Twin Peaks 2017: Who Is The Dreamer? (Episodio 14)

Mentre quasi tutti sono in vacanza, Twin Peaks sfodera il jolly. Ve lo dico subito, senza perdere tempo: il 14 è l’episodio più bello dell’ultimo mese e mezzo. Una scena bomba dopo l’altra e, nel mezzo, una storia assurda a proposito di un guanto verde, ma ne parleremo più avanti. Non so cosa sia più spiazzante: la notizia che riguarda Diane, il sogno di Gordon Cole, la spedizione della polizia di Twin Peaks, il racconto del ragazzo londinese o Sarah Palmer nel bar. Un po’ tutto diciamo: sono tutti momenti che portano questa puntata a livelli veramente alti di spettacolo e coinvolgimento. Siete pronti? Cominciamo? Forza.

L’episodio parte subito alla grande: Cole telefona alla stazione di polizia di Twin Peaks per parlare con lo sceriffo Truman. Dall’altra parte del telefono non c’è Harry però, come si aspettava Gordon, bensì Frank, suo fratello, che informa il direttore dell’FBI a proposito del ritrovamento delle pagine perdute del diario segreto di Laura Palmer (apro una parentesi che forse avrebbe bisogno di un articolo a parte: potrebbero esserci dei diversi livelli temporali in base alle città in cui si svolge questa stagione? Insomma, ciò che succede a Twin Peaks potrebbe non accadere in contemporanea con ciò che vediamo in South Dakota o a Las Vegas? Il ritrovamento del diario era avvenuto parecchie puntate fa…). Cole viene dunque a sapere che, a quanto dice il diario di Laura, ci sono due Cooper. Nel frattempo Albert e Tammy parlano a proposito del primo caso “Rosa Blu” e Albert domanda alla sua collega cosa significhi questo termine: “Rosa blu è qualcosa che in natura non esiste, è un Tulpa”. Tulpa (grazie google) è un termine tibetano che definisce un’entità incorporea (in generale creata tramite la meditazione, ma non credo che i demoni di “Twin Peaks” abbiano a che fare con la meditazione…). Subito dopo Gordon raggiunge i due insieme a Diane, e nel successivo scambio di battute veniamo a sapere che (ATTENZIONE ATTENZIONE) Diane è la sorellastra di Janey-E, dunque la cognata di Dougie (!!!). L’ex segretaria di Cooper riferisce che, per quel che ne sa, la coppia vive a Las Vegas e Gordon mette subito in allerta la divisione locale dell’FBI per rintracciare Dougie e consorte (evvai!).

Subito dopo, una delle scene più importanti di questa puntata: il sogno di Gordon Cole. Il tema del sogno è sempre stato senza dubbio una delle chiavi per interpretare “Twin Peaks” (per non parlare di “Mulholland Drive”), ciò che accade in sogno ha sempre un senso, un collegamento con la realtà: i sogni di Cooper, se ricordate, contenevano moltissimi indizi per identificare l’assassino di Laura Palmer. Cole racconta così il suo sogno, in una bellissima scena in bianco e nero: a Parigi, Monica Bellucci (!!!) chiede di incontrarlo in un café (a Rue de Montparnasse, ne sono stato certo sin dalla prima inquadratura, e infatti ho trovato conferma in questo frame di Google street view: scusate la mancanza di modestia ma la mia memoria fotografica è imbattibile). Cole avverte la presenza di Cooper, ma non può vederlo in volto. Cole e Monica Bellucci prendono un caffé e la donna dice: “Siamo come colui che sogna, che sogna e che dentro al sogno ci vive”. E subito dopo: “Ma chi è che sta sognando?” (Who the fuck is the dreamer? Scusate l’aggiunta, ma è totalmente spontanea). Allora? Beh? Niente? Vabbè, in qualche modo, si parla senza dubbio di Cooper. Cooper sta vivendo in un sogno? Le esperienze di Dougie sono un sogno di Cooper? Sembra tutto così assurdo. Il racconto di Cole prosegue con il direttore che si gira e rivede se stesso da giovane, negli uffici dell’FBI di Philadelphia. Nella scena (che appartiene a “Fuoco cammina con me”) c’è Cooper che riferisce al suo superiore di essere preoccupato a proposito di un sogno, subito dopo riappare Phillip Jeffreys (che bello rivedere David Bowie) che indica Cooper affermando: “Chi diavolo credete che sia questo qui?” (riprendo la frase dal doppiaggio originale del film). Cole aveva dimenticato questo dettaglio che è riaffiorato in sogno, e pensa che sia qualcosa di molto importante. Anche Albert, presente quel giorno a Philadelphia, ricorda la scena. Per ora non possiamo saperne di più.

