Recensione “Thunder Road” (2018)

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Un film destinato a diventare un cult: due anni fa mi capitò sotto gli occhi il cortometraggio di un certo Jim Cummings che aveva appena vinto il premio della giuria al Sundance (potete vederlo qui). Caso volle che il titolo di quel cortometraggio era lo stesso della mia canzone preferita e di quella che, a mio modesto parere,  è la più grande canzone mai scritta: “Thunder Road” di Bruce Springsteen (che ovviamente è il motivo attorno al quale si svolge la storia). Grazie ad una raccolta fondi su Kickstarter quel cortometraggio di 12 minuti oggi è un film di un’ora e mezza che sta riscuotendo premi e applausi in mezzo mondo: Jim Cummings scrive, dirige e interpreta un’opera prima di incredibile forza e commovente bellezza, trattando con ironia e sprazzi di talento temi piuttosto delicati come l’elaborazione del lutto e la difficoltà di essere padre.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2018

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Ancora una decina di giorni prima dell’inizio della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre). Ricordo ancora il primo giorno della prima edizione, in quell’ormai lontano 2006 quando la sbornia per il mondiale vinto cominciava finalmente a scemare e quel piccolo me di dodici anni fa cominciava un corso di laurea magistrale che avrebbe cambiato la sua esistenza. Ora, nel 2018, l’Italia non è andata al Mondiale e invece di macchine volanti e skateboard senza ruote abbiamo una classe politica inadeguata e tanta monnezza per le strade. Il cinema e l’arte però, magari, ci salveranno dalle fake news e dalle raggelanti notizie quotidiane. Forse.

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Recensione “Kodachrome” (2017)

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Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

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Recensione “Annientamento” (“Annihilation”, 2018)

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Il film comincia con un flashforward su Natalie Portman che sembra esser appena sopravvissuta a qualcosa di molto pericoloso. Non ci viene detto di più per il momento. Poco dopo, nel presente, c’è “Helplessly Hoping” di Crosby, Stills e Nash in sottofondo, c’è un dolore tangibile, recente, potentissimo, una sofferenza che aleggia in tutta la scena, ci aggancia, ci fa venir voglia di saperne di più. Questo è l’incipit del nuovo film Alex Garland (regista di “Ex Machina”), tratto dal romanzo omonimo di Jeff VanderMeer, caso piuttosto raro di distribuzione combinata tra cinema (ma solo in USA, Canada e Cina) e Netflix, nonostante i dubbi del regista, che aveva pensato la pellicola per il grande schermo (con i colori vivaci delle mutazioni, i dettagli al microscopio e via dicendo).

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Primo Poster per “The Irishman” di Scorsese

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Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel. Da quando il film ha cominciato la sua produzione, abbiamo ripetuto questa lista di nomi come una preghiera, come una litania che ci avrebbe accompagnato nei mesi successivi con una voglia di cinema provata raramente in precedenza. Un gangster movie di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel. Praticamente il sogno di qualunque cinefilo appassionato di “bravi ragazzi”. Continua a leggere

Recensione “Love Me!” (“Liebe Mich”, 2014)

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Come ben sapete da queste parti il cinema indipendente, ed il genere mumblecore in particolare, gode di una stima pressoché inossidabile. Sarà colpa di Richard Linklater, di Woody Allen o forse di Truffaut, ma ogni volta che vedo un film di questo genere, girato fuori dagli studios, con magari un ragazzo o una ragazza alla ricerca di un posto nel mondo, beh, io vado fuori di testa. Ne sono attratto come una calamita e, quel che peggio, ogni volta innesca in me la stessa sensazione: prendere la videocamera, qualche giovane attore e andare in strada a girare un film. Il tedesco “Love Me”, debutto cinematografico di Philipp Eichholtz, pur non appartenendo al “Berlin Mumblecore Movement”, porta comunque in sé tantissimi elementi di questo genere nato negli States, fonte di ispirazione per molte correnti simili in Europa.

