Recensione “Saint Seiya – I Cavalieri dello Zodiaco” (“Saint Seiya – Knights of the Zodiac”, 2019)

Ricordo bene quel 26 marzo del 1990: ero incollato davanti alla televisione in camera di mia madre, sintonizzata su OdeonTv, per l’inizio di questo nuovo cartone animato tanto pubblicizzato nei giorni precedenti, che basava la sua storia sulle battaglie tra questi incredibili cavalieri, individui dotati di grandi poteri, ognuno simboleggiante una costellazione del cielo. Quello che è stato uno dei più amati anime della storia della tv italiana (e non solo), dopo una serie indefinita di seguiti, spin-off e versioni alternative, è tornato ora su Netflix con un reboot ambizioso, a tal punto da riproporre gran parte dei doppiatori originali della serie.

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Game of Thrones 8: Tenera è la Notte (Episodio 2)

Secondo episodio e secondo riassuntone. Devo riempire in qualche modo queste righe introduttive per rendere più dolce la transazione con la zona spoiler, nella quale entreremo a brevissimo. Tenera è la notte a Grande Inverno, la quiete dei protagonisti è la più classica delle premesse prima di una tempesta furibonda. Bene, direi che ci siamo. Mettiamo un bel punto alla fine di questa introduzione con il solito avviso: da qui in poi, si entra in Zona Spoiler, siete avvisati!

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Recensione “L’Isola dei Cani” (“Isle of Dogs”, 2018)

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Sono bastati circa 48 secondi a farmi pensare per la prima volta “questo film è stupendo”. In effetti solo Wes Anderson potrebbe riuscire a mettere insieme un cast composto da Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Harvey Keitel, Tilda Swinton e moltissimi altri con l’intento di doppiare un film sui cani. Già, perché è proprio qui che si compie il miracolo del regista texano: confermarsi ancora una volta genio delle storie strampalate, dove i buoni sentimenti sono il motore dell’azione, dove l’infanzia è sempre un’avventura e soprattutto dove l’unione fa la forza, che sia in una famiglia dalle tute rosse, nello staff di un oceanografo, in un gruppo di boy scout oppure, come in questo caso, in una gang di cani abbandonati.

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Recensione “I Cavalieri dello Zodiaco: la leggenda del Grande Tempio” (“Saint Seiya: Legend of Sanctuary”, 2014)

Più o meno qualunque ragazzo cresciuto negli anni 80 ricorderà “I cavalieri dello zodiaco” come una delle pietre miliari della sua infanzia. Per questo motivo, da fan incallito, nel momento in cui seppi che la Toei Animation stava realizzando un film in Cgi dedicato proprio alla mia saga preferita (la battaglia con i cavalieri d’oro al Grande Tempio), mi sono trovato a metà strada tra lo scetticismo e l’eccitazione. Senza dubbio era grande la gioia di rivedere i miei idoli di un tempo dopo tanti anni, su grande schermo; d’altra parte però non riuscivo a capire come sarebbe stato possibile racchiudere in un’ora e mezza una storia che nella serie si sviluppava in quasi quaranta episodi. Se il film di Keiichi Sato ha un grande difetto, è proprio questo: non ha il tempo di svilupparsi e si rivela una breve e confusa accozzaglia di battaglie e scontri.

La piccola Isabel viene salvata da un giovane guerriero, Micene di Sagitter, e portata via dal Grande Tempio, luogo mitico dove viene però venerata una falsa dea Atena. In realtà la dea si è reincarnata proprio in Isabel, che sedici anni dopo viene finalmente informata della sua vera identità. Vittima di un attacco, la giovane viene salvata da un giovane cavaliere, Pegasus, e dai suoi tre amici, Sirio, Cristal e Andromeda. Isabel accetta con difficoltà il suo destino e la propria missione, decide quindi di recarsi al Grande Tempio insieme ai suoi cavalieri, per rivelare la sua identità e riportare la pace. Per raggiungere le stanze del Grande Sacerdote i Cavalieri dello Zodiaco dovranno però superare le dodici case, presiedute dai potenti Cavalieri d’Oro, con i quali daranno vita ad una battaglia all’ultimo sangue in nome di Atena.

Se da un lato si può apprezzare il profondo lavoro di regia e di computer grafica, dall’altro però è impossibile non condannare la velocità e la fretta con la quale si risolve ogni conflitto, ogni scena è poco più che accennata e non viene mai risolta in maniera soddisfacente. Del manga di Kurumada è dunque andata persa la poesia, l’epicità, la profondità, l’ambiguità, la bontà e addirittura la malvagità dei personaggi (qui addirittura ridicolizzata in alcune scene, basti pensare al musical improvvisato dal cavaliere di Cancer, che sembra uscito fuori da un film con Jack Sparrow). Addirittura non c’è neanche traccia della meravigliosa colonna sonora dell’anime originale, di cui almeno possiamo però apprezzare, nella versione italiana, le stesse voci dei doppiatori di Pegasus e compagni. Un’operazione che dovrebbe avvicinare nuovi fan alla saga dei Cavalieri? Probabilmente sì, ma le nuovi generazioni impareranno ben poco da questi eroi. Meno male che noi ce li siamo goduti negli anni 90.