Capitolo 207

Ottobre sta scivolando via, con le sue meravigliose giornate di sole, il compleanno del sottoscritto e la Roma che non smette di regalare emozioni. Ciò che resta sono i film, unici, quasi tutti bellissimi, che siamo riusciti a vedere durante questo mese così intenso. E ricordate (messaggio pubblicitario!) che potete sempre continuare a seguirmi sulla nuova pagina Facebook di Una vita da cinefilo.

Anni felici (2013): Adoro il cinema di Daniele Luchetti, il suo modo di raccontare non è mai ruffiano, ma sincero, mai pesante, sempre ironico. Ho amato tutti i suoi film e mi è piaciuto tantissimo anche questo, probabilmente il suo lavoro più personale, in cui il regista ci trascina con grazia e nostalgia negli anni 70 e nella sua infanzia, con una coppia di attori perfetti e ricordi di belle emozioni. “Indubbiamente erano anni felici, peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto.

Las acacias (2011): Film argentino costruito sul viaggio on the road di un camionista e di una ragazza madre. I due condividono la strada e il silenzio. L’arte di giocare sul filo del non detto. Piaciuto.

Basilicata Coast to Coast (2010): Film d’esordio di Rocco Papaleo, un’armata Brancaleone in marcia per la campagna lucana, tra amore e musica. Mi avevano tutti parlato bene di questo film, ed effettivamente è molto carino, nonostante sia un po’ strampalato. Ma in un film con Max Gazzè possiamo perdonare anche questo. Bellino.

Questione di tempo (2013): Io a Richard Curtis gli voglio proprio bene. Il regista di “Love Actually” e “I love Radio Rock” torna a farci innamorare dei suoi personaggi, come al solito immersi in un mondo in cui chiunque ha un briciolo di romanticismo in fondo all’anima vorrebbe vivere, almeno per qualche giorno. Bill Nighy come al solito sugli scudi, e ottima la colonna sonora (c’è addirittura Jimmy Fontana con Il Mondo!).

Momenti di gloria (1981): Beh, era il primo film ad aver vinto l’Oscar dopo la mia nascita e io ancora non l’avevo visto. La cosa migliore è la colonna sonora di Vangelis, perché il film è di una banalità sconcertante. Palloso, senza ritmo, non riesce a trasmettere i tormenti dei personaggi. Grande delusione.

La vita di Adele (2013): Il film dell’anno, né più, né meno. Se andate a vederlo e non vi piace, credo davvero che il cinema non faccia per voi. Anzi, credo che la VITA non faccia per voi. Capolavoro.

Una piccola impresa meridionale (2013): Il nuovo film di Rocco Papaleo è sì piacevole, onesto, ma forse un po’ troppo arruffato e in un certo senso meno fresco del carinissimo “Basilicata Coast to Coast”. La simpatia dei personaggi aiuta a conquistare una sufficienza pienissima. Si può guardare, ma magari di pomeriggio, quando i cinema costano di meno…

Before midnight (2013): Se non l’avete ancora fatto guardatevi “Before Sunrise” e “Before Sunset”, dopodiché godetevi quest’altro gioiello firmato da Richard Linklater, Ethan Hawke e Julie Delpy. La naturale evoluzione di una storia d’amore ordinaria, nata però in maniera straordinaria. Dietro Jesse e Celine c’è tanto delle nostre vite, di quegli alti che abbiamo vissuto (o che avremmo voluto vivere), di quei bassi che non siamo mai riusciti ad evitare. Probabilmente è proprio questo che rende la loro storia così credibile, e così emozionante.  Se poi non vi piace allora vi meritate Checco Zalone.

Oh boy, un caffè a Berlino (2012): ilm d’esordio di Jan Ole Gerster che sembra uscito dalla testa di Jim Jarmusch, ambientato in una magnifica Berlino in bianco e nero che profuma di Nouvelle Vague. Malinconico, a tratti assurdo, ma bellissimo. Se avessi soldi, tempo, talento, capacità e tutto ciò che serve per girare un film, penso che girerei qualcosa di molto simile a questo film. Da vedere.

