Una Vita da Cinefilo Magazine – Numero 26

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Buon Compleanno UVDC!

Attenzione: questo è un post autocelebrativo. Abbiate pazienza, per favore.

Una Vita da Cinefilo nasce nel maggio 2008 sulla piattaforma Splinder, ormai sparita da tempo. Dopo quasi 500 articoli, il vecchio blog si è trasferito integralmente qui su WordPress, dove ha cominciato la sua seconda vita il 1° dicembre 2011. Oggi dunque sono sei anni che UVDC è diventato grande, sei lunghi anni in cui ho provato a raccontarvi un po’ quella parte della mia vita dedicata al cinema: una bellissima porzione, anche se ora, tra il lavoro (quello vero) e le altre milleduecento passioni, è sempre difficile trovare il tempo per vedere film e serie tv (diciamo che adesso sono arrivato a medie più umane, dieci anni fa, nel giro di 365 giorni, riuscivo a vedere qualcosa come 180 film al cinema, per dire). Sei anni in cui, mentre cambiavo case, abitudini, città e continenti, tre cose erano sempre con me: la macchina fotografica, Francesco Totti e questo blog.

Sapete qual è la cosa più soddisfacente? Più passano gli anni, più ho voglia di rendere questo spazio bello e interessante. La voglia c’è, riuscirci è un altro paio di maniche. Fatto sta che qui trovate cose che voi umani non potreste immaginarvi, come gli speciali dedicati ai direttori della fotografia, la rubrica Posterabilia, il magazine online, i capitoli di Una Vita da Cinefilo, che sono una delle cose che amo di più scrivere. Chi l’avrebbe detto che questo spazietto, nella mia mente nato come archivio digitale degli articoli che scrivevo per altre riviste, sarebbe diventato poi un piacevole punto d’incontro per molti di voi?

Grazie a voi tutti per esserci, per partecipare, per leggere queste un po’ goffe recensioni, spesso scritte più con la pancia che con la testa: in fondo ci sono già tanti siti che scrivono con la testa (e con molta più competenza), forse valeva la pena provare a fare qualcosa di diverso. La bella notizia è che qualcuno se n’è accorto: Una Vita da Cinefilo è da oggi sul numero di dicembre della rivista “8 e 1/2” (il magazine curato da Cinecittà), in cui siamo citati all’interno di una carrellata sui dieci blog più originali e interessanti del web. In un’epoca in cui l’esplosione dei cineblogger sta cambiando la critica italiana, fa piacere sapere di far parte, anche se con una minima dose, di questo cambiamento. Anche perché con questo blog non ci mangio, non ci faccio la spesa, magari sì, ci vedo un po’ di film gratis, ma più che altro ci nutro quella passione smisurata e talvolta un po’ folle che ho per il cinema.

La linea editoriale lo sapete, riflette ovviamente i miei gusti cinematografici: è molto più facile trovare la recensione di un film iraniano, di una pellicola sudamericana o di un mumblecore danese che quella di un blockbuster hollywoodiano, ma di certo non vedo il mio blog come un ritrovo per intellettuali, anzi: il cinema pop, da Tarantino a Star Wars, non manca di certo (come si nota anche dall’immagine di copertina). In poche parole, Una Vita da Cinefilo è uno spazio in cui poter parlare di cinema, d’autore e non solo, come si fa attorno al tavolo di un bar, tra amici appassionati: niente di più, niente di meno.

Tutto qui. Ogni tanto ci sta di fare il punto della situazione. Dunque spero che avrete voglia di sopportare tutto questo ancora per molto, perché io questo blog non lo mollo neanche se in cambio mi dovessero proporre la regia del prossimo Star Wars (dico così solo perché tanto non me la proporranno mai). Ma la cosa migliore è che non lo mollo pure se non lo dovesse leggere più nessuno. Basto io, che sono talmente schizofrenico da poter leggere gli articoli senza pensare che gli ho scritti io. Per fortuna non ce n’è bisogno: ci siete voi, non sarete tantissimi ma siete comunque parecchi, e vi tengo stretti.