Twin Peaks, stazione di polizia. Finalmente quel pezzo di mxxxa di Chad viene arrestato dai suoi colleghi e superiori. Subito dopo Truman, Hawk e Andy seguono Bobby nel percorso indicato dal padre di quest’ultimo. Dopo alcuni minuti li troviamo nel luogo segnato dal Maggiore: qui c’è Naido (la donna senza occhi dell’Episodio 3), stesa nuda per terra, sfinita ma ancora viva. C’è un vortice e Andy sparisce all’improvviso: il poliziotto dal cuore d’oro finisce al cospetto del Gigante, in quella che possiamo definire la loggia bianca (il luogo, fotografato in bianco e nero, dove abbiamo sempre incontrato il Gigante in questa stagione). Il Gigante apre bocca solo per presentarsi: “Io sono il Pompiere” (sappiamo che in Twin Peaks il Fuoco rappresenta il Male e il pompiere è colui che per definizione spegne le fiamme…). Andy comincia un trip in cui vede svariate cose, nell’ordine: La Madre, la nascita di Bob, la pompa di benzina e il mini market con gli uomini neri, l’uomo del bosco che chiede di accendere, fili elettrici (il fuoco moderno, come ci aveva spiegato Hawk), Laura Palmer, Naido, i due Cooper sovrapposti, il telefono della centrale di polizia, se stesso e Lucy, Naido che stringe la mano di Andy, un palo della luce con il numero 6, che dai colori pastello che compaiono credo si trovi a Las Vegas…). Andy torna tra di noi, nessuno dei suoi colleghi ricorda cosa sia successo, Andy suggerisce di portare la donna senza occhi alla centrale, perché è in pericolo e bisogna metterla al sicuro. Una postilla: nei titoli di coda la Madre, o quella cosa che genera Bob e tutto il male, è chiamata “Experiment” (ed è interpretata da un bel pezzo di figliola, tale Erica Eynon).

Altra scena assurda in arrivo: James e un ragazzo dall’evidente accento britannico (scopriremo poco dopo che viene da Londra) fanno una piccola pausa dal lavoro. I due fanno parte della sicurezza presso il Great Northern Hotel (guardate lo stemma sulla spalla) e il ragazzo indossa un guanto verde alla mano destra, con il quale sta frantumando alcune noci. James è sorpreso dal fatto che Freddie, questo il nome del ragazzo, non possa togliersi il guanto, che è come una parte di lui. Ecco che Freddie gli racconta, sotto parecchia insistenza da parte di James, tutta la storia. La faccio breve: era a Londra, vede un vortice e il Pompiere gli dice di andare in un certo negozio a comprare un certo guanto e di infilarselo, in questo modo la sua mano destra avrà una forza incredibile. Poi il ragazzo doveva prendere un aereo per Twin Peaks, dove lì lo attendeva il suo destino. Ed è così che è arrivato a Twin Peaks, dove lavora con James come guardia (bel destino del cavolo!). Prima di passare alla clamorosa scena successiva, James fa un giro dentro la caldaia e il suo sguardo si sofferma su una porta chiusa…

Ora siamo in un bar, dove Sarah Palmer, la donna più inquietante di Twin Peaks, si siede a bere un drink. Qui viene importunata da un camionista che, molto volgarmente, la insulta e la provoca. Sarah Palmer si gira, si apre la faccia (??!!) e mostra al suo gentile interlocutore ciò che ha dentro, prima di staccargli un pezzo di collo con un morso. Mentre il camionista soccombe, la donna si ricompone e chiama aiuto. Ma che diavolo è successo??? Penso sia il momento di spararvi la mia teoria: nell’episodio 8 un insetto gigante, proveniente con tutta probabilità dall’Esperimento, si introduce nella bocca di una ragazza addormentata. Già ai tempi avevamo teorizzato che quella ragazza potesse essere Sarah Palmer, visto che l’età coincideva e che Sarah già dal vecchio Twin Peaks ha sempre avuto strane visioni di Bob, cavalli bianchi e simili. Ora, portando avanti questa teoria, possiamo affermare che l’insetto-mostro dentro di lei stia prendendo il sopravvento sul corpo della donna, rendendola ancora più inquietante di quello che è.

