Recensione “Lei” (“Her”, 2013)

Se “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è stata la miglior storia d’amore degli anni 2000, “Her” di Spike Jonze si candida seriamente ad essere una delle migliori (se non la migliore) di questo decennio: “L’amore è una specie di pazzia socialmente accettata”, afferma uno dei personaggi del film, e il punto è che tutto ciò suona talmente vero, talmente reale da poterci credere profondamente. Dopotutto, in una società in cui lo smartphone e i social network sembrano il centro di gravità delle relazioni umane, è davvero così strano pensare ad un futuro in cui finiremo per innamorarci del sistema operativo del nostro computer? Spike Jonze racconta la sua versione del futuro a tinte pastello, in cui solitudine e malinconia procedono di pari passo nel cammino verso il crepaccio dei ricordi. Se però è vero che “il passato è solo una storia che ci raccontiamo”, il futuro è qualcosa di talmente indefinito che da un lato ci affascina, dall’altro ci spaventa.

Theodore si è lasciato con sua moglie, ma non riesce a firmare le carte per il divorzio. La sua vita va avanti tra il lavoro (scrive deliziose lettere d’amore su commissione) e le canzoni malinconiche che accompagnano il suo ritorno a casa. L’uscita di un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale cambierà i suoi giorni: Samantha, la voce del suo computer, è al tempo stesso segretaria, confidente, amica, compagna di giochi, fino a diventare la sua amante. Theodore comincia così una storia d’amore con il suo sistema operativo: per entrambi sarà l’occasione di sondare le profondità dell’animo umano e le migliaia di sfumature di ciò che li circonda.

Se il cinema ci ha raccontato il futuro in centinaia di versioni differenti, il futuro – non così remoto – in cui si muovono i personaggi di “Her” sembra essere il più credibile mai visto sullo schermo. Spike Jonze sfrutta la straordinaria versatilità di Joaquin Phoenix per descrivere gli alti e bassi di una storia d’amore reale per quanto assurda; credibile, possibile, ma al tempo stesso utopica. Scarlett Johansson è invece la voce di Samantha, talmente intensa, divertita, sofferta, in una parola, reale, da essere premiata al Festival di Roma come migliore attrice. A completare l’opera ci ha pensato la magnifica fotografia di Hoyte Van Hoytema, e una delle migliori colonne sonore dell’anno, firmata da Arcade Fire e Karen O (“The Moon Song” è destinata ad essere una delle canzoni più belle di questo decennio cinematografico). Ecco cosa succede quando una storia d’amore incontra un talento visionario e geniale come quello di Spike Jonze: non abbiate paura ad abusare del termine “capolavoro”, perché probabilmente è di questo che si tratta.

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Una settimana ai Premi Oscar: chi vincerà?

Meno di sette giorni alla cerimonia di premiazione più seguita dell’anno: gli Accademy Awards. Chi vincerà l’Oscar, tra gli appassionati di cinema, è un argomento sul quale si discute già in autunno, si comincia a fare pronostici subito dopo le nomination, fino alla vigilia, dove le nostre previsioni (e il nostro tifo) saranno premiate o resteranno deluse. Andiamo a spulciare le categorie principali per vedere chi vincerà gli Oscar, chi dovrebbe vincerlo e perché. Tutte le nomination le trovate qui.

Miglior Film
Chi vincerà: Corsa a due tra “12 Anni Schiavo” e “Gravity”. La spunterà il primo.
Chi vorremmo che vincesse: “Her” e “Nebraska” sono i migliori film in lizza.
Chi manca: Incredibile l’assenza di “A proposito di Davis”, snobbato da tutte le categorie.

Miglior Regia
Chi vincerà: Alfonso Cuaron se lo merita tutto, e vincerà.
Chi vorremmo che vincesse: Il cuore dice Alexander Payne. Sarà per il prossimo film
Chi manca: Anche qui i Coen ci sarebbero stati bene, ma è una cinquina comunque meritevole.

