Recensione “Dunkirk” (2017)

coverlg_home

Un paio di premesse: la prima è che quando ho sentito che doveva uscire un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale il mio istinto mi ha suggerito un eloquente “che palle”. La seconda premessa riguarda il regista: Nolan in passato mi ha fatto strappare i capelli dalla meraviglia, ma ormai è già qualche anno che ha smesso di convincermi: l’ultimo Batman l’ho trovato insopportabile, mentre “Interstellar” era stupendo tecnicamente quanto debole a livello narrativo. Insomma, non è che fossi così convinto di questo “Dunkirk” (ma poi perché nel titolo italiano lasciare il nome inglese della città francese di Dunkerque? Come se in Italia producessero un film sulla città tedesca Mainz e nei paesi anglofoni lasciassero il titolo italiano, cioè Magonza). Questioni toponomastiche a parte, dicevo che non sono partito convinto a proposito di questa operazione; poi però è successo che a luglio tutto il mondo conosciuto ha cominciato a osannare il film di Nolan: la cosa più importante che ho letto diceva che “sembrava un film di Stanley Kubrick” (non ricordo chi l’avesse detto, ma penso che dovrebbe rispondere di tutto ciò in qualche tribunale). Insomma, mi ero convinto di trovarmi davanti ad una sorta di epifania cinematografica, una di quelle opere capace di cambiare la mia concezione della settima arte. “Dunkirk” invece è “soltanto” un bel film, magari anche un gran bel film, che però non si avvicina assolutamente dalle parti del capolavoro, come hanno cercato di farmi bere da mesi.

La storia si basa sulla battaglia di Dunkerque, una delle storie più incredibili accadute durante la Seconda Guerra Mondiale, che già in passato aveva avuto l’onore di essere trasformata in un film. In poche parole: le truppe anglo-francesi, braccate dall’esercito nazista, riuscirono ad essere evacuate dal porto di Dunkerque grazie ad un vero e proprio miracolo militare (anche se nel film di Nolan i francesi sono pressoché inesistenti e già questa scelta narrativa dovrebbe dar da pensare). La cosa più bella di questo film è senza dubbio l’idea di raccontare le tre linee narrative (terra, acqua e cielo) in tre lassi temporali differenti (una settimana, un giorno, un’ora), per poi farle coincidere nel climax finale. Idea straordinaria. Un’altra cosa che ho amato molto è l’assenza visiva del nemico tedesco, la cui presenza si fa sentire dal fischio delle pallottole e dalle esplosioni assordanti delle sue bombe. Cose meno belle? Un’ora e mezza di colonna sonora, pesante, opprimente, che dà l’impressione di esser stata messa là proprio per coprire le magagne del regista (la parte legata al cielo, dunque all’aviazione, si serve della musica per dare pathos ad una serie di inutili primi piani sui piloti).

Ripeto: è un film bellissimo che rischia di annegare nel suo realismo, una pellicola di grande potenza che paradossalmente paga in maniera eccessiva la campagna messa in atto per supportarlo. Resta comunque un film da vedere, se non altro per la sua durata: un’ora e quaranta passa sempre abbastanza in fretta. A mio modesto parere non è uno dei film dell’anno, ma senza dubbio è il primo grande film della nuova stagione cinematografica: buon anno a tutti, se questo è l’inizio, direi che ci aspettano grandi cose.

dunkirk-locandina

Annunci

Recensione “Interstellar” (2014)

interstellar_foto

Christopher Nolan, in preda a deliri di onnipotenza, prova a mescolare a modo suo il meglio del cinema “spaziale” (da Kubrick a Tarkovsky, da De Palma a Cuaron), dosando gli ingredienti e continuando con coerenza il suo percorso nel cinema di “intrattenimento d’autore”. Quel che ne esce fuori è un polpettone fantascientifico di dimensioni epiche: visivamente accattivante, addirittura straordinario quando lavora con l’immaginazione e con le aspettative visive dello spettatore, drammaticamente flebile, distaccato e purtroppo poco coinvolgente in ciò che dovrebbe essere il punto forte della sua pellicola: il rapporto tra padre e figlia.