Grazie di nuovo a tutti voi, per seguirmi qui, per i commenti sulla pagina Facebook, per sopportare le cazzate che scrivo su Twitter e per tutto il resto. Oggi va così, ma da lunedì si torna a parlare di cinema, ve lo giuro.

Buon compleanno, Una Vita da Cinefilo!

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 7

Svegliarsi la mattina dopo una vittoria della Roma è sempre una cosa bellissima, farlo dopo un 3-0 contro i campioni d’Inghilterra è un’esperienza ancora più esaltante. In questo splendido giorno di festa la mia mitica 600 blu è scivolata sul Lungotevere deserto con un grande sorriso sul cofano, finestrini abbassati e i gol di ieri sera della Roma urlati a tutto spiano dai radiocronisti. Per svegliarmi lungo il tragitto non c’è stato dunque bisogno né di Bruce Springsteen né dei Pearl Jam: son bastati i gol della Roma. Meglio di dodici caffè.

Oggi avevamo un po’ tutti riposto le nostre speranze cinematografiche in Steven Soderbergh, e il suo “Lucky Logan” non ha tradito le attese. Se da un lato non possiamo definirlo né un film molto originale, né tanto meno una pellicola “da festival” (se capite cosa voglio dire), dall’altro trovare un film per niente soporifero questa settimana è stata davvero una boccata d’aria fresca. La trama è piuttosto semplice: Channing Tatum e Adam Driver, i fratelli Logan, organizzano la classica rapina perfetta durante una gara automobilistica: tra personaggi sopra le righe (praticamente tutti) e situazioni paradossali, il film scorre che è un piacere. Soderbergh si autocita, girando una sorta di “Ocean’s Eleven” più rustico e caciarone ma altrettanto divertente. In particolare c’è stata una scena, in cui viene citato “Game of Thrones”, che ha fatto venir giù la sala dalle risate. Non è esattamente il film che vorrei vedere durante un Festival, ma con questi chiari di luna me lo prendo e me lo abbraccio senza starmi a lamentare troppo.

Roma dà il suo benvenuto a novembre con una meravigliosa giornata di sole, una di quelle giornate in cui chiudersi in sala a vedere film sembra quasi un insulto alla vita. Per questo motivo non ho combinato granché fino alle 14, in cui c’è stata la bellissima conferenza stampa di sir Ian McKellen. Gandalf  il Bianco (almeno per quanto riguarda l’abbigliamento) si è presentato sul palco della Petrassi in perfetto orario e ci ha fatto tutti innamorare di lui. Mi è piaciuta molto una frase a proposito della recitazione: “Quando reciti tu diventi quel personaggio e quel personaggio diventa te”. L’attore inglese ha poi intrattenuto il pubblico citando (su richiesta) una delle battute più celebri di Gandalf (“You… Shall not.. Pass!”) e dopo la conferenza si è fermato più del concesso a firmare autografi a tutti. Sarebbe stato bello andare anche all’incontro con il pubblico oggi pomeriggio, ma non si può volere tutto (leggasi: “ho preferito tornare a casa a farmi una pennichella”).

Ieri su queste pagine avevo annunciato i miei propositi fotografici, ovvero ritrarre un po’ di persone qui all’Auditorium. Ma veramente ci avevate creduto? Devo dire che per un paio di minuti c’avevo creduto pure io, dopo però sono rinsavito e mi sono seduto a prendere caffè come se non ci fosse un domani. Ma il domani in realtà ci sarà e, non essendo un giorno festivo, c’è il serio rischio di trovarsi di fronte ad un’altra giornata moscia. Ormai il modus operandi è piuttosto chiaro: le cose migliori ci sono durante i giorni festivi e prefestivi (Bigelow, Linklater, Gillespie durante il weekend, oggi Soderbergh e sabato prossimo Lynch), mentre nel resto della settimana bisogna essere un po’ fortunati nella scelta del film da vedere. Talvolta si pescano chicche, talvolta si ha a che fare con il classico “Film Valium”. Sono quasi tentato di andare a cercare (o meglio stalkerare) David Lynch in giro per Roma. Ho avuto delle soffiate (capirete che non posso dirvi nulla), ma aspetto qualcosa di più sicuro prima di allontanarmi dall’Auditorium alla ricerca di un Tulpa (chi ha visto l’ultima stagione di “Twin Peaks” capirà).