Miglior Attore
Chi vincerà: Sembra decisamente l’anno di Matthew McConaughey.
Chi vorremmo che vincesse: Leonardo Di Caprio lo merita da anni. Arriverà il suo momento.
Chi manca: Joaquin Phoenix e Oscar Isaac non avrebbero sfigurato in questa bella cinquina. Ma chi togliere?

Miglior Attrice
Chi vincerà: Cate Blanchett se lo merita, quasi certa la sua vittoria.
Chi vorremmo che vincesse: Cate Blanchett, troppo brava.
Chi manca: L’eccellente Emma Thompson di “Saving Mr. Banks”.

Miglior Attore non protagonista
Chi vincerà: Probabilmente Jared Leto farà il paio con il premio a McConaughey per “Dallas Buyers Club”.
Chi vorremmo che vincesse: Lo strepitoso Michael Fassbender di “12 Anni Schiavo”.
Chi manca: Daniel Bruhl meritava una candidatura per la sua splendida interpretazione in “Rush”.

Miglior Attrice non protagonista
Chi vincerà: Lupita Nyong’o è magnifica in “12 Anni Schiavo”.
Chi vorremmo che vincesse: June Squibb è troppo simpatica, il nostro tifo andrà (inutilmente) a lei.
Chi manca: Il Festival di Roma ha premiato la voce di Scarlett Johansson in “Her”. Magari si sarebbe potuto fare un pensierino anche su di lei.

Miglior sceneggiatura originale
Chi vincerà: “Her” di Spike Jonze non può perdere contro “American Hustle”.
Chi vorremmo che vincesse: “Nebraska” di Payne, sarebbe il terzo Oscar alla sceneggiatura per lui (ma se vince Jonze siamo contenti lo stesso).
Chi manca: Quando si parla di sceneggiatura è impensabile non trovare i fratelli Coen.

Miglior sceneggiatura non originale
Chi vincerà: Probabilmente “12 Anni Schiavo”, ma forse non lo merita. Chance nulle per “The Wolf of Wall Street”.
Chi vorremmo che vincesse: L’Oscar del cuore è già assegnato a “Before Midnight”, gli altri non ci interessano.
Chi manca: L’assenza de “La vita di Adele” è semplicemente scandalosa.

Miglior film straniero
Chi vincerà: Vincerà Sorrentino con “La grande bellezza”, ma è stato graziato dall’assenza di Kechiche a causa di uno stupido cavillo del regolamento.
Chi vorremmo che vincesse: “Il sospetto” è un film meraviglioso, ma comunque saremo contenti per il cinema italiano.
Chi manca: “La vita di Adele” non è qui a vincere un Oscar strameritato solo perché il film è uscito in Francia a ottobre e non a settembre, come vuole il regolamento dell’Accademy.

Per quanto riguarda il resto, per il miglior film d’animazione vincerà “Frozen”, ma vorremmo tanto vedere ancora una volta l’Oscar a Miyazaki, mentre per quanto riguarda il miglior documentario dovrebbe vincere meritatamente “The Act of Killing”. Ad ogni modo per tutte le risposte bisognerà aspettare domenica notte. Preparate i caffè.

Comincia la corsa agli Oscar 2014: previsioni e voci di corridoio

Mancano due mesi alle nomination ufficiali (verranno annunciate il 16 gennaio) e tre mesi e mezzo alla cerimonia degli Oscar (che si svolgerà il 2 marzo): manca ancora molto, ma la corsa alla statuetta è già cominciata. A darsi battaglia per il premio cinematografico più ambito avremo grandissimi film e straordinari attori: andiamo a vedere, per quanto riguarda le categorie principali, le possibili nomination.