In un futuro imprecisato un drastico cambiamento climatico ha colpito gravemente l’agricoltura e l’atmosfera. Gli uomini stanno per subire le conseguenze di una piaga che lentamente sta togliendo loro il bene primario per la sopravvivenza: l’ossigeno. Un gruppo di scienziati, sfruttando un wormhole per superare le immense distanze di un viaggio interstellare, cercano di sfruttare nuove dimensioni per salvare la razza umana dall’estinzione.

Il cast stellare, in questo caso il termine è calzante, non basta a superare i limiti di un imponente spettacolo d’intrattenimento, che in quanto tale si basa su scene madri forzate e una sceneggiatura sempre attenta a creare continui e piuttosto innocui colpi di scena. Nolan è bravo, per carità, ma ha dalla sua un difetto imperdonabile: non sa emozionare, e quando prova a spingere forte sui sentimenti, invece di commuovere rasenta quasi il ridicolo. In quasi tre ore di film fanno a gara sbadigli e stupori: alla fine, purtroppo, vinceranno i primi.

Interstellar

Capitolo 182

E finalmente arrivò settembre, con la sua pioggia fresca, il suo vento autunnale, i suoi buoni propositi. Inizia finalmente una nuova stagione (calcistica, cinematografica, lavorativa) ed è per questo che, miei cari affezionatissimi, approfitto di queste poche righe per augurarvi un’ottima annata. Tanti bei film anche in questo capitolo, quindi non perdiamo altro tempo e dedichiamoci subito a ciò per cui siamo qui, il cinema.

Mystic River (2003): Ad agosto ho preso una sana abitudine. Non riuscendo a dormire a causa del caldo romano mi buttavo sul letto lasciando il computer acceso sul tavolo. Non prima però di aver inserito nel lettore dvd qualche film da vedere, o da rivedere. È così che ho ritrovato il piacere di questo capolavoro di Clint Eastwood, che può pure avere uscite politiche poco felici, ma in quanto a cinema ci ha regalato delle perle meravigliose. Atmosfere algide, una Boston sofferente e uno strepitoso Sean Penn.

Grosso guaio a Chinatown (1986): Fa sempre uno strano effetto rivedere un film che conosci a memoria, battuta per battuta. Si ha quasi l’impressione di essere là con i personaggi, di salire sul Pork-Chop Express insieme a Jack Burton/Kurt Russell, di essere nel bel mezzo della battaglia tra i Chang Sing e Wing Kong, di affrontare il misterioso Lo Pan, di trovarsi di fronte le “tre bufere”, magari contentandosi del proprio coltello. Alcuni di voi non hanno idea di cosa sto parlando, ma molti altri sì, e potranno capire. Uno dei “miei” film del cuore, non mi stancherò mai di rivederlo.

Crossing the bridge (2005): Altro film visto durante una delle afose notti del mio agosto romano. Un documentario molto interessante, realizzato da Fatih Akin, in cui il regista turco racconta i suoni della sua Istanbul, dal rock all’hip-hop, fino alla musica tradizionale turca. Un punto di vista appassionato su una cultura affascinante, tutta da scoprire.

Project X (2012): Il found-footage è ormai la tecnica cinematografica del terzo millennio. (False) immagini di repertorio, tratte da telecamere amatoriali, telefonini o macchine fotografiche, rimontate per realizzare questo o quel film. Qui si parla di un ragazzino sfigato che per i suoi 17 anni, approfittando dell’assenza dei genitori, realizza una festa nella sua casa, nella speranza di acquisire un po’ di popolarità tra i compagni di scuola. Ne uscirà fuori LA festa del secolo, con tanto di intervento della polizia in tenuta anti sommossa e un elicottero della tv. Vedendolo si pensano due o tre cose: 1) quanto è competitiva la società americana; 2) quanto può essere difficile essere studente negli Stati Uniti, soprattutto quando hai un cervello; 3) feste così noi ce le sogniamo.

