Recensione “Café Society” (2016)

Era dai tempi di “Midnight in Paris” che non si vedeva un film di Woody Allen così bello e soprattutto così ispirato. Forse è perché il regista newyorchese è tornato a parlare di ciò che conosce meglio: l’amore amaro. In questo suo quarantasettesimo (!) film ritroviamo molti dei segni caratterizzanti che hanno reso la filmografia di Allen unica nel suo genere, tra battute fulminanti, l’amore per New York e per la musica jazz, oltre ad una coppia di personaggi caratterizzati da quella malinconica anedonia che aveva reso indimenticabili pellicole come “Io e Annie” oppure “Manhattan”. Un film di ampia portata, ricco di personaggi, capace di svolte improvvise e decisi cambi di registro, seppur mantenendo un sottofondo pieno di ironia talvolta drammatica (“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi ci azzecchi”). Woody Allen divide la sua storia tra Los Angeles e New York negli anni 30, giocando con i cliché (la noiosa e artefatta vita di Hollywood, la criminalità che muove i fili nella Grande Mela), con le solite meravigliose frecciate a sfondo religioso e con una storia d’amore fatta di sguardi persi e sogni lontani.

Negli anni 30 il giovane Bobby, insoddisfatto della sua vita a New York, lascia la gioielleria del padre per trasferirsi a Hollywood, dove suo zio Phil è uno dei personaggi più influenti dello showbiz. Qui conosce la segretaria di suo zio, Vonnie, di cui si innamora. Ma il suo piano di sposarla e portarla a vivere a New York fallisce, motivo per cui il ragazzo deciderà di tornare nella sua città da solo per dirigere insieme al fratello gangster un locale che ben presto diventerà il ritrovo più frequentato dall’alta società newyorchese. Ma il passato, presto o tardi, ritorna.

Woody Allen evoca, attraverso l’età d’oro dei caffè e dei club alla moda dell’America post-proibizionismo, una storia d’amore romantica, tenera ma al tempo stesso amara e malinconica, in cui tutta la felicità del mondo ogni tanto si perde in una piccola pozza di memoria che lentamente sfocia nel soffuso ricordo di un passato mai dimenticato. Un film bellissimo.

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Capitolo 213

Ultimo capitolo di “Una vita da Cinefilo” prima delle vacanze estive. Ovviamente come decido di partire per le vacanze gli uffici stampa piazzano due-tre proiezioni tutte insieme. Poco male, recupererò alcuni di questi film a settembre, in sala. Per il resto approfitto di questo capitolo per augurarvi le migliori vacanze, con la promessa (o la minaccia, a seconda dei punti di vista) di ritrovarci prima che possiate dire “crostata di mirtilli” (citazione facile facile). A presto e continuate a vedere film, che tra le tante cose di questo mondo, questa è sempre una delle più belle.

Fast Food Nation (2006): Richard Linklater, tra quelli in attività, è senza dubbio uno dei miei registi preferiti. Per questo motivo ho approfittato di Netflix per vedere uno dei suoi film meno famosi, che sicuramente racchiude qualche spunto di riflessione decisamente interessante. Una serie di personaggi ruota intorno ad un’importante catena di fast food, dove gli interessi privati sono sempre più forti di qualunque questione morale. Il cameo di Ethan Hawke è probabilmente la cosa più bella del film: quando lui e Linklater si incontrano nasce la magia.

Pelé (2016): Biopic molto colorato e molto ben confezionato. Girato benissimo, è il classico film impeccabile al quale manca però un elemento fondamentale: il cuore. Sono comunque tante le scene degne di nota, su tutte la formazione brasiliana che palleggia tra le sale di un albergo (imitando un celebre spot della Nike di tanti anni fa, con i giocatori del Brasile che si passavano il pallone tra i corridoi di un aeroporto). Maradona (di Kusturica) è megli’e Pelé, che comunque resta un buon film.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Lo so, ne avevo già parlato nel capitolo scorso ma, con la scusa di farlo vedere alla mia ragazza, ho approfittato per vederlo una seconda volta. Stavolta si apprezza di più la parte iniziale, essendo già a conoscenza del finale, si capisce dove il film voglia andare a parare. Insomma, è ancora più bello. Decisamente la mia fissazione del periodo. A Linklater il merito di avermi messo in testa una canzone hip hop (“Rapper’s Delight”): non pensavo sarebbe mai successo.

