Oscar 2019: Le scene più belle dei candidati come Miglior Film

Ho finalmente visto tutti e otto i film candidati come Miglior Film ai prossimi Academy Awards. A parte il solito paio di pellicole sopravvalutate si tratta di una selezione interessante, piena di Cinema allo stato puro, con al loro interno una o più perle da non dimenticare. Alcune di queste scene sono proprio il motivo per cui ci piace così tanto vedere film e, in attesa di scoprire chi si porterà a casa l’ambita statuetta (probabilmente uno tra “Roma” e “La favorita”, più indietro “Green Book”), andiamo a goderci una carrellata descrittiva di scene selezionate e raccontate da noi: una per ognuno degli otto film candidati per il Miglior Film. Ovviamente, per quanto riguarda i film che non avete ancora visto, è consigliabile saltare la lettura per evitare spoiler e rivelazioni importanti.

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“Dear Basketball”, il corto di Kobe Bryant vincitore dell’Oscar

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Una delle grandi sorprese della Notte degli Oscar appena trascorsa è stata senza dubbio vedere con la statuetta in mano Kobe Bryant, leggenda dei Lakers e del basket mondiale. Il cortometraggio “Dear Basketball”, da lui scritto e interpretato, si è infatti portato a casa l’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione. Animato da Glen Keane e musicato da John Williams (!), il corto è una bellissima lettera d’amore scritta da Bryant nei confronti di uno degli sport più amati al mondo. Cinque minuti pieni di poesia, passione e amore puro. Buona visione.

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Oscar 2018 – La Diretta

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Manca poco alla novantesima edizione degli Academy Awards, quei premi Oscar che ogni anno fanno discutere, avvolti da mille polemiche, in cui manca sempre qualcosa. Una cerimonia di cui diciamo sempre che non ce ne importa niente ma che alla fine, inevitabilmente, ci incolla allo schermo tutta la notte. Dopo una giornata intensa, per le elezioni ma anche per la tragica e sconvolgente scomparsa di Davide Astori, arriviamo qui sopra a parlare di cinema e di nient’altro, perché in fondo è questo che facciamo: raccogliamo le emozioni là dove i film ce le piazzano e ce le teniamo strette. Sono la nostra fuga dalla realtà, dal quotidiano, da ciò che non ci piace. Prima di chiudere il classico “monologo” di apertura, vi ricordo un paio di cosette. Innanzitutto sarà possibile seguire la notte degli Oscar e l’intera cerimonia su Sky e in chiaro su Tv8 (se come me non possedete un televisore, lo streaming ci salverà; dalle 23 circa tutta la diretta sarà trasmessa qui: http://tv8.it/streaming.html). Su questo post troverete tutti i miei commenti in tempo reale, ma se volete dire anche la vostra (cosa che gradirei molto), potete interagire commentando in diretta su Twitter o sulla pagina Facebook di Una Vita da Cinefilo. Non sono di certo Enrico Mentana, ma spero di contribuire a rendervi questa maratona notturna divertente e interessante. A dopo!

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Verso gli Oscar 2018: Chi Vincerà?

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Meno di una settimana alla Notte degli Oscar. Siete pronti per la maratona (doppia, contando anche quella elettorale)? Chi vincerà? Chi vorremmo che vincesse? Chi mancherà? Chi siamo? Da dove veniamo? Dove Andiamo? Carbonara o Gricia? Che fine ha fatto Carmen Sandiego? Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ecco la risposta a tutte le vostre domande. La Novantesima edizione degli Academy Awards si avvicina a grandi falcate, vi state preparando? Io sono riuscito a vedere tutti i film candidati come Miglior Film e buona parte degli altri, quindi mai come quest’anno mi sento bello carico, pronto a sparare pronostici e rassegnato all’idea di fallirli miseramente…

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Oscar 2018: Le scene più belle dei candidati come Miglior Film