La puntata si conclude come sempre al Roadhouse con una ragazza seduta al tavolo con un’amica, ovvero la figlia di Tina, la donna alla quale aveva telefonato Charlie (il marito di Audrey) per avere notizie dello scomparso Billy. La ragazza racconta di essere stata l’ultima, insieme a sua madre, ad aver visto Billy (l’amante di Audrey). L’uomo era insanguinato e scappava. Tra l’altro la ragazza sospetta che ci fosse qualcosa tra lui e sua madre (motivo per cui Audrey, due puntate fa, parlava di Tina chiamandola “stronza”). Su questo fronte non ne sappiamo di più, ma potremmo escludere la teoria secondo la quale Audrey è ancora in coma e sta sognando tutto (tra l’altro Audrey nell’Episodio 12 aveva detto di aver sognato Billy con sangue al naso e alla bocca, come ha poi effettivamente raccontato la figlia di Tina: ancora i sogni…). La domanda ora sarebbe: chi è questo famigerato Billy, amante di Audrey e di Tina, da due giorni scomparso da Twin Peaks? Al 99% è il possessore del camion usato da Richard per uccidere il bambino nell’Episodio 7. In quella puntata Andy lo doveva interrogare ma il “contadino” (come è citato nei titoli di coda) sparì nel nulla.

Chiudo l’articolo con una teoria espressa da un amico sabato sera davanti ad una birra: nel terzo episodio Cooper veniva allontanato da Naido dall’uscita numero 15. L’agente era poi tornato nella realtà tramite l’uscita numero 3 (e Mike dirà a Dougie che era stato ingannato). Nell’episodio 3 dunque Cooper prende l’uscita numero 3 e finisce a Las Vegas nel corpo di Dougie Jones. Se avesse preso l’uscita 15 sarebbe dunque tornato ad essere Cooper come lo conosciamo? E se l’uscita 3 è collegata all’episodio 3, è possibile che l’uscita 15 possa significare che Cooper tornerà normale nell’episodio 15? Con Lynch non si sa mai, non ci resta che aspettare sette giorni e scoprire se questa teoria corrisponde alla realtà… Nel frattempo, attenzione a ciò che sognate.

Harry Goaz in a still from Twin Peaks. Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

 

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Recensione “Le Week-End” (2013)

Lo ammetto. Avevo voglia di vedere questo film solo per buttarmi un’ora e mezza nella nostalgia di una Parigi da cartolina, nei cliché della Ville Lumiere, per sguazzare nei miei ricordi personali in una città che non smette mai di emozionare. Non mi aspettavo onestamente null’altro. Invece la commedia agrodolce di Roger Michell (“Notting Hill”) oltre alla Parigi da cartolina e ai diversi cliché (compresa una deliziosa citazione del balletto di “Bande à Part”), aggiunge qualcosa che non ti aspetti: l’umanità di una storia d’amore mai banale, deragliata dai binari del tempo, ingobbita dal peso della quotidianità, appesantita dalla noia. “Come si può vivere altrove?”, si domanda Meg, protagonista femminile, osservando il panorama dall’alto della collina di Montmartre: in questa frase è racchiuso molto di quello che vedremo. Perchè, come vuole il luogo comune, Parigi è la città dall’amore, della leggerezza dell’animo, della “vie bohemienne”, ed è proprio qui che i protagonisti cercheranno di ritrovare la passione e la gioventù sfiorita da tempo.

Gli inglesi Nick e Meg dopo trent’anni di matrimonio decidono di tornare nella città dove hanno trascorso la luna di miele: Parigi. Lui è un professore universitario ormai disilluso, senza stimoli, aggrappato all’amore per sua moglie Meg che invece sembra stanca della sua vita, del suo lavoro, del suo matrimonio. Cerca nuove esperienze che le possano riconsegnare l’allegria e soprattutto possano rompere la routine di un’esistenza ormai inevitabilmente diretta verso la noia. L’incontro casuale con un vecchio amico di Nick, il ricco e logorroico Morgan, tirerà fuori dalla coppia tutto ciò che pensavano di aver dimenticato.

