Oscar 2019: Le scene più belle dei candidati come Miglior Film

Ho finalmente visto tutti e otto i film candidati come Miglior Film ai prossimi Academy Awards. A parte il solito paio di pellicole sopravvalutate si tratta di una selezione interessante, piena di Cinema allo stato puro, con al loro interno una o più perle da non dimenticare. Alcune di queste scene sono proprio il motivo per cui ci piace così tanto vedere film e, in attesa di scoprire chi si porterà a casa l’ambita statuetta (probabilmente uno tra “Roma” e “La favorita”, più indietro “Green Book”), andiamo a goderci una carrellata descrittiva di scene selezionate e raccontate da noi: una per ognuno degli otto film candidati per il Miglior Film. Ovviamente, per quanto riguarda i film che non avete ancora visto, è consigliabile saltare la lettura per evitare spoiler e rivelazioni importanti.

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Inarritu in volo sugli Oscar: il miglior film è “Birdman”

Anche questa nottata è passata. Al risveglio ci resta negli occhi appesantiti dal sonno l’immagine sorridente di Alejandro Gonzalez Inarritu, dominatore assoluto della serata con quattro premi Oscar “pesanti”. Ci resta anche negli occhi Patricia Arquette e il suo discorso a favore delle donne (che ha scatenato l’entusiasmo di Meryl Streep), l’annuncio della meravigliosa Jessica Chastain per il secondo Oscar consecutivo al geniale direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (“Chiiivooo”), la standing ovation per la performance di John Legend sulle note di “Glory” (miglior canzone, unico Oscar per “Selma”). Purtroppo al risveglio ci siamo ritrovati anche a fare i conti con la delusione per la netta disfatta di “Boyhood”. Ad ogni modo l’87a edizione degli Accademy Awards, a livello di show, non sarà tra le più memorabili: la conduzione di Neil Patrick Harris, nonostante una bellissima introduzione, è risultata decisamente piatta e sottotono. Non si è riso molto, quasi per niente anzi, inoltre il ritmo non è stato proprio esaltante (“Not my tempo!”, direbbe il Fletcher di J.K. Simmons in “Whiplash”). Certo, cogliere un momento storico come il selfie di un anno fa era probabilmente impensabile, ma certamente ci si poteva aspettare qualche gag in più. Parliamo dunque dei premi attraverso i film che li hanno ricevuti:

Birdman: Come già detto quattro Oscar per il film di Inarritu, tutti Oscar importanti (miglior film, miglior regia, migliore fotografia e miglior sceneggiatura originale). Secondo consecutivo per il genio di Emmanuel Lubezki dunque, ma anche il secondo consecutivo per un regista messicano (dopo la statuetta di un anno fa ad Alfonso Cuaron). Quello al quale tenevamo di più, ovvero il premio a Michael Keaton, è però sfumato a favore di Eddie Redmayne (“La teoria del tutto”).

Boyhood: Il capolavoro di Richard Linklater porta a casa solo una statuetta per la migliore attrice non protagonista (Patricia Arquette). Erano sei le nomination ricevute dal film, ma se quella per Ethan Hawke (e probabilmente anche quella per il montaggio) non aveva speranze di trasformarsi in Oscar, quelle per regia, sceneggiatura originale e miglior film erano nettamente alla sua portata. Hawke e Linklater dunque restano a mani vuote per il secondo anno consecutivo (un anno fa portarono a casa la nomination per la sceneggiatura di “Before Midnight”). Il regista potrà comunque consolarsi con l’Orso d’Argento vinto a Berlino e i vari Golden Globes.

The Grand Budapest Hotel: L’Accademy ha deciso di consacrare Wes Anderson. Più che il regista stesso, sono stati consacrati coloro che hanno contribuito a creare l’universo di Anderson, il suo mondo, coloro insomma che con il loro apporto hanno letteralmente dato forma alla creatività del regista. Quattro Oscar dunque: miglior trucco e acconciatura, migliori costumi (l’italiana Milena Canonero, al suo quarto Oscar), migliore scenografia e miglior colonna sonora (finalmente Alexandre Desplat, giunto all’ottava nomination, vince il suo primo Oscar).

