla del suo cappotto, impresso dai suoi aguzzini per non perderlo di vista: la lettera M.

Opera magistrale di Lang, il quale utilizza con la solita maestria la grande esperienza acquisita durante gli anni del muto, mescolata con le nuove risorse offerte dal cinema sonoro: in tal senso restano indimenticabili il rimbombo dell’urlo di una madre e soprattutto il motivo fischiettato dal mostro, che si rivelerà fondamentale ai fini della storia. Allo stesso tempo il cineasta tedesco ci regala l’immagine di un serial killer umano, un uomo malato che deve la sua attitudine omicida ad un impulso incontrollato e incontrollabile, non ad un piacere personale dettato da pura violenza, come a volte ci ha abituato il cinema degli ultimi anni. Il mostro di Peter Lorre è invece una persona che sembra non essere consapevole del male che causa, e soprattutto detesta i suoi impulsi; non è niente più che un uomo spaventato, dallo sguardo infantile, che cerca di capire e controllare se stesso (“Chi può sapere come sono fatto dentro? Che cos’è che sento urlare dentro al mio cervello?”, questo urla durante il suo stupendo monologo finale). Un capolavoro del cinema di genere, che ha consegnato una semplice lettera dell’alfabeto agli annali di storia del cinema: M, semplicemente Meraviglioso.

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