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Ho finalmente visto tutti e nove i film candidati come Miglior Film ai prossimi Academy Awards. Si tratta di nove film senza dubbio interessanti, alcuni bellissimi, altri un po’ meno, ma una cosa è certa: ognuno di essi è una conchiglia che racchiude una o più perle al suo interno. In ognuno di essi c’è (almeno) una scena che ci ha dato grandi emozioni, sensazioni che porteremo con noi fino alla cerimonia del 4 marzo, notte in cui si svolgerà la novantesima edizione degli Oscar. In seguito affronteremo l’annosa questione riguardante chi vincerà e chi spero che vinca (anche per quanto riguarda le altre categorie, stay tuned), nel frattempo andiamo a goderci una carrellata di scene selezionate e raccontate dal sottoscritto: una per ognuno dei nove film nominati come Best Picture. Ovviamente, per quanto riguarda i film che non avete ancora visto, è consigliabile saltare la lettura per evitare spoiler e rivelazioni importanti.

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Capitolo 235

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Eccoci a febbraio. Tempo di recuperi in vista degli Oscar ma è anche tempo di uscire un po’ di casa, visto che a Roma l’inverno non è mai arrivato, anzi, nel cortile di casa le mimose sono già in fiore. In queste ultime due settimane, come potete vedere, il blog è cambiato, così come la grafica: è tutto più bello (spero) e più grande, ma ovviamente a non cambiare, purtroppo per voi, sono i contenuti. In compenso ci sono tante immagini in più (da buon fotografo non posso resistere al loro richiamo visivo) e qualche altra cosetta che vi lascio scoprire da soli. Bene, dopo questo breve riassunto delle novità vi lascio finalmente al motivo per cui immagino che siate qui: i film.

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Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Masters of Cinematography #4 – Emmanuel Lubezki

Quarto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Il mese scorso abbiamo parlato di Roger Deakins e avrete pensato che meglio di così non si potesse fare: la sua galleria di frames sembrava davvero insuperabile. Sembrava. Solo perché ancora non avevamo affrontato l’argomento “Chivo”.

Emmanuel “Chivo” Lubezki non credo che abbia bisogno di presentazioni. Nato a Città del Messico nel 1964, ottiene 8 volte la candidatura ai premi Oscar: ne vincerà 3 in tre anni consecutivi (2014, 2015, 2016, rispettivamente per “Gravity”, “Birdman” e “Revenant”). Celebre la sua collaborazione con Terrence Malick e in particolare con i connazionali Alfonso Cuaron e Alejandro Gonzalez Inarritu.

Lubezki, anche grazie alle tre statuette di fila, è diventato una sorta di mito per gli appassionati di cinema: il suo nome ormai è celebre al pari di quello di un grande regista o di un grande attore, restituendo finalmente alla sua categoria il palcoscenico che merita. Vi lascio adesso alla galleria di immagini, sedetevi comodi e lasciatevi emozionare…

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I figli degli uomini (Alfonso Cuaron)

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Masters of Cinematography #3 – Roger Deakins

Terzo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Nelle prime due puntate abbiamo approfondito la carriera di Nestor Almendros e Vittorio Storaro, oggi continuiamo a restare in Europa e andiamo a conoscere meglio i lavori di Roger Deakins, inglese di Torquay, di cui avevo già parlato in un articolo a proposito di Blade Runner 2049. Deakins ha collezionato finora la bellezza di 13 candidature agli Oscar (di cui 2 durante la stessa edizione!), tuttavia senza riuscire mai a portarsi a casa l’ambita statuetta: ci riuscirà forse con il nuovo Blade Runner? Chissà. Il DoP britannico coltiva sin da piccolo una profonda passione per la pittura, che sfocia pochi anni dopo nel vero amore della sua vita: la fotografia. Dopo un passato da operatore per alcuni documentari, nel 1991 incontra i fratelli Coen sul set di “Barton Fink”, dando inizio ad un sodalizio storico. Non lo nascondo, è uno dei miei direttori della fotografia preferiti. Preparatevi per la galleria di immagini, perché c’è davvero di che strabuzzare gli occhi.