Whiplash: La grande sorpresa di questa nottata, il vero e proprio outsider, capace di portarsi a casa ben tre statuette, tutte assolutamente meritate: miglior montaggio, miglior sonoro e miglior attore non protagonista a J.K. Simmons, straordinario.

Ida: Il premio per il miglior film straniero resta in Europa, ad aggiudicarselo è la stupenda pellicola polacca realizzata da Pawel Pawlikowski. Nonostante l’assenza ingiustificata del canadese “Mommy” e del turco “Winter Sleep” nella cinquina da Oscar (dove invece ha incredibilmente trovato spazio l’argentino “Storie pazzesche”), “Ida”, nominato anche per la miglior fotografia, ha meritato ampiamente la statuetta. Applausi.

Altri premi: I migliori attori protagonisti sono Eddie Redmayne (“La teoria del tutto”) e la strepitosa Julianne Moore di “Still Alice”: entrambi premi meritatissimi, nonostante sperassimo di veder salire sul palco il grande Michael Keaton di “Birdman” e la commovente Marion Cotillard di “Due giorni, una notte”. La sceneggiatura non originale regala a “The Imitation Game” il suo unico Oscar (che per noi avrebbe dovuto vincere “Whiplash” o addirittura Paul Thomas Anderson per “Vizio di forma”). Per il miglior film d’animazione “Big Hero 6”  la spunta su “Dragon Trainer 2”, mentre c’è un pizzico di gloria anche per “Interstellar”, “American Sniper” e “Selma”, vincitori rispettivamente di un Oscar per i migliori effetti speciali, il miglior montaggio sonoro e la migliore canzone.

Festival di Roma 2014: Che Festival è stato?

Si è conclusa dopo dieci giorni frenetici la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima dell’era Marco Muller. Quando si torna alla vita dopo un festival ci si sente un po’ come reduci di guerra: è da ieri infatti che giro per casa con il pass al collo, penso che la cucina sia la sala Petrassi e per andare al bagno faccio la rush line. Al di là di questi problemi, uscire dall’Auditorium e rivedere le stelle è sempre una buona cosa, si incontrano gli amici che ti domandano “Com’è andato il Festival?”. Che rispondere? Adesso che sono passate 48 ore dalla premiazione possiamo fermarci un attimo, chiudere gli occhi e ripensare un momento a tutto ciò che abbiamo visto in questi dieci giorni. Per fare questa analisi diamo rapidamente un’occhiata alle varie sezioni…

Gala: La categoria principale del Festival non ha deluso le attese, ha avuto picchi di bellezza molto importanti (il vincitore “Trash” di Daldry, un premio del pubblico facilmente individuabile, e due filmoni prettamente da festival come “Eden” e “Phoenix”, senza dimenticare l’ottimo “Gone Girl”) e cadute di stile imbarazzanti (“Soap Opera” e “Andiamo a quel paese”). Molto interessanti anche “Still Alice” e “A most wanted man”, a dimostrazione che la sezione Gala ha regalato ottime pellicole.

Cinema d’Oggi: La sezione sulla carta più interessante del Festival, con quelli che si possono definire proprio film da Festival, in realtà ha goduto di pochi exploit. Il nostro film preferito è stato senza dubbio il tedesco “We are young, we are strong”, almeno una spanna sopra tutti gli altri concorrenti il lizza (anche sul film che ha vinto la sezione, il cinese “12 citizens”, ennesimo remake del capolavoro di Lumet “La parola ai giurati”). Leggermente deludenti rispetto alle aspettative i tanti film latinoamericani, pur regalando qualche ottimo momento di cinema (pensiamo al peruviano “NN” o all’argentino “Lulu”).