Nonostante i luoghi comuni, che in fin dei conti sono difficilmente evitabili quando si realizza una commedia ambientata in una città straniera, il film di Michell sorprende per la profondità di alcune scene (il risveglio notturno di Meg nel letto vuoto e ciò che succede dopo è addirittura commovente), per il velo di malinconia che aleggia sullo sguardo di un Jim Broadbent perfetto. Strano a dirsi, ma il film funziona meglio quando scende nelle profondità delle emozioni piuttosto che nelle scene da commedia pura, che in alcuni casi appaiono quasi forzate. Ma in fondo finché possiamo entrare in un bar di Parigi e ballare come in un film di Jean Luc Godard, non potrà capitarci mai niente di male.

Recensione “To the wonder” (2012)

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Terrence Malick deve essere una sorta di extraterrestre: per anni ci ha osservato dall’alto, ha capito tutto di noi, e poi un bel giorno, con “The tree of life”, ha deciso di cominciare a dircelo. È impressionante la sua capacità di farci sentire piccoli e al tempo stesso parte di un qualcosa di immenso, grandioso, meraviglioso. Con “To the wonder” Malick prosegue sul percorso tracciato dal film precedente, indagando questa volta le mille sfaccettature del rapporto di coppia, passione e compassione, doveri e dolori, indecisioni, tradimenti, gioia, sofferenza. I film di Malick sono sempre un’esperienza, visiva e sensoriale, che non lascia mai indifferenti: si amano, si odiano, ma ad ogni modo generano in noi qualcosa che tende a modificare la nostra percezione del mondo, talvolta della vita stessa. In poche parole, i film di Malick sono un’ispirazione.

Neil e Marina, all’inizio del loro amore esploso a Parigi, partono insieme per Mont St. Michel, noto in Francia come “la Meraviglia”. Si amano, e Neil decide di portare Marina e la bambina di lei a vivere in Oklahoma insieme a lui. Neil si sente a casa ma il suo amore sembra cominciare a scemare. Marina cerca conforto nelle parole di un prete spagnolo che però sta perdendo la fede. La passione è sempre destinata a lasciar spazio al vuoto? Si può riprendere, si può ritrovare, o tutti gli amori, le cose in cui crediamo, dovranno cedere al tempo? Malick ci pone queste domande e ci offre il suo punto di vista, interroga e si interroga, parla direttamente alla nostra anima. Il suo cinema è “amore che ci ama”, per usare le parole di Marina. Potete amarlo, potete odiarlo, ma non potete non vederlo.

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Recensione “Holy Motors” (2012)

Osannato al Festival di Cannes dello scorso anno, arriva finalmente in Italia il nuovo film di Leos Carax: un’opera magnifica e pazzesca, destinata ad essere studiata, compresa, ricordata ed inevitabilmente imitata. Spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura, Carax, così come il suo protagonista, insegue la bellezza: dell’immagine uno, del gesto l’altro, facendo leva ognuno sulla propria creatività. Un’odissea folle e audace, messa in scena della messa in scena della vita, una sorta di effetto Droste della vita stessa, continuamente interpretata da fantomatici attori che rincorrono gli appuntamenti di giornata all’inseguimento di se stessi, della bellezza, del puro e semplice bisogno di essere. In un mondo divorato dal virtuale, i personaggi impersonati dal protagonista acquisiscono una vita propria, come le limousine di questa assurda agenzia di “esperienze”, intese come “un viaggio all’estremo possibile dell’uomo”.

Dal mattino alla notte, una giornata nella vita del signor Oscar, un uomo perennemente in viaggio tra vite differenti, di volta in volta uomo d’affari, mendicante, freak, assassino, operaio di motion capture, padre di famiglia, anziano in punto di morte, uomo di casa… Il signor Oscar è completamente immerso in ognuno dei suoi personaggi, li interpreta e li arrangia a modo suo, ma se è vero che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, cosa succede se non c’è nessuno a guardare? Dove sono le macchine da presa? Chi muove i fili di questo teatro mostruoso e surreale? Oscar, pervaso dalle domande, si muove solitario per le strade di Parigi, accompagnato dalla limousine di Celine, guida e segretaria di ogni sua missione.