Funeral Party (2007): Ricordo che quando l’ho visto al cinema, cinque anni fa, c’è stato un punto in cui non riuscivo più a smettere di ridere. Rivedendolo forse ci si accorge che non è esageratamente spassoso come la prima volta aveva lasciato intendere, ma resta pur sempre uno dei film più divertenti e originali degli ultimi anni. Frank Oz, il burattinaio che muoveva il Maestro Yoda per Lucas, riunisce un cast inglese dentro una villa, per una commemorazione funebre che si trasformerà in un casino totale. Su tutti Alan Tudyk che per sbaglio ingerisce una pasticca di droga scambiandola per aspirina e lo sboccato zio Alfie. Imperdibile, magari davanti ad una pizza e con una bella compagnia di amici.

Tre uomini e una gamba (1997): Rivedere un film come questo (altro film visto di notte durante le mie proiezioni estive casalinghe) è come ritrovare un amico che non vedevi da tanti anni. Ti accorgi che il tempo è passato anche per lui, ma è come se non vi foste mai separati. È sempre un piacere. Perché vedendo un film che hai amato così tanto da “giovane” (non che io sia particolarmente vecchio, ma insomma, non sono più un ragazzino) in qualche modo ti dà l’impressione di ritrovare te stesso di quindici anni fa, come se stessi aprendo uno dei diari scolastici in cui scrivevi quello che ti passava per la testa un tempo.

Chiedimi se sono felice (2000): Idem come sopra. Proiezione notturna con me sbracato sul letto, anche questo un film che a quei tempi ero andato ben due volte a vedere al cinema, e tutto il resto. Non ha la freschezza di “Tre uomini e una gamba”, né tantomeno la sua genialità, e il viaggio stavolta è praticamente un pretesto per raccontare il passato. Però tra il teorema di Ferradini e la secchezza delle fauci, è un film che è sempre esageratamente piacevole rivedere.

The Dreamers (2003): Bertolucci, Parigi, gli anni 60. E tantissime meravigliose citazioni cinematografiche. Quanto avremmo voluto passare qualche giorno in quella casa, mentre fuori infiammava la rivoluzione, accolti dalle dolci forme di Eva Green, abbracciati da calorose discussioni cinematografiche e musicali con Louis Garrel (a proposito, qui tifiamo sia per Chaplin che per Keaton, sia per Hendrix che per Clapton, tuttavia tendendo un po’ di più dalla parte di Chaplin e Hendrix). Michael Pitt è uno degli attori peggiori mai capitati in un film di Bertolucci, ma Eva Green vince su tutto, anche sul pessimo doppiaggio. Solo un appunto: nessuno, e dico nessuno, dovrebbe mai permettersi di battere il record di corsa nel Louvre di “Bande à part”.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012): Il film più atteso del 2012, secondo gli addetti ai lavori. Chi mi conosce lo sa, non amo i blockbuster ma amo i film d’autore, ed essendo questo di Nolan un blockbuster d’autore quel che resta alla fine ci lascia un po’ a metà strada. Certo, è un gran bel film, con una regia eccellente, ma non capirò mai come fanno film con tutte queste esplosioni e gente mascherata ad emozionare. C’è chi ha parlato di commozione sui titoli di coda: vi prego. Seconda parte decisamente più bella e coinvolgente rispetto alla prima, anche se c’è una cosa che mi ha divertito molto: Batman che annuncia il suo ritorno mostrando un pipistrello fiammeggiante su un ponte, stile “Corvo”. Ve lo immaginate Bruce Wayne a cospargere il ponte di benzina, perdendo tempo per realizzare la forma del pipistrello, mentre la città ha i minuti contati? Vabbè, stupidaggini a parte si tratta di un film d’autore, seppur un maledettissimo blockbuster, ma a Nolan gli perdonerei pure un omicidio, figuratevi se non gli perdono tre (ottimi) film su un uomo con maschera e mantello.

pubblicato su Livecity