Miglior film: Per il momento si parla di una lotta a due tra “Gravity” di Alfonso Cuaron e “12 years a slave” di Steve McQueen. I possibili outsider sono i due film con Tom Hanks (“Captain Phillips” e “Saving Mr. Banks”), e i due film importanti che devono ancora uscire negli Stati Uniti, ovvero “American Hustle” di David O. Russell e soprattutto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese. Tra i dieci candidati rientrerà quasi sicuramente anche questo splendido quartetto: “Nebraska” di Alexander Payne, “Her” di Spike Jonze, “Inside Llewyn Davis” dei Coen, “Blue Jasmine” di Woody Allen. Poche chance di vedere il capolavoro di Kechiche “La vita di Adele” e il bellissimo film di Vallée “Dallas Buyers Club”.

Miglior regia: Anche qui sembra che la statuetta sia contesa da Alfonso Cuaron (“Gravity” e Steve McQueen (“12 years a slave”), con il primo leggermente favorito. Quasi certa la presenza in nomination di Paul Greengrass (“Captain Phillips”), gli altri due posti nella cinquina saranno occupati da due dei seguenti registi: David O. Russell (“American Hustle”), Martin Scorsese (“The Wolf of Wall Street”), Alexander Payne (“Nebraska”), i fratelli Coen (“Inside Llewyn Davis”) e Woody Allen (“Blue Jasmine”). Poche chance per Spike Jonze (“Her”) e John Lee Hancock (“Saving Mr. Banks”).

Miglior attore: Annata meravigliosa per le interpretazioni maschili. Ci sono almeno dieci attori che meriterebbero l’Oscar, e che in quasi qualunque altro anno si sarebbero trovati quantomeno in nomination. Molto probabile che siano nominati per la prima volta lo straordinario Chiwetel Ejiofer di “12 years a slave” e Matthew McConaughey (“Dallas Buyers Club”), fresco vincitore del Festival di Roma come miglior attore. Più che probabile anche la presenza di due veterani come Robert Redford (“All is lost”) e Tom Hanks (per “Captain Phillips”, ma potrebbe anche vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista in “Saving Mr. Banks”). E come non nominare il vincitore di Cannes Bruce Dern (“Nebraska”)? Questa la cinquina più probabile, con alcuni eccellenti outsider: potrebbero rientrare nei giochi Leonardo Di Caprio (“The Wolf of Wall Street”), Joaquin Phoenix (“Her”), Oscar Isaac (“Inside Llewyn Davis”) e Daniel Bruhl (“Rush”). Per quanto riguarda la categoria dei “non protagonisti”, gli unici certi della nomination sono come già detto Tom Hanks per “Saving Mr. Banks” e Michael Fassbender per “12 years a slave”. Probabile nomination anche per Jonah Hill (“The Wolf of Wall Street”), il quale però difficilmente potrà spuntarla per quanto riguarda la statuetta.

Miglior attrice: Un po’ più semplice la scelta per quanto riguarda le attrici. Praticamente certe della nomination sono la favorita Cate Blanchett (“Blue Jasmine”), Sandra Bullock (“Gravity”), Judi Dench (“Philomena”) e la solita Meryl Streep (“August: Osage County”). Il quinto posto in nomination se lo contenderanno Emma Thompson (“Saving Mr. Banks”) e la vincitrice di Cannes Berenice Bejo (“Il passato”). Poche chance per Amy Adams (“American Hustle”) e purtroppo anche per la straordinaria Adèle Exarchopoulos (“La vita di Adele”). Per quanto riguarda la miglior attrice non protagonista sicura nomination per Lupita Nyong’o (“12 years a slave”) e Oprah Winfrey (“Lee Daniel’s The Butler”). Probabile nomination (seconda consecutiva) per Jennifer Lawrence (“American Hustle”).