Il piano di Maggie (2015): Sono sempre dell’idea che il cinema mi lanci continuamente dei segni. In questo caso Ethan Hawke che ascolta “Dancing in the Dark” di Springsteen prima del concerto di domani al Circo Massimo mi è sembrata una bella strizzatina d’occhio alla mia esistenza. Tutte stupidaggini, ovvio, ma lasciatemi il gusto di viverla così. Un film scritto e diretto da donne, decisamente femminile, ma molto piacevole. Julianne Moore è straordinaria, Greta Gerwig sempre grande.

Nati con la camicia (1983): La notizia della morte di Bud Spencer mi ha lasciato davvero senza parole. Mi restano i ricordi di un’infanzia felice, e la possibilità di rivedere i suoi film più belli. Questo è sempre stato uno dei miei preferiti, con la CIA, K1, “Ciao Grillo” e il mitico “Guarda là! Tiè!”. Eterno (e grande la colonna sonora di Micalizzi).

Il segreto dei suoi occhi (2009): Quello di Juan Josè Campanella è forse il film più presente tra i 213 capitoli di questa rubrica. Lo rivedo spesso, è vero, ma ogni volta è un’emozione fortissima. Lacrime calde ad ogni visione. Per me non sarà mai soltanto un film. Questa ennesima visione è dovuta al fatto che ho riletto per la seconda volta il libro dal quale è stato tratto, molto differente in realtà, molto più politico, ma decisamente simile nel mood malinconico e nostalgico. “Temo”.

It Follows (2014): Gran bella sorpresa. Un bel carico di angoscia, capace di evitare lo spavento facile per puntare forte sull’inquietudine, il che lo rende uno dei migliori horror che ho visto negli ultimi anni. Odio quei film che puntano su effetti sonori sparati a tutto volume all’improvviso al solo scopo di farti saltare in aria. Sono bravo pure io così. Questo per fortuna è differente, ed è davvero bellissimo. Il problema è che tornando a casa dal cinema ho visto un signore anziano che camminava verso di me come la “cosa” del film, e ho avuto un momento di panico. Tutto a posto comunque. Credo.

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Recensione “Tutti vogliono qualcosa” (“Everybody wants some”, 2016)

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Considerato il seguito spirituale di “Dazed and Confused” (in italiano “La vita è un sogno”), il nuovo film di Richard Linklater riprende molti dei temi cari al suo cinema: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’ossessione per il tempo che passa e la necessità di vivere ogni momento senza l’oppressione del domani. Il regista texano prende in prestito il titolo di una canzone dei Van Halen (“Everybody wants some!!”, per l’appunto) e torna dunque a rivivere quegli anni d’oro che tanto ricorrono nel suo cinema: con il film d’esordio, il già citato “Dazed and Confused”, Linklater ci raccontava l’ultimo giorno di liceo di un gruppo di amici; “Boyhood” invece si concludeva con l’arrivo al college del protagonista. Stavolta la storia si apre con l’arrivo in macchina della matricola Jake, raccontandoci l’incontro con i suoi compagni di squadra e l’inevitabile weekend fuori di testa prima dell’inizio delle lezioni.

1980. Dopo il liceo Jake, promettente giocatore di baseball, si trasferisce al college grazie ad una borsa di studio che gli permette di vivere nella stessa grande casa dove già alloggiano i suoi compagni di squadra. Mancano tre giorni all’inizio delle lezioni, tre giorni in cui Jake e i suoi nuovi amici, alcuni veterani, altri matricole come lui, si immergeranno in un tour de force di feste, serate, concerti, allenamenti e soprattutto nuovi incontri, nonostante i due dettami del coach: no alcool, no donne…