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Barton Fink (Joel e Ethan Coen)

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Emozionare con la luce: il Direttore della Fotografia

La prima volta in cui ho sentito parlare di fotografia nel cinema ero davvero un bambino. Stavo vedendo un film, chissà quale, quando qualcuno, forse mia madre, disse: “La fotografia è davvero splendida”. Io, invece di chiedere lumi (scusate il gioco di parole), cominciai a fantasticare su come fosse possibile collegare la fotografia, che consideravo un’immagine statica, ad un film, che è immagine in movimento: ne dedussi che la Fotografia, nel cinema, fossero le inquadrature fisse, quelle che “sembravano essere una fotografia”, anche se al suo interno c’erano personaggi e oggetti che si muovevano. A parte questa storia dell’inquadratura fissa, che spero dimentichiate in fretta, non c’ero andato poi così lontano. Penso sia inutile spiegarvi cosa sia davvero la Fotografia nel cinema (non devo farlo, giusto?), quindi passerò direttamente a raccontarvi qualcosa in più a proposito della figura professionale che c’è dietro a questa arte: il Direttore della Fotografia (o DoP, come dicono quelli bravi).

Secondo la Treccani, “si definisce direttore della fotografia chi assicura una coerenza figurativa all’immagine lungo l’intero arco del film, secondo le necessità del racconto, attraverso la disposizione sul set delle fonti naturali e artificiali di luce”. Pensate solo che durante le riprese di un film, il direttore della fotografia è responsabile di moltissimi altri reparti, dagli elettricisti ai macchinisti, fino all’operatore di macchina, ovvero colui che effettua le riprese. In poche parole, il DoP è garante dell’immagine del film: si deve coordinare con lo scenografo per quanto riguarda la disposizione delle luci artificiali, con il reparto costumi per essere in sintonia con la scelta cromatica del film.

Questa figura professionale nasce negli Anni 20, quando il cinema cominciava lentamente a richiedere sul set professionisti specializzati, togliendo di fatto dalle mani del regista il compito di occuparsi di ogni cosa. Prima di allora la fotografia nel cinema era ancora piuttosto debole, non in grado di assumersi il compito di veicolare emozioni e di essere autonoma. I primi grandi nomi della fotografia cinematografica sono legati senza dubbio all’Espressionismo Tedesco: come sarebbero stati “M” di Fritz Lang o “Nosferatu” di Murnau senza la fotografia di Fritz Arno Wagner? Non lo sapremo mai, per fortuna. Questa corrente cinematografica aveva la necessità di mettere in scena la paura e l’angoscia, motivo per cui gli operatori furono costretti in qualche modo a dover maneggiare le ombre e il buio, una novità enorme per il cinema di quei tempi. Negli Stati Uniti però, prima del cinema tedesco, non si può mettere da parte il nome di Billy Bitzer, fondamentale per il suo regista David Wark Griffith, insieme (e per) al quale ha realizzato alcuni capisaldi del cinema come “Nascita di una nazione” o “Intolerance”.

Se negli anni 30 l’illuminazione del cinema favoriva un set tutto illuminato (di cui è figlio il Duccio di “Boris”, con la classica indicazione “Apri tutto!”), i film di genere, grazie anche a molti direttori della fotografia fuggiti dalla Germania nazista, trovarono una loro illuminazione di riferimento poi fondamentale nella nascita del cinema Noir.

L’avvento del colore ovviamente cambierà ancora di più le carte in tavola, con addirittura la nascita di un Premio Oscar apposito (ai tempi diviso in “Fotografia a colori” e “Fotografia in Bianco e Nero”). Senza scomodare la storia del cinema, possiamo affermare che con il passare degli anni il ruolo del direttore della fotografia, grazie anche a pellicole e lenti sempre più evolute (per non parlare della tecnologia digitale e della color correction in fase di post-produzione), ha rappresentato una fetta sempre più importante nella realizzazione visiva della fantasia del regista, portando spesso ad alcune collaborazioni storiche: pensate a Terrence Malick ed Emmanuel Lubezki, o a Ingmar Bergman e Sven Nykvist, per fare un paio di esempi, oppure a Paolo Sorrentino e Luca Bigazzi, se vogliamo restare nei confini nazionali.