Se esistessero ancora i premi per film, regia, sceneggiatura e attori, senza dubbio la scelta ricadrebbe sui soliti noti di questi giorni: regia alla Bigelow, sceneggiatura a Linklater, Bryan Cranston e Margot Robbie per gli attori, miglior film se lo lotterebbero invece “Detroit” e “Last Flag Flying”. Invece c’è rimasto soltanto il premio del pubblico e secondo le nostre sensazioni la vittoria sarà del francese “C’est la vie” (che non ho visto, ma sembra abbia fatto sbellicare tutti dalle risate).

Oggi pomeriggio volevo restare all’Auditorium a scattare foto, ma poi nella mia testa è risuonata la voce di Gandalf a suggerirmi di andar via. Così, mentre camminavo con la macchina fotografica in mano e scorreva sul tappeto rosso la passerella dei The Jackal, dall’alto della struttura realizzata da Renzo Piano ho sentito forte e chiaro il messaggio che mi stava mandando lo stregone. Erano soltanto due parole: “Fuggite, sciocchi!”. E così ho fatto. A domani!

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 6

Sembrava una splendida mattinata: mi sono alzato alle 7 senza troppi patemi, non ho bruciato il caffè, non mi sono strozzato col plumcake, non sono scivolato nella doccia, non ho trovato 8 milioni di persone dentro la metro, il clima era gradevole e l’orario di arrivo all’Auditorium più che perfetto. Insomma, mancava solo Lou Reed ad improvvisarmi una “Perfect Day” lungo il tragitto (ma ammetto che far resuscitare Lou sarebbe stato un po’ complicato). Invece che è successo? Niente, ho completamente sbagliato la scelta dei film.

Quello delle 9 era il norvegese “Valley of Shadows”, di Jonas Matzow Gulbrandsen (detto anche “Jonas Ctrl+C/Ctrl+V”). Più che la valle delle ombre mi è sembrata la valle del sonno, e penso che mettere alle 9 del mattino un film norvegese con 6 o 7 dialoghi in tutto sia stata proprio una cattiveria. Eppure l’inizio prometteva benissimo: in una valle vicino ad una foresta, due bambini scoprono che alcune pecore sono state uccise durante una notte di luna piena. L’atmosfera del film fa il suo dovere, se prima aveva la mia curiosità, adesso aveva conquistato la mia attenzione. Poco dopo però il bimbo biondino, il protagonista, si lancia in un’avventura solitaria all’interno della foresta (con lo scopo di ritrovare il suo cane, sparito il giorno prima) e da là in poi ci saranno sì e no due dialoghi in tutto il film. Non che questo sia un difetto, per carità, però ho accusato duramente il colpo. La pellicola è girata bene, tecnicamente non le manca nulla, ma l’ho trovata davvero faticosa. Il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Infatti ora che sto film lo conosco, il solo pensiero mi terrorizza. Lupo ululà, sbadiglio ululì.

Alle 11 ho deciso quindi di affidare i miei occhi ad un film giapponese, perché si sa, il cinema orientale spacca. Vi dirò soltanto che “And then there was light” detiene un record per questa edizione del Festival: non ho mai visto tante persone uscire dalla sala prima della fine del film. I primi due spettatori se ne sono andati dopo circa 7 minuti, da là in poi ho assistito ad un esodo di massa senza soluzione di continuità. Io ho resistito poco più di un’ora (in compenso appena uscito fuori mi sono imbattuto in Dakota Fanning).