Una colonna sonora zeppa di classici del rock (da “My Sharona” dei Knack a “Heart of Glass” di Blondie, passando per i Devo, i Dire Straits e molti altri, inclusi ovviamente i Van Halen), un cast di giovani sconosciuti di talento e la solita attenzione per i dialoghi che, anche se a tratti rivelano la superficialità di alcuni personaggi, sono perfetti per la caratterizzazione di questo gruppo di giovani promesse, talenti spediti in una mischia dove la competizione è tutto, ma dove anche l’unione fa la forza. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore, e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. La vita è dunque una candela da bruciare da entrambi i lati, hic et nunc, senza freni, senza paura, con la mente aperta, dove i cliché si confermano ma al tempo stesso si ribaltano, e dove una telefonata in split screen ci gonfia l’anima di magia. Come afferma uno dei protagonisti nel finale, stravolto dopo l’ennesima nottata fuori dall’ordinario: “Sarà un anno bellissimo”. Tanta nostalgia, in senso buono, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Festival di Roma 2013 (Giorno 5): “Out of the furnace” è la prima delusione

Dalla serie: facciamoci del male. Oggi ho dato il meglio di me: cinque film, quasi uno dietro l’altro (salvo una sacrosanta pausa nel primo pomeriggio). Come vedete, ne sono uscito fuori, certo, mi sembra di avere gli occhi di uno che ha appena detto a Mike Tyson che è un idiota, ma “sono vivo, e non ho più paura” (come direbbe il soldato Joker). Bando alle ciance, passiamo ai film. Come sapete, o forse no, in ogni Festival che si rispetti c’è un film atteso che si rivela una delusione: oggi l’abbiamo trovato, e ce lo siamo tolto di mezzo. Sto parlando di “Out of the fornace”, di Scott Cooper (già regista del bellissimo “Crazy heart”): nonostante un insieme di splendidi nomi nel cast, composto da Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Saldana, Willem Dafoe, Forest Whitaker e Woody Harrelson, il film dà continuamente la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di già visto e rivisto, trito e ritrito. Fino ad una resa dei conti finale che tutto fa tranne che appassionare. Si potrebbe quasi dire che la cosa migliore del film è “Release” dei Pearl Jam sui titoli di coda… Come già detto, Christian Bale e Casey Affleck, che avrebbero dovuto tenere un incontro con il pubblico oggi all’Auditorium, hanno disertato il Festival, lasciando Scott Cooper da solo. Non si fa così.

Tra gli altri film in concorso presentati oggi c’era il romeno “Quod erat demonstrandum” di Andrei Gruzsniczki (…quasi rimpiango lo spelling di McConaughey) e l’italiano “I corpi estranei” di Mirko Locatelli. Il primo è sì un po’ lento, ma ha stile, uno splendido bianco e nero e una regia solida alle spalle: ambientato nella Romania di Ceausescu, è una storia di intercettazioni, sottotrame politiche, impicci vari (un matematico vuole pubblicare la sua ricerca su una nota rivista americana senza il permesso del governo, causandogli non pochi problemi). Ad ogni modo è riuscito, cosa che a quanto pare non si può dire del primo film italiano in concorso, in cui Locatelli cerca di fare il terzo dei fratelli Dardenne (così dicono in molti, ma prendete queste voci per quello che sono). Passiamo ai sogni: “Patema Inverted” di Yasuhiro Yoshiura, film d’animazione giapponese in concorso nella sezione Alice nella Città, è una bellissima favola di fantascienza. Certo, fosse finita tra le mani di Miyazaki sarebbe potuto essere un capolavoro, ma tant’è. La storia non è tra le più semplici: la popolazione terrestre vive in un mondo sotterraneo, a causa di un esperimento fallito basato sull’inversione di gravità. Un giorno una ragazza, incuriosita dai racconti di un suo vecchio amico, va oltre la cosiddetta zona proibita, finendo su una parte di mondo in cui il popolo vive capovolto (e sotto il regime di una sorta di dittatura pseudo-militare). Qui incontra un giovane studente e insieme cercheranno di unire le due popolazioni. L’ho fatta semplice, ma la storia è ben più complessa, e senza dubbio ancora più interessante. Unico neo della proiezione l’ennesimo gruppo di studentelli cafoni, che hanno schiamazzato, urlato e fischiato per tutta la durata del film. Il grande problema di Alice nella Città è questo: è una sezione fatta per le scuole e per i ragazzi, ragazzi che spesso però non hanno nessuna voglia di vedere bei film, assuefatti alle stronzate mainstream che sono abituati a guardare. Scusate lo sfogo, ma quando ho sentito che durante la proiezione alcuni ragazzi hanno indossato le cuffie per ascoltare Eminem, mi sono cascate le braccia.