Miglior film straniero: Incredibile ma vero. Il capolavoro di Kechiche, “La vita di Adele”, trionfatore a Cannes, resterà fuori dai giochi per una stupida regola (il film straniero per entrare in gara deve uscire nel proprio Paese entro la fine di settembre, Adele è uscita in Francia soltanto a ottobre). Motivo per cui la scelta per il miglior film straniero si fa molto ardua. Probabile nomination per “Il passato” (Iran) di Asghar Farhadi, “Gloria” (Cile) di Sebastian Lelio e “Il sospetto” di Thomas Vinterberg. Ottime possibilità di entrare in cinquina anche per “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Ma qui le sorprese non mancheranno.

Miglior sceneggiatura originale: Qui abbiamo già quattro nomi certi, di quattro autori abituati a competere in questa categoria: “Her”, “Blue Jasmine”, “Nebraska” e “Inside Llewyn Davis”. Il quinto nome potrebbe essere quello di “Saving Mr. Banks” o forse di “American Hustle”. Ah, in tutto ciò stavamo quasi dimenticando il bellissimo “Before Midnight”.

Miglior sceneggiatura non originale: Certo della presenza in nomination “12 years a slave”, seguito subito dopo da “The Wolf of Wall Street”. Altri nomi papabili per la cinquina: “Captain Phillips”, “August: Osage County” e “Philomena”. Sarebbe bello trovare in cinquina anche “La vita di Adele” (che può competere in tutte le categorie tranne in quella come miglior film straniero).

Miglior film d’animazione: Per quanto ci riguarda, il vincitore deve essere Hayao Miyazaki per “The Wind Rises”, comunque certo della nomination. Nella cinquina probabile la presenza di “Frozen”, “Monster University”, “Cattivissimo Me 2” e forse del bellissimo “Ernest e Celestine”.

Non resta che aspettare il 16 gennaio per verificare effettivamente le nomination e ovviamente il 2 marzo per conoscere i nomi dei vincitori.

Festival di Roma (Giorno 8): Tempo di pronostici!

Oggi sono stati presentati gli ultimi film in concorso (l’italo-croato “Tir” e l’anglo-spagnolo “Another Me”, quest’ultimo tra i meno apprezzati film in concorso). Il Festival è praticamente agli sgoccioli, sale già un po’ di nostalgia per quelle quattro mura che ogni anno si trasformano in una seconda casa, alimentando in tutti noi appassionati o giornalisti la grande malattina che è il cinema. Si concluderà domenica con il film di chiusura di Benny Chan e le repliche dei film vincitori l’ottava edizione del Festival, una delle più interessanti di cui ho memoria (e ve lo dice uno che c’è sempre stato, dal 2006 con Scorsese e Di Caprio a quest’anno con Joaquin Phoenix e Wes Anderson). Domani, oltre al secondo film di Takashi Miike (“Blue Planet Brothers”, fuori concorso), sarà il momento di aggiornare il palmares del Festival: appuntamento alle 19 con la cerimonia di premiazione. Come sempre, chiuso il concorso, ci buttiamo sui pronostici. Spesso ci ho preso, altre volte ho sbagliato tutto. Vediamo un po’ come va stavolta, anche se i dubbi sono moltissimi.

Miglior Film: Qui c’è da chiarire una cosa, ovvero se “Her” e “Dallas Buyers Club” sono stati inseriti in concorso per dare maggiore prestigio al Festival, o per essere evidentemente premiati. Questo perché la loro qualità è senza dubbio superiore a qualunque altro film in concorso, nonostante il livello medio-alto delle altre pellicole. Di conseguenza, il mio favorito è sicuramente “Her” di Spike Jonze, ma in realtà chi vincerà? Tra i film “minori” l’outsider potrebbe essere “Volantin Cortao” dell’accoppiata Ayala-Jofré.

Migliore Regia: Scelta difficile anche qui. Belle regie se ne sono viste, dal Tayfun Pirselimoglu di “I’m not him” al romeno Andrei Gruzsniczki di “Quod erat demonstrandum”. Se non vincono gli americani (favoriti su tutto), allora la butto là: dico Guido Lombardi per “Take Five”.