L’argomento del giorno qui all’Auditorium è senza dubbio l’incontro di ieri sera con Nanni Moretti, che secondo alcuni è stato un vero e proprio “one man show” sul cinema e sulla vita. C’è chi ha definito questo incontro come il migliore di sempre qui a Roma. Sarebbe stato proprio bello esserci. La giornata di oggi non offre molto e penso che il programma non sia stato realizzato in maniera molto logica: ci sono tre proiezioni in contemporanea alle 9, altre due o tre alle 11 e poi soltanto una alle 15 (e se quello delle 15 è un film che hai già visto o se non riesci ad entrare per la fila, c’è il rischio di restare a spasso fino alle 18, quando si è fortunati). Insomma, la mia scelta di venire al Festival solo dalla mattina fino a metà pomeriggio non sta pagando molto: non riesco a vedere molti film e il livello medio è piuttosto basso quest’anno (ed è molto raro che io affermi una cosa del genere, sono quasi sempre rimasto soddisfatto negli anni precedenti). I grandi picchi del weekend non sono sufficienti: siamo a martedì e gli unici ottimi film che ho visto sono “Detroit”, “Last Flag Flying” e “I, Tonya”. Tre film in sei giorni sono davvero pochissimi. Ad appesantire tutto ciò c’è anche l’inattesa delusione per i film della sezione “Alice nella Città”, normalmente garanzia di qualità con la sua programmazione da sempre celebre per le chicche e per le sorprese offerte in passato. Anche da questo punto di vista, per quel che ho potuto osservare, non c’è stato il salvagente che tanto speravo. Non buttiamoci giù tuttavia, restano ancora quattro giorni di film, domani arriva Soderbergh a tentare di risollevare lo spirito e soprattutto sabato prossimo David Lynch potrebbe farci dimenticare qualunque licantropo norvegese o strambo tizio vendicativo giapponese.

Domani ho in mente un reportage fotografico costituito da ritratti di persone presenti al Festival. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Auditorium, ma se state leggendo queste righe e domani avete in programma di venire al Festival io ve lo dico: acchittatevi, che io vi fotografo. In attesa dei film di domani, speriamo di aver finito con gli scherzetti: vogliamo un po’ di dolcetti.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 3

Che splendida giornata. Il primo sabato di Festival è sempre uno dei giorni più attesi dell’anno, anche solo per il semplice motivo che posso prendere la macchina per andare all’Auditorium. Un quarto d’ora da Garbatella a Flaminio: ecco cosa significa il sabato mattina. Odore di pane caldo dal forno sotto casa, Bruce Springsteen nello stereo della macchina, il primo sole del mattino che bacia Ponte Sisto, Castel Sant’Angelo e tutti i palazzi sulla rive gauche del Tevere. Alle 8.15 avevo già parcheggiato. Solo l’amore per il cinema potrebbe spingermi a tanto, ma a volte è proprio la città a sembrare un bel film.

La giornata cinematografica è cominciata alle 9 con “Stronger” di David Gordon Green, con un ottimo Jake Gyllenhaal. Il film racconta la storia di un ragazzo di 28 anni, il nostro Jake, che durante la maratona di Boston perse entrambe le gambe a causa dell’attentato del 2013. Io ho un debole per i film girati a Boston, o in Massachusetts (ancora devo capirne il motivo), ed è proprio per questo motivo che la pellicola era riuscita inizialmente a conquistarmi. Dico inizialmente perché dopo una bellissima prima parte piena di intensità e dolore, il film si trasforma lentamente in un saggio di retorica stellestrisce. Il riscatto di un Paese in costante bisogno di crearsi un eroe: oh, tanto hanno fatto che alla fine Jake Gyllenhaal dice: “Lo sapete che c’è? Fateme esse un eroe va”. E forza allora con gli abbracci, le strette di mano, i parenti dei militari e quelli dell’11 settembre. Resta un film girato molto bene, splendidamente interpretato dal signor Donnie Darko, che secondo me si va a perdere proprio nel finale, dove si poteva raggiungere lo stesso risultato evitando però le palate di retorica propinateci dal regista. Peccato. Continuo comunque ad amare l’ambientazione bostoniana, questo è più forte di me.