Torniamo ai film. Nella sua ultima proiezione il film dei Manetti (“Song e napule”, di cui abbiamo parlato domenica) fa registrare file chilometriche e sala stracolma di spettatori, spinti dall’ottimo passaparola (che ho contribuito personalmente ad alimentare). Altro film, presentato invece oggi ma comunque abbastanza apprezzato, è stato il francese “Je suis le mort” di Jean-Paul Salomé, in cui il protagonista accetta un lavoro come “morto”, nelle ricostruzioni delle scene del crimine da parte della polizia. La sua ossessione per ogni dettaglio impressiona la procuratrice magistrale e la aiuterà a risolvere un caso molto delicato. Io l’ho trovato carino, ma non manca chi l’ha definito “all’altezza di episodio di Don Matteo”. Cosa volete che vi dica. Ad ogni modo a chiudere questo quinto, intenso, giorno di Festival è arrivato il sangue di “The Green Inferno”, di Eli Roth (regista di “Hostel” e il celebre Orso Ebreo di “Bastardi senza gloria”). Il suo film, accolto un po’ freddamente dalla stampa, è una sorta di omaggio al celebre “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato. Qui le vicende si svolgono in Perù, dove un gruppo di ragazzi, finiti in Sudamerica per impedire la distruzione di una parte della giungla, finiscono tra le mani di una tribù di cannibali. Disgusta un po’, come nelle intenzioni del regista, ma niente di più.

Grande fermento per domani: “Gods behaving badly” (in cui un gruppo di dei dell’Olimpo si ritrova intrappolato in un appartamento di Manhattan) potrebbe essere la sorpresa del giorno, segnato dalla presenza di Wes Anderson all’Auditorium, che terrà nel pomeriggio un incontro con il pubblico. Atteso con curiosità anche l’arrivo di Daniel Pennac, che insieme al regista Nicolas Bary presenterà “Il paradiso degli orchi”, il film tratto dal primo romanzo della saga di Belleville (che vi consiglio vivamente di leggere, perché è qualcosa di meraviglioso). Ora, se permettete, mi butto a dormire. A domani.

Festival di Roma 2013 (Giorno 3): Joaquin Phoenix protagonista assoluto

Quanto ci piace il Festival quest’anno! Oggi è stata probabilmente la giornata più attesa, con l’arrivo all’Auditorium di Spike Jonze, Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson, regista e protagonisti del bellissimo “Her”, romantico, malinconico, sincero. Se ieri stavamo tutti dicendo che “Dallas Buyers Club” era il favorito per la vittoria finale, oggi c’è un nuovo grande nome. Il film di Jonze ha strappato lacrime e applausi, e probabilmente entrerà nella storia del Festival grazie ad una delle conferenze stampa più memorabili della storia della rassegna romana (ma di questo vi parlerò tra poco). Nel futuro iper-tecnologico di “Her” l’introverso Theodore non riesce ad accettare il divorzio dalla moglie che ama. Il nuovo sistema operativo del suo computer, Samantha (la voce è di Scarlett Johansson), lo ascolta e lo consiglia. I due, assurdo a dirsi, si innamorano. Nella testa e nelle idee di Spike Jonze c’è tutta la magia del cinema, gli applausi non solo sono più che meritati, ma addirittura doverosi. Da segnalare inoltre una colonna sonora indie dove, ad orecchio, ho avuto l’impressione di riconoscere anche gli Arcade Fire (per cui Jonze ha diretto alcuni video all’epoca dello splendido “The Suburbs”). La conferenza stampa, come dicevo, è stata memorabile: come previsto Scarlett Johansson si è presentata solo in serata per il red carpet, lasciando a Jonze, Phoenix e all’attrice Rooney Mara il compito di rispondere alle domande dei giornalisti. Ore 15.15, inizio del Joaquin Phoenix show. L’attore statunitense, da sempre un po’ sopra le righe, ride continuamente, scherza, si accende una sigaretta, non risponde alle domande borbottando una serie di sorridenti “fuck!”, chiama l’applauso del pubblico e dà l’impressione di divertirsi da matti. Noi abbiamo riso a crepapelle: “è valso la pena perdersi il primo tempo di Roma-Sassuolo”, dice qualcuno (ok, va bene lo ammetto, l’ho detto io). Da aggiungere che il nostro amato Phoenix si è poi presentato sul tappeto rosso in smoking e Converse All Star ai piedi. Idolo.