Capitolo 185

Era un bel po’ di tempo che non si verificava un capitolo così intenso a livello di sala cinematografica. Due proiezioni stampa e ben quattro film visti in sala, un bel modo per avvicinarmi al mio compleanno di domani. Quando entro al cinema mi siedo sempre in fondo, ultima fila, e quando le luci si spengono guardo le teste delle persone davanti a me, di fronte a questo luminoso schermo bianco. A questo punto rifletto per qualche secondo su quanto sia incredibile l’invenzione del cinema. Lo so, a volte mi soffermo sulle banalità, ma trovo ancora il piacere di meravigliarmi.

Pietà (2012): Più che il titolo di un film, una richiesta a Kim Ki Duk. Vincitore di Venezia, il regista coreano è uno di quelli che ho sempre amato, ai quali ho sempre voluto bene, ma questo film è svogliatissimo. Il tema della vendetta è trito e ritrito, e poi la Corea grazie a Park Chan Wook su questo argomento ha prodotto una certa trilogia di ben altro spessore. Deludente, mi sono annoiato terribilmente.

Amour (2012): Eccone un altro. Haneke, un regista che amo pazzamente. Dopo “Il nastro bianco” ho aspettato con ansia l’uscita di questo film e puntualmente mi sono stancato di vederlo dopo neanche venti minuti. Prevedibile, terribilmente prevedibile, inevitabile, ordinario. Una storia d’amore, dice il titolo, ma più che emozionarsi per l’amore del magnifico Trintignant, si prova pena, e si sbadiglia. Certo, piazzare l’anteprima stampa di un film del genere di mattina presto non ha sicuramente aiutato. Nel giro di una ventina d’ore sono riuscito a rompermi le scatole con i due film vincitori di Venezia e Cannes. Cosa mi sta succedendo?

On the road (2012): Se dimenticate Kerouac, è un film in fondo piacevole. Però dovete dimenticare il libro, dimenticare l’immensa e faticosissima opera di riferimento. Buone alcune sequenze di viaggio così come è piuttosto buono il ritmo: mancano forse attori all’altezza del grande compito, e inoltre si esagera fin troppo con le libertà sessuali dei protagonisti (per quanto non sia spiacevole ammirare Kristen Stewart in uno di quei film in cui è davvero bellissima). Un po’ troppa sregolatezza e un po’ troppo poca caratterizzazione, troppi viaggi esteriori e pochi viaggi interiori, nella psicologia dei personaggi. Tutto sommato piacevole, fa venire fame di strada.

Padroni di casa (2012): Bellissima sorpresa. Elio Germano e Valerio Mastandrea sono sempre un buon motivo per pagare il biglietto del cinema, soprattutto adesso che sono insieme nello stesso film. Parte con leggerezza e lentamente precipita nel dramma, con un eco al “Cane di Paglia” di Peckinpah, e un omaggio a “MASH” di Altman (con la canzone “Suicide is painless”, anche se preferisco la cover dei miei amati Manic Street Preachers). Un film al di fuori di ogni genere, una pellicola italiana che ha il coraggio di uscire dai soliti schemi. Bravissimo Gabbriellini, avanti così!

Killer Joe (2012): Mi aspettavo tanto da questo film di Friedkin, già regista de “L’esorcista” e de “Il braccio violento della legge”. Sono rimasto un po’ deluso, ma non tanto dal film in sé, quanto dai personaggi del film: non c’è una sola figura positiva, sono tutti dannatamente bastardi, tormentati, pazzi, cattivi. Ecco, sono tutti cattivi ed è proprio questo il punto: è un film cattivo, che vuole trattare male lo spettatore, e lo lascia infine andar via con una sensazione sgradevole addosso.

I’m still here (2010): Geniale. Davvero geniale. Uno dei film più pazzi e assurdi che abbia visto negli ultimi anni. Joaquin Phoenix annuncia clamorosamente il suo ritiro dal cinema per darsi all’hip hop, e Casey Affleck riprende passo dopo passo la distruzione dell’immagine pubblica da parte di un attore all’apice del successo. Si trattava di una burla, ma erano soltanto loro due a saperlo. Joaquin Phoenix praticamente ha continuato ad indossare i panni del suo personaggio anche nella vita privata, in ogni occasione pubblica, fino all’indimenticabile partecipazione al David Letterman Show, dove ha volutamente toccato il fondo della sua carriera. Un mockumentary totalmente pazzo, dove l’accoppiata Phoenix-Affleck prende in giro alla grande un’industria, una società, un Paese intero. Ripeto, geniale.

pubblicato su Livecity