Il protagonista si muove tra le vie della capitale francese alla ricerca della bellezza del gesto, come lui stesso afferma. È lui stesso il motore dell’azione, vagabondo in missione da un appuntamento all’altro, tra le cui strade sfrecciano i fantasmi della sua vita. Una sorta di racconto di fantascienza in cui uomini, bestie e macchine, nessuno escluso, sembrano trovarsi sulla via della morte, dell’estinzione: i “motori sacri” del titolo sembrano destinati ad essere schiavi di un mondo sempre più virtuale, effimero, un mondo dal quale lentamente vedremo scomparire le esperienze vissute, le azioni, i gesti. In poche parole un mondo virtuale che sembra pronto a risucchiare la vita reale delle sue pedine, tutte legate da un destino comune. Tra i migliori film dell’anno, verrà ricordato a lungo.

Recensione “2 giorni a Parigi” (“2 days in Paris”, 2007)

Opera prima di Julie Delpy, impegnata nel film a 360°: è sceneggiatrice, regista, attrice protagonista, produttrice, montatrice, musicista. Una commedia romantica, ma non troppo, piena di spunti divertenti, ben scritta e ben recitata: un film che brilla di luce propria, pieno di autoironia sulla Francia e sui suoi clichè, sottolineati dalle prelibate disavventure del protagonista maschile Adam Goldberg, americano “lost in translation” (nella lingua francese).

Marion, parigina, e Jack, newyorkese, di ritorno da Venezia e in procinto di ritornare a casa loro a New York, si fermano due giorni a Parigi per presentare a Jack la famiglia della sua ragazza. Nella capitale francese si scontreranno le verità nascoste di una relazione ancora troppo superficiale: lui, ossessionato dalla vista dei tanti ex di Marion e dalle fissazioni dei suoi genitori; lei, ancora legata alle sue vecchie fiamme da una tenera amicizia e troppo emancipata per i gusti di Jack.

Un film sull’amore, sulla gelosia, sull’incomunicabilità, che non risparmia di mostrare la faccia sporca di una Parigi inedita, piena di difetti, tutt’altro che da cartolina: tassisti razzisti, artisti perversi e i pericoli della periferia (basti pensare alla fine che faranno i poveri appassionati che desideravano percorrere il tour del Codice Da Vinci!). Battute rapide, eccellente tempismo nei dialoghi, equivoci e fraintendimenti linguistici a non finire, oltre che frizzanti scambi di opinione (la discussione sul sesso orale è fenomenale: “Io credo che un pompino sia qualcosa di importante, in fondo è per un pompino che l’ultima chance dell’America di avere una sana democrazia è andata in fumo”). Attori in palla (va detto che i genitori di Marion sono i veri genitori di Julie Delpy) e una fortunata sceneggiatura rendono questi due giorni a Parigi una giostra di romantici equivoci e spaventosi orrori, che smitizzano la Ville Lumiere e allo stesso tempo la rendono umana e irresistibile.

Capitolo 188

Eccoci di nuovo qui dopo le fatiche del Festival di Roma, con i suoi 30 film visti in 10 giorni e la ricerca difficoltosa di una pellicola davvero memorabile. In questo capitolo dobbiamo recuperare qualche film visto prima del Festival e qualcun altro visto nei giorni scorsi: ci sono ben due pellicole con Parigi nel titolo, un concerto ascoltato in sala cinematografica, gli interpreti vincitori di Cannes e qualcos’altro che vi lascio leggere.

Parigi (2008): Cédric Klapisch, già regista del cult “L’appartamento spagnolo”, ha il potere di saper raccontare l’anima di una città come pochi altri, senza mai cadere nel cliché o nel già visto. Già la Barcellona del film sopracitato mostrava una città che forse non avevamo mai conosciuto, e così è la Parigi del titolo: vera, assolutamente onesta, e guardare il film è come vivere nella sua quotidianità. La prima volta che avevo visto questo film, al cinema, non ero ancora mai stato a Parigi, e non avevo amato troppo la pellicola, perché mi mostrava una città che non mi aspettavo. Ora che Parigi è come una seconda casa, vedere questo film ha tutto un altro sapore. Bellissimo.