Mondo Genere: Dalle ceneri della meravigliosa sezione Extra dei festival dell’era De Tassis nasce la sezione “Mondo Genere”, dove abbiamo visto probabilmente il film più interessante dell’intero Festival, il gringo-persiano “A girl walks home alone at night”. Molto interessanti anche il vincitore “Haider” (l’Amleto shakespeariano in versione indiana), “Nightcrawler” e il noir francese “La prochaine fois je viserai le coeur”. Assurdo e forse un po’ deludente l’atteso “Tusk” di Kevin Smith e soprattutto il pessimo “Stonehearst Asylum”, probabilmente il peggior film del Festival dal punto di vista del rapporto cast/aspettative/ambizioni/riuscita.

Prospettive Italia: La sezione italica del Festival, divista tra film di finzione e documentari, ci ha mostrato un po’ cosa hanno da dire i cineasti emergenti del nostro Paese. Tantissimi applausi e consensi per il bellissimo “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson (che già ci aveva colpito con l’ottimo “I primi della lista”), che ha vinto il premio come miglior film della sezione, per il resto più bassi che alti.

Alice nella città: La sezione indipendente del Festival, dedicata al cinema per ragazzi, si conferma una realtà bellissima. Molto buono il vincitore “The road within” di Gren Wells, ma non vanno dimenticati i buonissimi “About a girl”, “All cats are grey”, “Tokyo Fiancée” e l’ultima fatica di Jean Pierre Jeunet “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”.

In conclusione di questo Festival salviamo alcuni piccoli gioielli (anche se possiamo notare dai nostri giudizi ai film che non ce n’è uno che è andato sopra il voto 7,5), ma c’è sempre da risolvere qualcosa a proposito di programmazione (troppi i momenti di vuoto a dispetto delle tante proiezioni sovrapposte), organizzazione (possibile che un festival che si svolge all’Auditorium non sfrutti a dovere la sala Santa Cecilia?), interesse mediatico (capiamo i problemi di budget, ma troppo pochi i volti di grande richiamo arrivati a Roma) e di selezione in generale (possibile che un Festival di Cinema venga aperto da un film con Fabio De Luigi e chiuso da Ficarra e Picone???). Come ogni anno c’è sempre qualcosa che si può (e si deve!) migliorare, ad ogni modo ricorderemo questa nona edizione come un Festival di discreto livello. E che bello vedere la città di Roma che premia uno dei suoi figli adottivi, il commosso Tomas Milian. L’anno prossimo nuovo direttore e nuovo festival, il numero 10, un numero dal quale a Roma ci si aspetta sempre qualcosa di straordinario…

IMG_9005Tomas Milian si allontana dal Festival (Foto A.T. Photographer)

Cannes 2014: Palma d’Oro a Nuri Bilge Ceylan, Grand Prix a sorpresa per la Rohrwacher

Anche quest’anno il Festival di Cannes ha chiuso i battenti. Per cosa ricorderemo questo Festival? Ci sono parecchi motivi, dal poster con il faccione di Marcello Mastroianni a Godard che definisce la kermesse “un raduno di dentisti”. Su tutti pensiamo al ventennale di “Pulp Fiction” e al ritorno in pompa magna di Quentin Tarantino e Uma Thurman. Proprio la coppia più pulp degli ultimi vent’anni cinematografici ha premiato con la Palma d’Oro uno dei più grandi talenti del cinema europeo, quel Nuri Bilge Ceylan che a Cannes aveva già vinto due Grand Prix e un premio alla regia. Finalmente centra il premio più ambito con l’applauditissimo “Winter Sleep”. Ma c’è gloria anche per l’Italia: è la notizia che ha sorpreso un po’ tutti. Già nel pomeriggio il ritorno di Alice Rohrwacher sulla croisette aveva fatto pensare ad un’eventuale riconoscimento, sospetto che ha avuto conferma in serata, con il Grand Prix assegnato alla regista de “Le Meraviglie”, di certo non uno dei migliori film visti al Festival. Ad ogni modo possiamo rallegrarci per il secondo Grand Prix assegnato ad un film italiano negli ultimi tre anni (nel 2012 era toccato a Garrone).