Il momento che attendevo di più, non soltanto oggi, ma in tutto il Festival (Lynch a parte, ne riparleremo tra sette giorni) era però “Last Flag Flying”, il nuovo film di Richard Linklater, che come ben sapete è uno dei miei registi preferiti in assoluto e anche uno dei 328 motivi per cui ha senso alzarsi al mattino. Tre ex-marine, nella fattispecie Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, si ritrovano dopo decenni per accompagnare uno di loro al funerale del figlio, ucciso durante la guerra in Iraq. Io penso che già soltanto mettere insieme Walter White di Breaking Bad, Morpheus di Matrix e beh, Steve Carell (in quanto Steve Carell) sia stata un’idea meravigliosa, aggiungendoci poi i dialoghi e le storie di Linklater diventa un qualcosa che non sai mai fino a che punto puoi definire commedia, perché è molto di più: c’è la critica politica (e antimilitarista), il contrasto tra religione e ateismo, la tipica riflessione sul tempo e sull’amicizia, sui rimorsi di un passato che non può essere recuperato ma soltanto preso ad esempio. E poi ci sono gli elementi da road movie, che nei film di Linklater non sono mai una componente secondaria. Non so se si è capito ma per me è stato un colpo di fulmine totale: Bryan Cranston è il mattatore della pellicola (cosa darei per andare a farmi un paio di birre con lui), neanche si fa in tempo a smettere di lacrimare per le risate che si comincia a lacrimare (metaforicamente) per l’intensità dei personaggi, per le loro storie, il loro passato, i tanti errori che li rendono umani a tal punto da volerli abbracciare. Non perdetevelo per nessun motivo.

Nel pomeriggio è arrivato sul red carpet nientepopodimenoche Mazinga, per la proiezione del nuovo film sul robottone della nostra infanzia. Per i corridoi dell’Auditorium mi sono imbattuto in un gruppo di cosplayer dei vari Tetsuya, Aktarus e compagnia bella. Il film, “Mazinga Z”, è stato un simpatico tuffo negli anni 80, inizialmente stavo considerando l’idea di abbandonare la sala, poi ho lentamente ripreso ad abituarmi ai personaggi e alle battaglie di robot che alla fine devo dire che mi è pure un po’ piaciuto. La cosa più bella però sono stati i bambini presenti tra il pubblico, che urlavano “che figata!” dopo un pugno atomico oppure applaudivano quando i personaggi dicevano che questo pianeta merita di essere salvato. Mi hanno dato un po’ di speranza, è stato bello, e soprattutto mi è sembrato di rivedere me stesso alla loro età, quando guardavo Mazinga in tv.

In serata la Roma ha chiuso in bellezza una giornata perfetta, che sarebbe stata ancora meglio se non avessi tutto questo sonno, ma non si può voler tutto. Da segnalare che nessuno oggi parlava di “Stranger Things”, segno che le minacce che ho lanciato nei giorni precedenti hanno funzionato. Meno male, non ho dovuto litigare con nessuno. Per ora. Ah, domani si dorme un’ora in più: sì, è proprio un bel weekend.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 2

Sveglia alle 7. Incredibile ma vero: è ancora buio. Esco di casa straordinariamente presto per evitare il caos dello sciopero dei mezzi e scopro che c’è davvero un mondo già vivo a quest’ora del mattino (ehi, ti ho sentito! Sì, tu che leggi, l’ho sentito quel “tacci tua” che hai appena detto!).

Oggi tre film per il sottoscritto e un altro incontro saltato, quello con il prodigio Xavier Dolan. La mattinata si è svolta all’interno del Teatro Studio, dove abbiamo aperto le danze con il francese “Tout nous separe”, un dramma con Diane Kruger e Catherine Deneuve. Dovete sapere che io amo follemente il cinema francese, insomma, diciamo che mi chiuderei in un bugigattolo per un mese solo con acqua, pane e film transalpini. Ecco, fatta questa premessa mi sento di poter dire a pieno titolo che questo film di Thierry Klifa mi ha lasciato piuttosto freddino. La storia è un po’ difficile da riassumere in poche righe: uno spacciatore sfrutta la tossica Diane Kruger, che è innamorata di lui, per farsi dare i soldi dalla ricca madre di lei, che è Catherine Deneuve. Con questo denaro il tipo deve pagare un debito con un boss della malavita. Diane Kruger, per sbaglio, uccide il suo ragazzo ma nessuno sospetta di lei, tranne un amico della vittima che non si lascia sfuggire l’occasione per ricattare la Deneuve. La donna dovrà farsi in quattro per trovare i soldi, aiutare la figlia e prendersi pure un po’ cura del ricattatore, preso di mira dal boss. Insomma, non mi è sembrato né carne né pesce: vuole essere un po’ thriller, un po’ dramma di provincia, alla fine non c’è moltissimo. Ad ogni modo mi ha tenuto sveglio per un’oretta e mezza, non è poco vista l’ora.