Indiana Jones e l’ultima crociata (1989): Il piacere di vedere Indiana Jones in televisione fa tornare bambini, quando non avevamo dvd o videoregistratori, e per vedere un film di Spielberg dovevamo aspettare il passaggio televisivo. E poi andavamo a scuola, a ripetere le battute del film a memoria, cercando di dare nuova vita ai dialoghi (mi viene in mente un mio compagno di classe, che quando veniva “aizzato” cominciava a citare pezzi del film a ripetizione). Ma erano altri tempi. Che film, ragazzi, che film.

Oltre le colline (2012): Migliori interpreti femminili a Cannes, il film di Mungiu (già vincitore sulla croisette) è un’opera di grande potenza, che meritava la Palma d’Oro molto più del tanto osannato “Amour” di Haneke (che accanto a questo dovrebbe essere decisamente ridimensionato). Le colline della Romania, un monastero chiuso come le menti di chi lo vive, la visita di una ragazza, improvviso elemento di disturbo, frettolosamente bollato come il demonio. Grande film, e che finale.

E se vivessimo tutti insieme? (2011): Commedia francese su un gruppo di amici attempati che decidono di passare la vecchiaia nella stessa casa, per prendersi ognuno cura dell’altro. Antichi amori, amicizie, un po’ di goliardia, voglia di stare insieme. Buon cast, film simpatico, ma non abbastanza da correre al cinema. Ad ogni modo piacevole.

Hungarian Rhapsody (2012): Beh, alla notizia che avrebbero proiettato nei cinema un concerto ungherese dei Queen del 1986 sono subito esploso di entusiasmo, pensando a quale esperienza straordinaria potesse essere. La prima fregatura l’ho avuta alla cassa, dove ho dovuto sborsare ben 12 euro di biglietto. 12 euro per un concerto di quasi trent’anni fa, con la stessa scaletta, le stesse canzoni e quasi le stesse immagini del Live at Wembley (dello stesso anno), che ogni buon fan ha già imparato a menadito sul dvd (o su youtube). 12 euro. Mi viene quasi da piangere. Ad ogni modo, almeno, il concerto era meraviglioso: peccato lo conoscessi praticamente a memoria.

Paris-Manhattan (2012): Una farmacista francese, single e sognatrice, è innamorata dei film di Woody Allen, e la sera ha dialoghi continui con il poster del regista (sulla falsariga di “Provaci ancora, Sam”, dove Woody dialogava con il fantasma di Humphrey Bogart in “Casablanca”). Il film cerca un po’ troppo di imitare lo stile di Allen, perdendosi qua e là, soprattutto in alcuni spunti interessanti (come la terapia farmaceutica a base di dvd piuttosto che medicine). Notevole la sorpresa finale, da lasciare a bocca aperta. Commedia romantica carina ma non troppo, simpatica, ma non riesce ad andare oltre un soggetto affascinante (con un buco di sceneggiatura piuttosto incomprensibile).

Il sospetto (2012): Il film di Vinterberg vanta dalla sua il miglior attore all’ultimo festival di Cannes e soprattutto una storia potentissima. L’idea che il pensiero è un virus è una teoria affascinante e spaventosa, che in questo film scatena l’odio di una comunità contro un maestro d’asilo, ingiustamente accusato di molestie sessuali. Un film che inchioda alla poltroncina, in cui subiamo l’ingiustizia così come la subisce il protagonista, e che ci lascia al ritorno a casa con una sensazione di irrequietezza che pensavamo avessimo lasciato in sala. Bellissimo, nella mia Top 10 dei migliori film del 2012.