Ma la giornata non è finita qui. La grande sorpresa del Festival è il nuovo film dei Manetti Bros, “Song e’ Napule”, probabilmente il miglior film realizzato dai fratelli registi in tanti anni di onorata carriera. Il vero colpo di genio del Festival: spassoso, appassionante, il tanto atteso ritorno del “poliziottesco all’italiana”. In una Napoli un po’ grigia ma sempre rumorosa il talentuoso pianista Paco Stillo accetta un comodo lavoro in polizia. Ben presto il suo talento verrà però usato dal commissario per infiltrare il giovane pianista nella band del cantante neomelodico Lollo Love: il gruppo si esibirà in un matrimonio al quale parteciperà l’introvabile latitante della camorra Ciro Serracane. Risate a non finire, una Napoli reale e al tempo stesso assurda. Un applauso ai Manetti, gli unici in Italia ad avere il coraggio di proporre un cinema di genere, divertendo e divertendosi. Da non perdere.

Andiamo avanti: oggi è stata anche la giornata di “Metegol”, il nuovo film di Juan Josè Campanella. Davvero curioso vedere il regista del premio Oscar “Il segreto dei suoi occhi” alle prese con un film d’animazione per i più piccoli, ma l’argentino ha colpito ancora nel segno. “Metegol” si apre con una splendida citazione di “2001 Odissea nello Spazio”, in cui le scimmie preistoriche inventano il calcio giocando con il teschio di un animale. Nello stacco tra teschio e pallone arriviamo ai giorni nostri, in cui un padre racconta al proprio figlio la storia della sua cittadina. Nel film di Campanella tutto è possibile: i calciatori di un vecchio calciobalilla (Metegol, appunto, in spagnolo) prendono vita per salvare il paese da un calciatore ricco e vendicativo, che vuole raderlo al suolo per chiudere i conti con una sconfitta subita da bambino. Che bello ascoltare le risate dei più piccoli durante la proiezione, rovinata a mio parere dal 3D (i sottotitoli non sfruttavano la stessa tecnologia, il risultato è che i miei occhi stanno ancora chiedendo pietà).

Per il resto oggi sono stati presentati altri due film in concorso: il brasiliano “Entre nos” di Paulo e Pedro Morelli (definito “una legnata” da più di un collega) e la supercazzola portoghese “A vida invisivel”, di Victor Gonçalves. Per quanto riguarda Alice è arrivato a Roma il documentario realizzato da Marc Silver e Gael Garcia Bernal, “Who is Dayani Cristal?”, di cui abbiamo parlato meglio in questa recensione. E domani? Domani è un altro giorno, ora lasciatemi riposare un po’.

Spike Jonze e Joaquin Phoenix

Rooney Mara e Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix

Festival di Roma 2013 (Giorno 2): “Dallas Buyers Club” è già tra i favoriti

Secondo giorno di Festival e seconda levataccia. Sveglia alle 8, sonno a non finire, ma anche tanta voglia di scendere all’Auditorium. Stamattina c’erano due film che sono già tra i favoriti nelle rispettive categorie: “Dallas Buyers Club” di Jean-Marc Vallée (in concorso) e “En solitaire” di Christophe Offenstein (Alice nella Città).

