Recensione “Zoolander 2” (2016)

Nella scena d’apertura (già vista nel trailer, quindi non stiamo spoilerando nulla) c’è Justin Bieber inseguito e poi ucciso da due motociclisti: prima di morire però riesce a condividere un selfie su Instagram. L’incipit sembra geniale, ma purtroppo resterà una delle poche scene davvero riuscite di tutto il film (l’altra è una comparsa veramente d’eccezione nella scena finale, che ovviamente non riveleremo). Se il primo film era riuscito a far sbellicare dalle risate anche il cinefilo più esigente, questo capitolo secondo è apparso totalmente privo di idee e, quel che peggio, superficiale. Superficiale nella scrittura, superficiale nella messa in scena, come se avessero preso a caso delle mezze idee e le abbiano messe insieme per farne un film.

Dopo la morte di sua moglie Matilda, indirettamente causata da una sua negligenza, Derek Zoolander perde l’affidamento di suo figlio e si ritira dalle passerelle per dedicarsi ad una vita da eremita. Dopo tanti anni una nuova proposta di lavoro da Roma lo convince però a tornare sotto i riflettori per poter così riprendersi suo figlio. Hansel, in fuga dalle responsabilità di molteplici paternità, lo raggiunge nella Città Eterna per aiutarlo nell’impresa. Ma dietro questa nuova sfilata c’è un nuovo complotto da sventare, grazie anche all’aiuto di una bellissima ex-modella di costumi da bagno.

Se Ben Stiller pensava che bastasse mettere se stesso e Owen Wilson davanti la macchina da presa per realizzare un film divertente avrà capito di essersi sbagliato. Ogni tanto si ride, questo è innegabile, ma chi ha amato e imparato a memoria le battute del primo film non potrà uscire dalla sala sentendosi davvero soddisfatto. Se le parti più divertenti della pellicola sono le varie comparse di vip del mondo dello spettacolo nel ruolo di se stessi, allora c’è senza dubbio qualcosa che non va. Roma, lei sì che è bellissima, stavolta non basta. Dispiace dirlo, ma che delusione.

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Recensione “Midnight in Paris” (2011)

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Si può avere nostalgia di epoche mai vissute? Decisamente. Anzi, forse si tratta di una sindrome piuttosto comune per coloro che guardano al passato come una cura per il male del presente. Ma chi l’ha detto che le epoche alle quali dedichiamo i nostri sospiri e la nostra nostalgia siano state altrettanto affascinanti per chi le ha vissute? È questo il magnifico insegnamento di Woody Allen: bisogna trarre il meglio dal presente in cui si vive, perché questo è il nostro tempo ed è qui che la nostra vita deve trovare il suo corso e la sua ragion d’essere. La tanto temuta Parigi da cartolina si trasforma così in un bel viaggio nel passato, dove lo scrittore Gil (che rientra perfettamente nell’archetipo anedonico del regista newyorkese) conosce quell’epoca per lui meravigliosa e affascinante, ma noiosa e poco stimolante per chi l’ha vissuta a tutti gli effetti.

Gil è uno scrittore in erba, prossimo al matrimonio con la bella Ines. I due, insieme ai genitori di lei, partono per Parigi, per passare qualche giorno nella Ville Lumiere. Durante una passeggiata notturna e solitaria, Gil si ritrova catapultato nella Parigi da lui sempre sognata, quella degli anni Venti, nella quale incontra i vari Scott Fitzgerald, Cole Porter, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvador Dali, Luis Bunuel, Man Ray e molti altri personaggi dell’epoca d’oro della Parigi di quel periodo. Gil vive finalmente il tempo a cui ha sempre guardato con nostalgia, scoprendo però che i suoi protagonisti lo considerano un presente noioso e senza grandi stimoli.

Woody Allen firma la sua dichiarazione d’amore per Parigi, una città che ha sempre amato: «Se si pensa che nel nostro universo freddo e violento esiste Parigi! Le sue luci, i cafè con la gente che beve e che canta: Parigi è l’angolo più affascinante del mondo», afferma Gil scendendo per una delle tante scale di Montmartre, con uno scorcio di Sacre Coeur che sembra accarezzagli le spalle. Ed è nelle mirabolanti ispirazioni che questa città sa regalare che il protagonista impara a conoscere e ad apprezzare il suo tempo, finendo per rendere la sua esistenza un qualcosa di unico, senza più sguardi malinconici al passato, ma con una rinnovata speranza per il futuro.

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