Argo (2012): Ben Affleck è un regista coi fiocchi, i precedenti “Gone Baby Gone” e “The Town” erano davvero uno meglio dell’altro, e con questo terzo film si conferma all’altezza. Tre coincidenze fanno una prova, e Affleck ha trovato definitivamente la sua strada. Qui lo dico e qui lo nego: può diventare il nuovo Clint Eastwood. Il suo “Argo” racconta la vera storia sulla liberazione di sei diplomatici statunitensi nascosti in Iran dopo l’assalto all’ambasciata nel 1980: per riuscirci la CIA mise in piedi la finta produzione di un film di fantascienza. Bellissimo.

pubblicato su Livecity

Recensione “La Femme du Vème” (2011)

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Un regista polacco che gira un film in Francia fa subito venire in mente Roman Polanski, non del tutto a torto, anche se in realtà il film di Pawel Pawlikowski si muove con uno stile tutto suo. Un intrigo della mente illuminato da atmosfere grigie e malinconiche che si prestano perfettamente come corrispettivo fisico e spaziale delle sensazioni interiori del tormentato protagonista. Una regia curata, precisa, che staglia i suoi personaggi su sfondi sfocati, avvolgendo la pellicola di sensazioni quasi oniriche, come se la Parigi raccontata dal film fosse un non-luogo, una città indefinita e indefinibile, all’interno della quale ci si muove senza direzioni precise. Ma una direzione precisa invece c’è: il “quinto” (arrondissement) del titolo, dove vive una donna misteriosa, fatale, fulcro narrativo e infine chiave di lettura del film.

Lo scrittore Tom Ricks, celebre per un unico romanzo scritto molti anni prima, si trasferisce a Parigi per riabbracciare la sua bambina, che vive lì con la madre. Un’ordinanza e l’astio della donna gli impediscono però di avvicinare la piccola. Tom, per evitare l’arrivo della polizia, sale su un autobus e finisce per addormentarsi: si ritroverà in periferia, derubato nel sonno di ogni cosa, e sarà costretto a sistemarsi in un motel di infimo ordine. Qui riesce a trovare un lavoro piuttosto misterioso, ed è sempre nel mistero che si incontra con una donna, vedova di uno scrittore ungherese, con la quale comincia una relazione in un appartamento lussuoso nel Quinto. Ma fino a dove arriva la realtà? E dove comincia l’infinito potere della mente, non più costipato in un corpo capace di controllarlo, ma sprigionato verso i labirinti più oscuri e indefiniti della verità?

Una coppia di straordinari interpreti: Kristin Scott Thomas non sorprende più, il suo talento ci ha già regalato una memorabile galleria di personaggi; Ethan Hawke invece si lancia perfettamente in un ruolo che non ha mai affrontato (anche se lo avevamo già visto a Parigi proprio in veste di scrittore nel bellissimo “Before Sunset” di Linklater), un personaggio triste, malinconico, incapace di controllare i demoni che aleggiano nella sua mente. E con un solo, unico, obiettivo: scrivere una lettera per la sua bambina, che giorno dopo giorno sembra quasi trasformarsi in un nuovo romanzo, dove, tra realtà e finzione, si riesce a cogliere un’indiscussa verità: l’amore di un padre per sua figlia.

Recensione “Midnight in Paris” (2011)

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Si può avere nostalgia di epoche mai vissute? Decisamente. Anzi, forse si tratta di una sindrome piuttosto comune per coloro che guardano al passato come una cura per il male del presente. Ma chi l’ha detto che le epoche alle quali dedichiamo i nostri sospiri e la nostra nostalgia siano state altrettanto affascinanti per chi le ha vissute? È questo il magnifico insegnamento di Woody Allen: bisogna trarre il meglio dal presente in cui si vive, perché questo è il nostro tempo ed è qui che la nostra vita deve trovare il suo corso e la sua ragion d’essere. La tanto temuta Parigi da cartolina si trasforma così in un bel viaggio nel passato, dove lo scrittore Gil (che rientra perfettamente nell’archetipo anedonico del regista newyorkese) conosce quell’epoca per lui meravigliosa e affascinante, ma noiosa e poco stimolante per chi l’ha vissuta a tutti gli effetti.

Gil è uno scrittore in erba, prossimo al matrimonio con la bella Ines. I due, insieme ai genitori di lei, partono per Parigi, per passare qualche giorno nella Ville Lumiere. Durante una passeggiata notturna e solitaria, Gil si ritrova catapultato nella Parigi da lui sempre sognata, quella degli anni Venti, nella quale incontra i vari Scott Fitzgerald, Cole Porter, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvador Dali, Luis Bunuel, Man Ray e molti altri personaggi dell’epoca d’oro della Parigi di quel periodo. Gil vive finalmente il tempo a cui ha sempre guardato con nostalgia, scoprendo però che i suoi protagonisti lo considerano un presente noioso e senza grandi stimoli.