Il primo è un classico film americano, ma nel senso buono: storia potente (“ovviamente” ispirata a fatti realmente accaduti), attori in stato di grazia, argomenti importanti (l’AIDS e soprattutto una denuncia nei confronti delle case farmaceutiche, spesso accusate di anteporre i propri interessi a quelli degli esseri umani). Insomma, il classico film che strappa applausi e dà un senso alla nostra lunga giornata. Inutile dirlo, è già tra i favoriti per la vittoria finale, così come lo è Matthew McConaughey per la migliore interpretazione maschile. Esagero: non è mai stato così bravo in tutta la sua carriera, e questo film potrebbe portarlo addirittura nella cinquina degli Oscar (spero solo che non vinca qui a Roma, per il semplice fatto che in tal caso dovrei nuovamente cercare di capire come si scrive il suo cognome). La storia si svolge negli anni 80 in Texas, dove Ron, cowboy sopra le righe, scopre di essere sieropositivo. Un film così avrebbe vinto probabilmente a mani basse la scorsa edizione del Festival, ma il motivo è semplice: lo scorso anno in concorso erano presenti solo anteprime mondiali. Quest’anno invece alcuni dei film selezionati sono già passati da altri Festival internazionali: è per questo che abbiamo in concorso film come “Dallas Buyers Club” (già passato tra gli applausi al Festival di Toronto, per dire). In pratica il direttore Muller, con questo passo indietro a proposito delle anteprime mondiali, non ha fatto altro che prendere la rincorsa per portare il Festival un po’ più avanti. Bene così.

“En solitaire”, in concorso nella sezione Alice nella Città, è la storia di una splendida regata intorno al mondo di Yann Kermadec, skipper francese in gara per la Vendée Globe (una delle competizioni più affascinanti al mondo). Il problema è che invece di essere in solitaria, come da titolo, la sua regata si trasforma ben presto in una “solitaria a due”, a causa di un giovane clandestino finito a bordo della nave (alzi la mano chi non sta pensando a “Chi trova un amico trova un tesoro”, con Bud Spencer e Terence Hill). Una splendida storia, avvolta da un’ambientazione meravigliosa (sempre tra le acque, dalla Francia al Sudafrica, fino a Capo Horn e quindi di nuovo in Francia). A dare il volto al protagonista è François Cluzet, noto tra gli spettatori italiani per la sua interpretazione in “Quasi amici” (ma in realtà dovreste recuperare molti titoli della sua filmografia, uno meglio dell’altro): l’attore francese oggi sarà presente al Festival, e sarebbe divertente far credere ai curiosi di turno che si tratta di Dustin Hoffman (la somiglianza è clamorosa). Una nota a parte per quel che riguarda l’accesso alla Sala Santa Cecilia, che quest’anno è tornata a far parte del Festival (lo scorso anno fu esclusa a causa della concomitanza con il Festival del Jazz): allora, tutti gli accreditati hanno accesso a tutte le sale dell’Auditorium, basta presentare il pass e via (giustamente, quando non si tratta di proiezioni per la stampa, l’accesso è permesso solo dopo l’entrata del pubblico pagante). Tutto ciò però non vale per quanto riguarda la Santa Cecilia: la politica dei biglietti per entrare in questa sala è qualcosa che va oltre l’umana comprensione. Se non fosse stato per l’ufficio stampa della Lucky Red (che distribuirà il film dal prossimo 21 novembre), appostato all’entrata per salvare gli accreditati dalla beffa, oggi molti di noi non sarebbero riusciti a vedere “En Solitaire”. Questo perché per gli spettacoli della Santa Cecilia anche gli accreditati devono disporre di un biglietto da ritirare nell’unica cassa disponibile dentro l’Auditorium, questo significa fare magari mezzora di coda per rimediare un tagliando per il film. “Assurdo” è il commento più frequente che si può ascoltare a proposito. Ma vabbè, fortuna che esistono uffici stampa previdenti (e buoni amici che a volte fanno la coda per te).

A segnare la giornata di oggi però sarà la passerella di Jared Leto, unico attore di “Dallas Buyers Club” a giungere a Roma. Già da stamattina, dietro le transenne del red carpet, una folla di ragazze urlanti, inneggianti ai 30 Seconds to Mars (la band dell’attore, per chi non lo sapesse). I cinefili magari aspettano con più interesse l’arrivo di Alex De la Iglesia, a Roma per presentare il suo spassoso horror “Las brujas de Zugarramurdi”, che ha già riscosso gli applausi della stampa in mattinata (a proposito di questo film vi dirò di più lunedì).