Il premio della Giuria è andato ex-aequo al più giovane e al più anziano regista del Festival: l’enfant prodige canadese Xavier Dolan e il maestro Jean Luc Godard. Il primo, con “Mommy”, ha segnato il Festival (probabilmente è stato il film più amato di questa edizione); il secondo invece si è destreggiato con il 3D capovolgendo il linguaggio cinematografico al quale siamo abituati (già intuibile dal titolo “Adieu au langage”). A sorpresa il premio al miglior regista è andato a Bennett Miller con “Foxcatcher”, che vince contro le voci di corridoio e lo sfavore dei pronostici (si sono praticamente “dimenticati” di premiare Naomi Kawase per “Still the water”); sorprende anche la scelta per la migliore sceneggiatura, caduta su “Leviathan”. Infine gli attori: la nevrotica Julianne Moore di “Maps to the stars” sfila il premio dalle mani della favoritissima Marion Cotillard di “Deux jours, une nuit”, mentre il Timothy Spall di “Mr. Turner” vince più o meno senza troppi punti interrogativi come miglior attore.

I superfavoriti, ovvero i Dardenne, già vincitori due volte qui a Cannes, sono stati incredibilmente accantonati. Il 67° Festival è stato chiuso questa sera da Quentin Tarantino che ha presentato la versione restaurata di “Per un pugno di dollari”, parte finale di uno splendido omaggio al cinema di Sergio Leone.

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Premi César, “Tutto sua madre” domina la cerimonia, Kechiche a mani vuote

Si è appena conclusa la 39° cerimonia di premiazione dei César, gli Oscar francesi. La crema del cinema transalpino si è riunita a Parigi per la serata che ha riservato non poche sorprese: la prima, incomprensibile, è il mancato riconoscimento a “La vita di Adele”, per chi scrive il miglior film in assoluto del 2013. Non è stato però così per l’Accademy francese, che ha lasciato campo libero al film d’esordio di Guillaume Gallienne, vero e proprio dominatore della serata con ben cinque premi, compreso quello per miglior opera prima e miglior film (gli altri tre sono andati alla sceneggiatura non originale, al montaggio e allo stesso Gallienne come miglior attore). Unica consolazione per il film vincitore del Festival di Cannes è il César come migliore attrice emergente alla meravigliosa Adele Exarchopoulos (mentre l’eccellente Lea Seydoux non è sembrata molto felice quando a ricevere il premio di miglior attrice è stata l’imprevedibile Sandrine Kiberlain di “9 mois ferme”). Il miglior attore emergente è invece Pierre Deladonchamps, protagonista de “Lo sconosciuto del lago”. A mani vuote anche Kechiche, che si è visto sfilare il César per la miglior regia dal collega Roman Polanski, premiato per la sua “Venere in pelliccia”. Le sorprese non finiscono qui: “Alabama Monroe” è il miglior film straniero, il film belga riesce nell’impresa di superare titoli del calibro di “Gravity”, “Django Unchained” e “La grande bellezza”, andrà così anche domenica a Los Angeles? A proposito di Oscar, il cortometraggio “Avant que de tout perdre”, in lizza anche per l’Accademy Award di domenica prossima, conferma il suo percorso trionfale, aggiudicandosi il premio nella categoria di appartenenza. Tante sorprese in una bella serata presentata dall’esuberante Cecille De France: aspettando gli Oscar di domenica, abbiamo già avuto un gustoso antipasto.

Una settimana ai Premi Oscar: chi vincerà?

Meno di sette giorni alla cerimonia di premiazione più seguita dell’anno: gli Accademy Awards. Chi vincerà l’Oscar, tra gli appassionati di cinema, è un argomento sul quale si discute già in autunno, si comincia a fare pronostici subito dopo le nomination, fino alla vigilia, dove le nostre previsioni (e il nostro tifo) saranno premiate o resteranno deluse. Andiamo a spulciare le categorie principali per vedere chi vincerà gli Oscar, chi dovrebbe vincerlo e perché. Tutte le nomination le trovate qui.