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Recensione “Loveless” (“Nelyubov”, 2017)

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Il film si apre con l’immagine desolante di un bosco innevato: una sensazione di fredda imponenza supera immediatamente lo schermo cinematografico per insinuarsi tra le poltroncine della sala. Ciò che vedremo nelle due ore successive non sarà di certo meno agghiacciante di questa sequenza piena di neve, sulla quale sembra incombere qualcosa di grave. Ancora non sappiamo cosa, ma lo percepiamo subito. Si presenta così il nuovo film del regista dello splendido “Leviathan”, Andrey Zvyagintsev: il premio della giuria al Festival di Cannes dello scorso maggio è solo l’ultimo dei riconoscimenti raccolti lungo una carriera in continua ascesa, in cui il regista russo aveva già collezionato un Leone d’Oro a Venezia e un premio alla migliore sceneggiatura sempre a Cannes (oltre alla nomination agli Oscar, sempre con la pellicola precedente).

Genia e Boris stanno per divorziare: il loro matrimonio è a pezzi, frantumato da rancori, recriminazioni e continue accuse, oltre che da una mancanza totale di amore. Entrambi hanno un gran desiderio di voltare pagina, sono pronti ad una nuova vita con persone nuove, l’unica questione da risolvere prima di passare alla fase successiva riguarda il piccolo Alyosha, il figlio dodicenne, che nessuno dei due vuole portare con sé. Durante un litigio feroce il bambino ascolta tutto e il giorno successivo decide di scappare di casa…

Grazie ad una regia asciutta, senza distrazioni e senza movimenti di macchina ingombranti, la storia ci cade addosso come in una tormenta di neve, dove le emozioni dei genitori, man mano che le ricerche vanno avanti, scavano sempre di più nell’abisso delle loro responsabilità. “Loveless” è uno di quei film che non ti mollano mai, che colpiscono, che ti mettono a disagio. È un film fatto di vetri bagnati dalla pioggia, di silenzi e rancori, di angosce e paure, in cui sembrano non esserci raggi di sole. Uno di quei film da vedere e da non dimenticare. Splendido.

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Recensione “Last Flag Flying” (2017)

Richard Linklater è uno di quei motivi per cui vale la pena amare il cinema, la vita e tutto. Uno di quei registi con cui vorresti sederti al bancone di un bar e parlare del più e del meno, di cinema sicuramente, ma anche dell’ossessione nei confronti del tempo che passa, della bellezza del passato, quello stesso passato che, nel momento in cui lo vivevamo, ci sembrava poco interessante, di certo non migliore del presente che stiamo vivendo ora (e che invece ricorderemo tra qualche anno come un periodo bellissimo). Ho divagato un po’ e l’introduzione è stata un po’ arzigogolata, ma il concetto è questo: io a Richard Linklater voglio davvero un bene dell’anima. Il suo ultimo film, per argomento e tematiche affrontate, sembra discostarsi leggermente dal tipo di cinema a cui ci aveva abituato, ma in realtà ci sono tantissimi elementi tipici della sua filmografia: l’amicizia, il viaggio (inteso come muoversi insieme da un punto ad un altro, godendosi tutto ciò che si trova nel mezzo), la nostalgia per un periodo lontano, che comprende gli aneddoti, i ricordi, la malinconia di quei tempi in cui, mentre sorridi ricordandoli, ti scappa una lacrima.

Trent’anni dopo aver combattutto in Vietnam, l’ex marine Larry Shepherd ritrova i suoi compagni di una volta, lo sfacciato Sal Nealon e il reverendo Richard Mueller. Il motivo del viaggio è convincere i suoi amici di un tempo ad accompagnarlo al funerale di suo figlio, morto in azione durante la guerra in Iraq. Per i tre amici, che non si incontravano ormai da decenni, è l’occasione di ricordare i giorni più orribili e al tempo stesso più indimenticabili delle loro vite. Il tragitto porterà questi tre caratteri, diversi ma al tempo stesso complementari, a riscoprire alcuni aspetti delle loro vite che avevano ormai dimenticato, ma darà anche loro la possibilità di migliorare i giorni che restano.

Il mattatore della pellicola è senza dubbio Bryan Cranston, che raccoglie il “testamento spirituale” del personaggio di Bill Somawsky (lo straordinario Jack Nicholson de “L’ultima corvè”, film del 1973 di cui “Last Flag Flying” è il sequel ideale), permettendo al film di cambiare registro grazie agli sbalzi espressivi del suo personaggio. I suoi compagni di viaggio non sono certamente da meno: Laurence Fishburne, dismessi da tempo i panni di Morpheus, trova dopo molti anni un personaggio che gli permette di esprimere al massimo il suo talento; Steve Carell, protagonista di un’interpretazione che è tutto tranne che comica, ormai ci sta abituando piuttosto bene alla sua bravura in ruoli drammatici. Richard Linklater cade nuovamente su un errore piuttosto comune nella sua filmografia, un difetto che probabilmente non potrà mai essere risolto: tutti i suoi film, ad un certo punto, finiscono.