Ore 16.30. Per quel che riguarda il resto della giornata da segnalare file “chilometriche” per la proiezione pomeridiana de “L’ultima ruota del carro”, di cui vi ho già parlato ieri, l’incontro tra John Hurt e il pubblico, che sta avvenendo in questo momento, e un altro film in concorso, il messicano “Manto acuifero”, che ha ottenuto i primi fischi di questo Festival (nonostante le repliche di due giornalisti spagnoli, che lo hanno definito comunque “migliore delle vostre telenovelas italiane”, ed è tutto dire). Da parte mia, mentre sul red carpet sta sfilando il cagnolone protagonista di “Belle e Sebastien”, è arrivato il momento di concedermi una delle tisane che distribuiscono gratuitamente allo stand della Ricola.

Ore 01.00. Finalmente a casa, di ritorno dall’ultima proiezione di giornata: “Little Feet” di Alex Rockwell (categoria CineMaxxi) è una sorta di filmino di famiglia (i due bambini protagonisti sono i figli del regista) raccontato con grazia, tenerezza e amore per il cinema. Fa venir voglia di prendere una macchina da presa e divertirsi: Wes Anderson lo avrebbe amato da impazzire. In chiusura di Festival una notiziaccia: Scarlett Johansson, attesa domani in conferenza stampa, salterà l’incontro con i giornalisti (probabilmente andrà in Curva Sud a vedere Roma-Sassuolo) e si presenterà al Festival solo in serata, per sfilare sul red carpet. Poco male, ci accontenteremo di Joaquin Phoenix e Spike Jonze. E della Roma di Rudi Garcia in streaming, subito dopo…

Capitolo 207

Ottobre sta scivolando via, con le sue meravigliose giornate di sole, il compleanno del sottoscritto e la Roma che non smette di regalare emozioni. Ciò che resta sono i film, unici, quasi tutti bellissimi, che siamo riusciti a vedere durante questo mese così intenso. E ricordate (messaggio pubblicitario!) che potete sempre continuare a seguirmi sulla nuova pagina Facebook di Una vita da cinefilo.

Anni felici (2013): Adoro il cinema di Daniele Luchetti, il suo modo di raccontare non è mai ruffiano, ma sincero, mai pesante, sempre ironico. Ho amato tutti i suoi film e mi è piaciuto tantissimo anche questo, probabilmente il suo lavoro più personale, in cui il regista ci trascina con grazia e nostalgia negli anni 70 e nella sua infanzia, con una coppia di attori perfetti e ricordi di belle emozioni. “Indubbiamente erano anni felici, peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto.

Las acacias (2011): Film argentino costruito sul viaggio on the road di un camionista e di una ragazza madre. I due condividono la strada e il silenzio. L’arte di giocare sul filo del non detto. Piaciuto.

Basilicata Coast to Coast (2010): Film d’esordio di Rocco Papaleo, un’armata Brancaleone in marcia per la campagna lucana, tra amore e musica. Mi avevano tutti parlato bene di questo film, ed effettivamente è molto carino, nonostante sia un po’ strampalato. Ma in un film con Max Gazzè possiamo perdonare anche questo. Bellino.

Questione di tempo (2013): Io a Richard Curtis gli voglio proprio bene. Il regista di “Love Actually” e “I love Radio Rock” torna a farci innamorare dei suoi personaggi, come al solito immersi in un mondo in cui chiunque ha un briciolo di romanticismo in fondo all’anima vorrebbe vivere, almeno per qualche giorno. Bill Nighy come al solito sugli scudi, e ottima la colonna sonora (c’è addirittura Jimmy Fontana con Il Mondo!).

Momenti di gloria (1981): Beh, era il primo film ad aver vinto l’Oscar dopo la mia nascita e io ancora non l’avevo visto. La cosa migliore è la colonna sonora di Vangelis, perché il film è di una banalità sconcertante. Palloso, senza ritmo, non riesce a trasmettere i tormenti dei personaggi. Grande delusione.

La vita di Adele (2013): Il film dell’anno, né più, né meno. Se andate a vederlo e non vi piace, credo davvero che il cinema non faccia per voi. Anzi, credo che la VITA non faccia per voi. Capolavoro.