Miglior Film
Chi vincerà: Corsa a due tra “12 Anni Schiavo” e “Gravity”. La spunterà il primo.
Chi vorremmo che vincesse: “Her” e “Nebraska” sono i migliori film in lizza.
Chi manca: Incredibile l’assenza di “A proposito di Davis”, snobbato da tutte le categorie.

Miglior Regia
Chi vincerà: Alfonso Cuaron se lo merita tutto, e vincerà.
Chi vorremmo che vincesse: Il cuore dice Alexander Payne. Sarà per il prossimo film
Chi manca: Anche qui i Coen ci sarebbero stati bene, ma è una cinquina comunque meritevole.

Miglior Attore
Chi vincerà: Sembra decisamente l’anno di Matthew McConaughey.
Chi vorremmo che vincesse: Leonardo Di Caprio lo merita da anni. Arriverà il suo momento.
Chi manca: Joaquin Phoenix e Oscar Isaac non avrebbero sfigurato in questa bella cinquina. Ma chi togliere?

Miglior Attrice
Chi vincerà: Cate Blanchett se lo merita, quasi certa la sua vittoria.
Chi vorremmo che vincesse: Cate Blanchett, troppo brava.
Chi manca: L’eccellente Emma Thompson di “Saving Mr. Banks”.

Miglior Attore non protagonista
Chi vincerà: Probabilmente Jared Leto farà il paio con il premio a McConaughey per “Dallas Buyers Club”.
Chi vorremmo che vincesse: Lo strepitoso Michael Fassbender di “12 Anni Schiavo”.
Chi manca: Daniel Bruhl meritava una candidatura per la sua splendida interpretazione in “Rush”.

Miglior Attrice non protagonista
Chi vincerà: Lupita Nyong’o è magnifica in “12 Anni Schiavo”.
Chi vorremmo che vincesse: June Squibb è troppo simpatica, il nostro tifo andrà (inutilmente) a lei.
Chi manca: Il Festival di Roma ha premiato la voce di Scarlett Johansson in “Her”. Magari si sarebbe potuto fare un pensierino anche su di lei.

Miglior sceneggiatura originale
Chi vincerà: “Her” di Spike Jonze non può perdere contro “American Hustle”.
Chi vorremmo che vincesse: “Nebraska” di Payne, sarebbe il terzo Oscar alla sceneggiatura per lui (ma se vince Jonze siamo contenti lo stesso).
Chi manca: Quando si parla di sceneggiatura è impensabile non trovare i fratelli Coen.

Miglior sceneggiatura non originale
Chi vincerà: Probabilmente “12 Anni Schiavo”, ma forse non lo merita. Chance nulle per “The Wolf of Wall Street”.
Chi vorremmo che vincesse: L’Oscar del cuore è già assegnato a “Before Midnight”, gli altri non ci interessano.
Chi manca: L’assenza de “La vita di Adele” è semplicemente scandalosa.

Miglior film straniero
Chi vincerà: Vincerà Sorrentino con “La grande bellezza”, ma è stato graziato dall’assenza di Kechiche a causa di uno stupido cavillo del regolamento.
Chi vorremmo che vincesse: “Il sospetto” è un film meraviglioso, ma comunque saremo contenti per il cinema italiano.
Chi manca: “La vita di Adele” non è qui a vincere un Oscar strameritato solo perché il film è uscito in Francia a ottobre e non a settembre, come vuole il regolamento dell’Accademy.

Per quanto riguarda il resto, per il miglior film d’animazione vincerà “Frozen”, ma vorremmo tanto vedere ancora una volta l’Oscar a Miyazaki, mentre per quanto riguarda il miglior documentario dovrebbe vincere meritatamente “The Act of Killing”. Ad ogni modo per tutte le risposte bisognerà aspettare domenica notte. Preparate i caffè.