Quest’estate in Puglia ho scoperto che c’è un paese in provincia di Bari, Bitritto, che è simpaticamente chiamato Bitroit. Da allora ogni volta che sentivo nominare Detroit mi viene un po’ da ridere. Dopo aver visto però “Detroit” di Kathryn Bigelow, probabilmente non riderò mai più. Per ora è il miglior film visto a questa edizione del Festival. La storia narra degli scontri avvenuti a Detroit (ovviamente) nel 1967, causati dall’intervento della polizia in un bar privo di licenza, frequentato esclusivamente da neri. Il film sottolinea i destini di alcuni personaggi, tra cui il cantante di una band motown, un vigilante ed un poliziotto bianco. Si potrebbe definire il “Diaz” americano, con una macro sequenza all’interno di un motel che è un capolavoro di tensione, rabbia e angoscia. Se devo trovare un difetto penso che il finale sia un po’ troppo lungo (il film dura 140 minuti), si poteva tagliare qualcosa e lasciare in anticipo spazio alle tipiche scritte conclusive che ci raccontano che fine hanno fatto i personaggi in questione. Ad ogni modo è un film bellissimo, penso che ne sentiremo parlare durante la notte degli Oscar.

Durante la pausa pranzo ho fatto cadere una cinquantina di grammi di pasta col pesto su una sedia, durante uno dei miei classici numeri da morto di sonno. Nel frattempo decine di ragazzini cominciavano ad assediare l’Auditorium: si trattava dei cosiddetti “dolaners” (brrrr), ovvero i giovani fan di Xavier Dolan, già in fila sul red carpet in attesa del regista canadese. Neanche il tempo di rifiatare ed eccomi nella nuovissima Sala Google per il mio primo film della sezione Alice nella Città: la sigla d’apertura rasenta il capolavoro, ennesima conferma per questa categoria che ogni anno continua a crescere e a migliorarsi. Ho visto “Dreams by the sea”, una coproduzione tra Danimarca e Isole Far Oer: non male, anche se niente di particolarmente originale. Ma lo sguardo di Sakaris Stora, regista trentunenne al suo film d’esordio, è tenero, spesso chiuso sui primissimi piani delle sue brave protagoniste, quasi a volerle coccolare e proteggere. La storia è piuttosto lineare: su uno sperduto isolotto nordico una ragazzina passa una vita piuttosto grigia, per non dire “di merda”, anche e soprattutto per colpa dei genitori (i classici religiosi fomentati, in particolar modo la madre). Un giorno si trasferisce nel paese la scombinata famiglia di Ragna, ragazza ribelle, messa a dura prova dalla vita e dai problemi della madre alcolizzata. Le due diventano amiche e la ragazzina del posto, Ester, esce finalmente dal nido scoprendo i divertimenti e i sogni di avventure lontane. Come dicevo la storia non è niente di particolarmente originale, ma il film è godibile e piuttosto piacevole, anche se la totale mancanza di un raggio di sole mi ha messo abbastanza in difficoltà. All’uscita della sala ho poi trovato un cielo carico di pioggia, tanto per chiudere la giornata in allegria.

Mentre mi allontanavo dall’Auditorium, un platinato Xavier Dolan cominciava a calcare il tappeto rosso per la gioia dei suoi accoliti. Tra gli altri film presentati oggi va segnalato l’ultimo dei fratelli Taviani, “Una questione privata” (tratto da un racconto di Beppe Fenoglio) e il film inglese “The Party”, già presentato a Berlino lo scorso febbraio (e che io probabilmente recupererò lunedì). Sui Taviani ho percepito pareri deludenti, ma se posso cercherò comunque di recuperare il film domani pomeriggio, anche perché quando l’argomento è l’antifascismo io potrei restare davanti allo schermo per 239 ore senza mai annoiarmi. “The Party” invece ha riscosso ottime critiche (sempre secondo le mie più o meno fidate voci da bar, o uccellini, come li chiamerebbe Lord Varys di Game of Thrones): una commedia tutta girata all’interno di una stanza, ha l’aria di essere davvero un film imperdibile.