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La locandina di “Wonder Wheel”, ultimo film di Woody Allen

Il 1° Gennaio 2018 esce nei cinema italiani il nuovo film di Woody Allen, “Wonder Wheel”. Oggi è stata pubblicata la locandina del film, con la mitica ruota panoramica di Coney Island protagonista del poster e molto probabilmente fulcro della storia (come suggerisce il titolo). In attesa della pellicola, godiamoci questo splendido manifesto.
Sembra proprio che il nuovo anno inizierà alla grande…

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Recensione “Dunkirk” (2017)

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Un paio di premesse: la prima è che quando ho sentito che doveva uscire un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale il mio istinto mi ha suggerito un eloquente “che palle”. La seconda premessa riguarda il regista: Nolan in passato mi ha fatto strappare i capelli dalla meraviglia, ma ormai è già qualche anno che ha smesso di convincermi: l’ultimo Batman l’ho trovato insopportabile, mentre “Interstellar” era stupendo tecnicamente quanto debole a livello narrativo. Insomma, non è che fossi così convinto di questo “Dunkirk” (ma poi perché nel titolo italiano lasciare il nome inglese della città francese di Dunkerque? Come se in Italia producessero un film sulla città tedesca Mainz e nei paesi anglofoni lasciassero il titolo italiano, cioè Magonza). Questioni toponomastiche a parte, dicevo che non sono partito convinto a proposito di questa operazione; poi però è successo che a luglio tutto il mondo conosciuto ha cominciato a osannare il film di Nolan: la cosa più importante che ho letto diceva che “sembrava un film di Stanley Kubrick” (non ricordo chi l’avesse detto, ma penso che dovrebbe rispondere di tutto ciò in qualche tribunale). Insomma, mi ero convinto di trovarmi davanti ad una sorta di epifania cinematografica, una di quelle opere capace di cambiare la mia concezione della settima arte. “Dunkirk” invece è “soltanto” un bel film, magari anche un gran bel film, che però non si avvicina assolutamente dalle parti del capolavoro, come hanno cercato di farmi bere da mesi.

La storia si basa sulla battaglia di Dunkerque, una delle storie più incredibili accadute durante la Seconda Guerra Mondiale, che già in passato aveva avuto l’onore di essere trasformata in un film. In poche parole: le truppe anglo-francesi, braccate dall’esercito nazista, riuscirono ad essere evacuate dal porto di Dunkerque grazie ad un vero e proprio miracolo militare (anche se nel film di Nolan i francesi sono pressoché inesistenti e già questa scelta narrativa dovrebbe dar da pensare). La cosa più bella di questo film è senza dubbio l’idea di raccontare le tre linee narrative (terra, acqua e cielo) in tre lassi temporali differenti (una settimana, un giorno, un’ora), per poi farle coincidere nel climax finale. Idea straordinaria. Un’altra cosa che ho amato molto è l’assenza visiva del nemico tedesco, la cui presenza si fa sentire dal fischio delle pallottole e dalle esplosioni assordanti delle sue bombe. Cose meno belle? Un’ora e mezza di colonna sonora, pesante, opprimente, che dà l’impressione di esser stata messa là proprio per coprire le magagne del regista (la parte legata al cielo, dunque all’aviazione, si serve della musica per dare pathos ad una serie di inutili primi piani sui piloti).

Ripeto: è un film bellissimo che rischia di annegare nel suo realismo, una pellicola di grande potenza che paradossalmente paga in maniera eccessiva la campagna messa in atto per supportarlo. Resta comunque un film da vedere, se non altro per la sua durata: un’ora e quaranta passa sempre abbastanza in fretta. A mio modesto parere non è uno dei film dell’anno, ma senza dubbio è il primo grande film della nuova stagione cinematografica: buon anno a tutti, se questo è l’inizio, direi che ci aspettano grandi cose.

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