Una piccola impresa meridionale (2013): Il nuovo film di Rocco Papaleo è sì piacevole, onesto, ma forse un po’ troppo arruffato e in un certo senso meno fresco del carinissimo “Basilicata Coast to Coast”. La simpatia dei personaggi aiuta a conquistare una sufficienza pienissima. Si può guardare, ma magari di pomeriggio, quando i cinema costano di meno…

Before midnight (2013): Se non l’avete ancora fatto guardatevi “Before Sunrise” e “Before Sunset”, dopodiché godetevi quest’altro gioiello firmato da Richard Linklater, Ethan Hawke e Julie Delpy. La naturale evoluzione di una storia d’amore ordinaria, nata però in maniera straordinaria. Dietro Jesse e Celine c’è tanto delle nostre vite, di quegli alti che abbiamo vissuto (o che avremmo voluto vivere), di quei bassi che non siamo mai riusciti ad evitare. Probabilmente è proprio questo che rende la loro storia così credibile, e così emozionante.  Se poi non vi piace allora vi meritate Checco Zalone.

Oh boy, un caffè a Berlino (2012): ilm d’esordio di Jan Ole Gerster che sembra uscito dalla testa di Jim Jarmusch, ambientato in una magnifica Berlino in bianco e nero che profuma di Nouvelle Vague. Malinconico, a tratti assurdo, ma bellissimo. Se avessi soldi, tempo, talento, capacità e tutto ciò che serve per girare un film, penso che girerei qualcosa di molto simile a questo film. Da vedere.

Recensione “Lo sconosciuto del lago” (“L’inconnu du lac”, 2013)

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Miglior regia nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes: è questo il biglietto da visita di Alain Guiraudie, che arriva in Italia con un film certamente controverso, ma che senza dubbio affascina grazie al suo stile e alla capacità del regista di saper giocare con i meccanismi della tensione, del desiderio, del mistero. Si potrebbe definire un thriller sessuale, dove la natura è una presenza forte tanto quella dei suoi personaggi, e dove la presenza del mondo esterno è limitata al rumore del vento, di aerei di passaggio, dell’acqua del lago. L’emozione dell’amore e delle sue macchinose ossessioni alternate alla nuda crudezza del sesso, reiterata e continua, a sottolineare continuamente il contrasto tra il desiderio e la paura di esso.

La riva di un lago, durante le ferie estive, è il punto d’incontro per gay in cerca di sesso occasionale. Tra gli habitué del lago ci sono il giovane Franck, il depresso Henri e il misterioso Michel, l’uomo più ambito della comunità. Franck fa amicizia con Henri ma ben presto si innamora di Michel, pur sapendo che si tratta di un assassino. Franck si lascia comunque andare alla passione, spaventato dal pericolo ma deciso a vivere le sue emozioni fino in fondo.

Senza le scene di sesso esplicito il film potrebbe quasi essere un cortometraggio, ma è anche vero che senza quelle scene non sarebbe stato lo stesso film. Quello di Guiraudie è un cinema essenziale, nudo come lo sono fisicamente i suoi personaggi. Ogni sequenza inizia con un’inquadratura sul parcheggio, e ognuna di esse rappresenta l’inizio di una giornata. Il regista gioca sul filo della tensione, provoca e in qualche modo va alla ricerca di uno shock visivo ed emotivo nello spettatore, fino a giungere ad un finale vitale, spaventoso e al tempo stesso struggente. In un’ora e mezza e con pochissimi dialoghi riesce a caratterizzare i suoi personaggi, perfino il curioso ispettore di polizia o il guardone che si masturba (l’elemento comico del film, contrappeso ideale del lato drammatico). Un thriller senza dubbio originale per il tema e per la messa in scena, probabilmente caricato di sesso in maniera piuttosto esagerata, ma senza dubbio una pellicola che non lascia indifferenti.

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Una vita da cinefilo approda su Facebook!

Una vita da cinefilo, seguendo le orme di tanti “cugini” più importanti, approda finalmente su Facebook: d’ora in poi potrete seguire recensioni, articoli, rubriche e anche tante altre novità, come un album fotografico ad hoc, con le migliori frasi della storia del cinema. Inauguriamo la galleria con “Io e Annie” di Woody Allen. Nel frattempo vi aspetto anche su Facebook, basta cliccare sull’immagine in basso e poi Mi piace sulla pagina Facebook. Grazie!

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