Il regista può essere paragonato ad un direttore d’orchestra: la sua idea, la sua visione, è quella che tutti gli altri professionisti dovranno impegnarsi a realizzare. Ma a creare le suggestioni visive nello spettatore, a sapere quale emozione conferire ad una scena, è proprio il direttore della fotografia: dalla scelta delle luci, dalla posizione delle stesse, dalla temperatura e da molti altri fattori un ambiente, o un personaggio, possono sembrare rassicuranti o inquietanti, romantici o drammatici, cupi, claustrofobici o intimisti. Insomma, tanto per usare un’altra metafora, se il mostro di Frankenstein fosse un film, il regista sarebbe lo scienziato che si occupa di dargli vita, mentre il direttore della fotografia sarebbe colui che dovrà modellare la sua anima, il suo carattere, la sua natura (ovviamente in base alle indicazioni del regista).

Dopo tutto questo polpettone mi sembra il caso di darvi finalmente qualche altro nome. Per quanto riguarda gli Oscar, i più premiati in questa categoria, con 4 statuette ciascuno, sono stati Joseph Ruttenberg (“Il grande Valzer”, “La signora Miniver”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Gigi”) e Leon Shamroy (“Il cigno nero”, “Wilson”, “Femmina folle”, “Cleopatra”). Ad avere più nomination invece, 18 insieme a Shamroy, è stato Charles Lang (Oscar per “Addio alle armi” e DoP, tra gli altri, di “Sabrina”, “A qualcuno piace caldo” e “Sciarada”). Altri nomi? Se avete amato “Quarto Potere” non potete non conoscere il nome di Gregg Toland, una sorta di leggenda per quanto riguarda questa figura professionale. Tra quelli contemporanei bisogna citare il dio Lubezki (“The Tree of Life”, “I figli degli uomini”, “Gravity”, “Birdman”, “Revenant”), Roger Deakins (storico collaboratore dei fratelli Coen, al quale abbiamo dedicato questo articolo), Janusz Kaminski (“Schindler’s List”, “Salvate il soldato Ryan”, “Minority Report”), Robert Yeoman (“Il treno per il Darjeeling”, “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel”) oppure Bruno Delbonnel (“Il favoloso mondo di Amelie”, “A proposito di Davis”, “Faust”). Ovviamente sto tralasciando qualche nome importante. E tra gli italiani? Impossibile non nominare il tre volte vincitore del Premio Oscar Vittorio Storaro (“Apocalypse Now”, “Reds”, “L’ultimo imperatore”) o il maestro Peppino Rotunno (“Rocco e i suoi fratelli”, “Amarcord”, “Il Gattopardo”). Tra gli altri vanno ricordati il già citato Luca Bigazzi (“La grande bellezza”), Tonino Delli Colli (“Il buono il brutto il cattivo”, “C’era una volta in America”), Pasqualino De Santis (Oscar per “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli) e Dante Spinotti (“Nemico Pubblico”, “L.A. Confidential”).

Vi propongo un gioco: riguardate un film che amate molto e concentratevi sull’uso della luce. Andate poi a cercare il nome del direttore della fotografia e date un’occhiata alla sua filmografia: scommettiamo che in quella lista troverete molti altri film che amate?

Vi lascio con un bel video che raccoglie tutti gli Oscar per la Fotografia dal 1927 al 2016. Se vi interessa l’argomento restate da queste parti, perché nelle prossime settimane vi farò conoscere, uno alla volta, tutti i più grandi direttori della fotografia della storia del cinema. Poi non andate a dire che non vi voglio bene.

 

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Emmanuel Lubezki (Revenant, Birdman, The Tree of Life e I figli degli uomini)