Per il resto oggi non c’è molto da segnalare, al contrario di domani dove arriva “Stronger” con Jake Gyllenhaal e soprattutto il nuovo film di Richard Linklater, che sto aspettando come un bambino aspetterebbe i regali di Natale (anche se purtroppo il regista non sarà al festival). Per i più nostalgici domani c’è anche il film di “Mazinga Z” e poi in serata gioca la Roma. Insomma, un programmino niente male: sempre meglio che stare a Detroit nel ’67.

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Capitolo 226

Le vacanze, ahimè, stanno per finire. Sento un coro di “era ora!” risuonarmi nelle orecchie, come il suono del mare all’interno di una conchiglia. Mi mancherà tutto questo da tempo da dedicare al cinema, che è sempre tempo ben speso. Si torna a Roma e agli affari di tutti i giorni. Il lato positivo è che tra poco riapriranno i cinema e ci saranno decine di nuovi film da vedere. Il lato negativo è che arriverò a fine agosto tipo Clint Eastwood quando Tuco gli fa attraversare il deserto ne “Il buono il brutto il cattivo”.

Ritorno al Futuro (1985): Ci sono alcuni film che potresti rivedere una volta al mese senza mai annoiarti. Ci sono film che quando passano in tv non puoi fare a meno di guardare ancora una volta. Ci sono film in cui mentre gli attori parlano, tu gli parli sopra, dicendo in perfetto sincronismo ogni singola battuta del film, a memoria. Ecco, Ritorno al Futuro è uno di quei film.

Giovani si diventa (2014): Noah Baumbach è senza dubbio uno dei miei registi preferiti dell’ultimo decennio. Questo film, girato tra il meraviglioso “Frances Ha” e il bellissimo “Mistress America”, è leggermente sottotono rispetto agli altri, ma resta comunque un ottimo prodotto, divertente ma anche pieno di spunti interessanti. Perché, come dico sempre, si smette di essere giovani quando si smette di fare ciò che si ama.

Le Iene (1992): Una delle cose belle dell’estate è la programmazione televisiva. Una pioggia di capolavori cinematografici, forse per contrastare l’aridità del clima. L’esordio di Quentin Tarantino è una lezione di cinema: come riuscire a mettere un gruppo di personaggi dentro a un capannone e girare un film impeccabile. Straordinario.

Scoop (2006): Avevo visto questo film al cinema, mi era piaciuto, ma da allora non l’avevo più rivisto. Dopo lo strepitoso successo di “Match Point”, Woody Allen ha proseguito il suo filone londinese arricchendolo con questo nuovo titolo (e completando poi la trilogia con il deboluccio “Sogni e delitti”). Alcune trovate sono, neanche a dirlo, geniali: non sarà uno dei film più memorabili di Woody, ma per una calda serata estiva basta e avanza.

Natural Born Killers (1994): A volte capita di trovare uno di quei film che hai sentito nominare mille volte, di cui conosci tutto il cast e la crew, ma che, per un motivo o per l’altro, non hai mai visto. Finalmente lo vedi e poi dici: ora sì che l’ho visto! Oliver Stone lo gira in maniera senza dubbio originale, per usare un eufemismo, ma è un film talmente schizofrenico, pazzo, assurdo e follemente violento che alla fine lascia abbastanza freddini. Interessante, ma il mio cinema è altro.

I giorni del cielo (1978): Il mio cinema è altro, dicevamo. Beh, il mio cinema somiglia molto a questo di Terrence Malick. Esteticamente è un film di una bellezza pura, perfetta: non c’è un momento in cui si possa dire “qui poteva essere migliore”, oppure “questa inquadratura non mi convince”. Non si può dire niente del genere. Oscar alla fotografia per Nestor Almendros (ne riparleremo, ne riparleremo…), da far brillare gli occhi. E se tutte queste impressioni le ho avute vedendolo sullo schermo di un pc con 35° nella stanza, chissà come doveva essere vederlo in un cinema ben climatizzato, su uno schermo grande. Film stupendo.

