Capitolo 270

Casa nuova, vita vecchia: questo che state leggendo è il primo capitolo della mia vita da cinefilo scritto nella mia nuova dimora, ancora mezza vuota e invasa da pacchi e scatoloni, con la connessione internet del cellulare in attesa dell’allaccio, ma pronta ad una svolta epocale: per evitare di traslocare quattro pacchi pieni di dvd e per migliorare sensibilmente la qualità della visione, ho deciso che, lentamente e con 130 anni di ritardo, comincerò a trasformare la collezione di dvd in una collezione di blu ray. Ci vorranno pazienza e dedizione (e molti mercatini dell’usato), ma presto o tardi avrò la mia nuova collezione di film. Vi terrò aggiornati.

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Recensione “The Boys” (2019)

Solitamente tutto ciò che gira intorno ai supereroi mi annoia tremendamente. L’ultima serie di casa Amazon tuttavia fa eccezione, dando nuova linfa ad un filone di cui sono troppo poco competente per fare confronti, paragoni e analisi. Ad ogni modo è una serie riuscitissima, dove dietro ai costumi e ai superpoteri altro non c’è che un enorme specchio della società americana, basata sulla competizione, sul profitto, sull’ipocrisia cattolica e soprattutto, sul capitalismo (senza lasciare in secondo piano temi attuali negli States come i casi di molestie e il movimento “me too”). Inoltre per uno che non ama affatto i supereroi, non c’è niente di meglio che vederli dall’altra parte della barricata, come i veri antagonisti della storia, al tempo stesso però vittime della società privata alla quale appartengono, la Vought, che sfrutta al massimo le loro prestazioni e li condanna ad una vita che non si sono scelti (ma qui entriamo in un discorso molto più ampio e complicato sul ruolo del carnefice, sulle responsabilità di chi rende malvagi gli individui: la natura umana – o sovrumana, in questo caso – o la società in cui sono cresciuti).

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Recensione “Fleabag” (Stagione 1-2)

Nello slang inglese la parola Fleabag indica una persona scorretta e probabilmente non c’è titolo migliore per questa bellissima serie tratta da una piece teatrale scritta dalla protagonista Phoebe Waller-Bridge. In due stagioni (12 puntate in totale) la protagonista, una donna di cui non conosciamo il nome, tenta di sopravvivere alla problematica frenesia della sua vita, tra rapporti complicati con la famiglia, la morte della sua migliore amica e una sfera sessuale e sentimentale piena di fragilità.

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Recensione “La Fantastica Signora Maisel” (“The Marvelous Mrs. Maisel”, Stagione 1-2)

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Un bel giorno mi arriva un messaggio da una delle mie fonti più attendibili: “Guardati la Signora Maisel su Prime, te ne innamorerai”. Una premessa del genere meritava curiosità e attenzione, e così, senza sapere neanche di cosa parlasse, ho cominciato a vederla. Pochi giorni fa ho finito la seconda stagione e ora provo quel tipico senso di abbandono che ti assale quando finisci una serie che hai amato: fortunatamente la terza stagione è già in cantiere, anche perché dopo i vari premi ricevuti sarebbe impossibile non mandarla avanti (su tutti i Golden Globe come migliore serie tv commedia e i due consecutivi alla strepitosa protagonista Rachel Brosnahan).

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Recensione “Homecoming” (2018)

Se cercate una serie da vedere tutta d’un fiato, coinvolgente e al tempo stesso rapida, “Homecoming” è la risposta. Dieci episodi, ciascuno di circa trenta minuti, senza alcuna sotto-trama riempitiva, tutti ricchi di tensione e, nonostante il ritmo compassato, pieni di contenuti. La serie creata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg potrebbe essere un buon oggetto di studio per una scuola di sceneggiatura: sin da subito viene mostrata un’indagine a proposito di qualcosa che è successo, che però sarà rivelato solo nel finale, fornendoci puntata dopo puntata qualche elemento in più per assemblare il puzzle finale.

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Recensione “The Terror” (2018)

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In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “Last Flag Flying” (2017)

Richard Linklater è uno di quei motivi per cui vale la pena amare il cinema, la vita e tutto. Uno di quei registi con cui vorresti sederti al bancone di un bar e parlare del più e del meno, di cinema sicuramente, ma anche dell’ossessione nei confronti del tempo che passa, della bellezza del passato, quello stesso passato che, nel momento in cui lo vivevamo, ci sembrava poco interessante, di certo non migliore del presente che stiamo vivendo ora (e che invece ricorderemo tra qualche anno come un periodo bellissimo). Ho divagato un po’ e l’introduzione è stata un po’ arzigogolata, ma il concetto è questo: io a Richard Linklater voglio davvero un bene dell’anima. Il suo ultimo film, per argomento e tematiche affrontate, sembra discostarsi leggermente dal tipo di cinema a cui ci aveva abituato, ma in realtà ci sono tantissimi elementi tipici della sua filmografia: l’amicizia, il viaggio (inteso come muoversi insieme da un punto ad un altro, godendosi tutto ciò che si trova nel mezzo), la nostalgia per un periodo lontano, che comprende gli aneddoti, i ricordi, la malinconia di quei tempi in cui, mentre sorridi ricordandoli, ti scappa una lacrima.

Trent’anni dopo aver combattutto in Vietnam, l’ex marine Larry Shepherd ritrova i suoi compagni di una volta, lo sfacciato Sal Nealon e il reverendo Richard Mueller. Il motivo del viaggio è convincere i suoi amici di un tempo ad accompagnarlo al funerale di suo figlio, morto in azione durante la guerra in Iraq. Per i tre amici, che non si incontravano ormai da decenni, è l’occasione di ricordare i giorni più orribili e al tempo stesso più indimenticabili delle loro vite. Il tragitto porterà questi tre caratteri, diversi ma al tempo stesso complementari, a riscoprire alcuni aspetti delle loro vite che avevano ormai dimenticato, ma darà anche loro la possibilità di migliorare i giorni che restano.

Il mattatore della pellicola è senza dubbio Bryan Cranston, che raccoglie il “testamento spirituale” del personaggio di Bill Somawsky (lo straordinario Jack Nicholson de “L’ultima corvè”, film del 1973 di cui “Last Flag Flying” è il sequel ideale), permettendo al film di cambiare registro grazie agli sbalzi espressivi del suo personaggio. I suoi compagni di viaggio non sono certamente da meno: Laurence Fishburne, dismessi da tempo i panni di Morpheus, trova dopo molti anni un personaggio che gli permette di esprimere al massimo il suo talento; Steve Carell, protagonista di un’interpretazione che è tutto tranne che comica, ormai ci sta abituando piuttosto bene alla sua bravura in ruoli drammatici. Richard Linklater cade nuovamente su un errore piuttosto comune nella sua filmografia, un difetto che probabilmente non potrà mai essere risolto: tutti i suoi film, ad un certo punto, finiscono.