Woody Allen firma la sua dichiarazione d’amore per Parigi, una città che ha sempre amato: «Se si pensa che nel nostro universo freddo e violento esiste Parigi! Le sue luci, i cafè con la gente che beve e che canta: Parigi è l’angolo più affascinante del mondo», afferma Gil scendendo per una delle tante scale di Montmartre, con uno scorcio di Sacre Coeur che sembra accarezzagli le spalle. Ed è nelle mirabolanti ispirazioni che questa città sa regalare che il protagonista impara a conoscere e ad apprezzare il suo tempo, finendo per rendere la sua esistenza un qualcosa di unico, senza più sguardi malinconici al passato, ma con una rinnovata speranza per il futuro.

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Viaggio nella Parigi cinematografica

Vivere a Parigi significa anche vivere nel cinema: la Cinémathèque Française, i cineclub, la Nouvelle Vague e tutto il resto. Ieri ho voluto dedicare l’intera giornata al Cinema, quello con la C maiuscola, e ciò che ho raccolto va oltre la capacità di raccontarlo. Ma proviamoci.

Innanzitutto una visita mattutina al cimitero di Montmartre, dove riposa François Truffaut, un modello per ogni giovane scrittore di cinema, amico dei sognatori, e forse la persona che meglio è riuscita a comunicare la magia del cinema stesso, la bellezza dei sogni, l’essenza delle emozioni, il piacere delle piccole cose. Toccare la sua custodia, la sua teca (“tomba” è una parola troppo negativa) trasmette immediatamente ispirazione, voglia di creare, di emozionarsi e di emozionare.

In Truffaut l’amore per il cinema nasceva negli anni 40, ai tempi in cui frequentava assiduamente la Cinémathèque di Henri Langlois. La Cinémathèque è il più grande archivio del mondo dedicato al cinema, con più di 40mila film e migliaia di documenti storici legati alla settima arte. Fu fondata da Langlois proprio allo scopo di educare al cinema le generazioni future (e infatti è proprio qui che si incontrarono Truffaut, Godard, Rivette, Rohmer e tutti gli altri futuri critici dei “Cahiers du Cinema” e futuri registi della Nouvelle Vague). Dopo aver cambiato numerose sedi nel corso degli anni, oggi la Cinémathèque Française e il Museo del Cinema si trovano al 51 di Rue de Bercy. Al suo interno avvengono retrospettive, proiezioni, spesso accompagnate da incontri con gli stessi autori; il museo invece contiene numerose macchine da presa del secolo scorso e qualche chicca interessante (anche se onestamente ci si poteva aspettare di più): la ricostruzione di una scenografia usata da Georges Melies, manifesti d’epoca e soprattutto i telegrammi inviati dai cineasti di tutto il mondo per schierarsi dalla parte di Langlois, licenziato nel febbraio 1968 dal governo (fatto che scatenò i primi focolai di rivolta da parte dei giovani, esplosi definitivamente nel celebre maggio dello stesso anno).

Dopo il Museo del Cinema mi sono diretto nel Quartiere Latino, zona ricca di piccole sale dove vengono continuamente proposte retrospettive sui grandi autori del passato. Mi sono fermato a rivedere “Band à Part” di Jean Luc Godard nella Filmothèque du Quartier Latin, respirando in qualche modo l’atmosfera vissuta in passato da tanti giovani appassionati di cinema (e vedere la sala così gremita da persone di ogni età, per un film di oltre 40 anni fa, è sempre una bella cosa).

Certo, si potrebbe continuare la visita cinematografica di Parigi alla ricerca dei numerosi set protagonisti dei film del passato (il ponte di Bir-Hakeim di “Ultimo Tango a Parigi”, o il Boulevard Saint-Germain di “A Bout de Souffle”, per citarne un paio), ma non basterebbe un anno per ritrovare tutti gli angoli ripresi in una delle città più cinematografiche del mondo. Purtroppo non sono ancora riuscito a scovare il celebre ponte dove avviene la “gara” di corsa in “Jules e Jim”, ma nonostante tutto, come direbbe Humphrey Bogart in “Casablanca”, «We’ll always have Paris».

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