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Capitolo 222

Normalmente cerco di scrivere un capitolo nuovo ogni volta che ho guardato almeno cinque film. Stavolta devo essermi distratto di brutto, perché andando a fare i conti delle pellicole viste dall’ultimo post, quasi non mi bastano due mani per farli entrare tutti. In questo dunque speciale capitolo dal triplo 2, tra cinema e Netflix, tra prime visioni e un solo rewatch, c’è così tanto cinema che io non so proprio come facciate a non innamorarvi follemente del mio blog. Diamoci dentro.

Scappa – Get Out (2017): L’opera prima di Jordan Peele viaggia a metà strada tra thriller e horror, prende senza indugi l’autostrada della suspense per fermarsi stabilmente nei vicoli dell’inquietudine. Non è un film eccellente, ma fa il suo dovere molto bene, è coinvolgente e piuttosto disturbante, al netto di un paio di scorciatoie di sceneggiatura che lasciano un po’ perplessi, ma tant’è. Non succede così spesso di fare il tifo sfegatato per il protagonista e di insultare gli antagonisti durante la visione.

Easy Rider (1969): Sempre incredibile da vedere. Probabilmente il road movie definitivo: siamo negli anni 60 ma la pellicola di Dennis Hopper è talmente avanti che ha tutta l’aria di esser stata girata una decina d’anni dopo. Psichedelico, libertino, folle: il cinema stava cambiando per sempre. Anche perché parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse…

Le cose che verranno (2016): Mia Hansen-Love è una regista che amo molto. Nei suoi film non succede quasi mai chissà che, ma il modo in cui racconta ogni cosa è così delicato e soffice da farci sentire totalmente avvolti dal suo cinema. Bello, e poi c’è Isabelle Huppert che vale sempre il prezzo del biglietto.

Nick & Norah (2008): Pescato su Netflix, è un buonissimo indie movie ambientato interamente durante una notte newyorkese. Amori adolescenziali e la ricerca di un concerto rock “fantasma” alla base di un film piacevole, godibile, costellato da belle canzoni. Piaciuto.

Wiener Dog (2016): Altro film trovato su Netflix, ma stavolta sono rimasto piuttosto deluso. Un bassotto che cambia continuamente padrone è soltanto il pretesto per raccontare storie di persone di vario genere. Parte bene, poi si perde un po’ per strada. Ottimo cast (la presenza di Greta Gerwig mi aveva convinto a cliccare play), un po’ sprecato. Così così.

La vendetta di un uomo tranquillo (2016): Ma che bel film! All’inizio sembra prendere totalmente un’altra direzione mentre in realtà si rivela ben presto un film molto coinvolgente, pieno di ottime trovate e di bellissime inquadrature. Vincitore un anno fa del Premio Goya (gli Oscar spagnoli). Promosso a pieni voti.

Ubriaco d’amore (2002): In tanti mi avevano parlato bene di questo film di Paul Thomas Anderson che, per un motivo o per l’altro, non avevo mai avuto modo di vedere. Grazie a Netflix sono riuscito a recuperarlo e… beh, conferma decisamente il genio del regista. Adam Sandler sfodera una perfetta interpretazione drammatica: dovrebbe essere una storia romantica ma è davvero un film al di fuori di ogni definizione. Ottimo cast, bellissime trovate. Non convenzionale.

Personal Shopper (2016): Assayas non è mai scontato e banale e questo suo ultimo film lo è ancor meno. Non c’è niente da fare: è uno di quei rari casi in cui una pellicola ti accompagna a casa dopo l’uscita dalla sala, quando non riesci nemmeno a mettere la musica allo stereo della macchina perché hai voglia di restare in silenzio a pensare. Meraviglioso.

Acchiappafantasmi – Ghostheads (2016): Come ogni documentario sulla fandom di un film di culto, è abbastanza stucchevole: un’ora di nerd di primo livello che sbavano parlando di ogni cosa riguardante “Ghostbusters”. Io amo il film di Reitman alla follia, ma un documentario sui suoi fan è una cosa quasi insopportabile. Mera operazione commerciale dedicata al lancio del nuovo Ghostbusters al femminile.

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