Premio Speciale della Giuria: Come sopra. Se non vincono gli americani anche qui (quindi “Her” o “Dallas Buyers Club”, escludendo “Out of the furnace” che non mi è piaciuto), mi butto sul romeno “Quod erat demonstrandum”.

Miglior attore: Non ho dubbi, fosse per me il premio andrebbe allo strepitoso Joaquin Phoenix di “Her” (su cui non penso abbia dubbi anche il presidente di giuria James Gray, che ha lavorato con l’attore in due film). Ma siccome non sono io a dare i premi, la scelta potrebbe anche essere più “politica”, e cadere su un italiano (si vocifera il Filippo Timi de “I Corpi Estranei”, ma tenderei ad escluderlo).

Miglior attrice: Qui è un po’ più difficile. L’unico personaggio femminile veramente importante è la Sophie Turner di “Another Me”, ma il film è tra i peggiori del concorso, e questo potrebbe penalizzarla. E allora potrebbe forse vincere Helle Fagralid per “Sorrow and joy”.

Miglior interprete emergente: Beh, se non vince come migliore attrice, allora questo potrebbe essere il giusto premio per Sophie Turner. Oppure uno dei giovani protagonisti del cileno “Volantin Cortao”?

Miglior contributo tecnico: La sparo: il direttore della fotografia di “I’m not him” oppure quello di “Quod erat demonstrandum”.

Migliore sceneggiatura: Vabbè, fosse per me e per tutti noi un premio di questo tipo lo darei direttamente nelle mani di Takashi Miike per lo strepitoso “The Mole Song”, frizzante, assurdo, totalmente folle. Alla fine spero comunque che lo vinca “Her” (ma occhio a “Take Five”).

Premio del pubblico: Il pubblico non può non essersi innamorato del meraviglioso “Her” di Spike Jonze. Altri film non credo possano spuntarla (ma occhio a “Dallas Buyers Club”).

Sophie Turner

Takashi Miike

Breve storia della regia cinematografica

1896-1914 – Il 28 dicembre 1895 nasce il cinema: Luis Lumiere, oltre ad essere l’inventore del cinematografo, fu anche operatore, produttore, distributore e proprietario dei mezzi di produzione; nonostante ciò non può essere definito un vero e proprio regista. Il primo autore completo della storia del cinema è stato probabilmente George Melies, un altro francese, creatore dello storico Le Voyage dans la Lune, che nel 1903 cambiò radicalmente il modo di intendere il cinema. Fino alla metà degli anni 10 nei film ancora non comparivano titoli di testa, semplicemente un cartello che indicava il titolo e il marchio della casa di produzione. Alle origini del cinema il ruolo più importante era ricoperto dall’operatore, la sua funzione era fondamentale visto che i film si basavano quasi esclusivamente sulla nitidezza dell’immagine e sulla bellezza dell’inquadratura: di anno in anno, il cinema però cambiava, si stava evolvendo. Per diventare un’arte autonoma c’era bisogno di liberarsi dell’influenza del teatro: nel momento in cui avvenne questo distaccamento cominciò a nascere il vero linguaggio cinematografico e i primi capolavori: su tutti Nascita di una nazione (1915) e Intolerance (1916), di David Wark Griffith, che introdusse diverse tecniche fondamentali come il montaggio alternato di scene diverse, il carrello e i piani di ripresa. Dal punto di vista tecnico e meccanico gli inventori del cinema furono Edison e Lumiere, ma come nuovo linguaggio e nuova forma artistica e narrativa il vero inventore va considerato proprio Griffith.

1915-1928 – Il cinema è ormai un’arte dominata dalla figura del regista creatore indipendente, che ha l’ultima parola su tutto ciò che riguarda il film. In questo periodo si manifestano due diverse tipologie di registi: il regista-autore (che si occupa personalmente di tutti i ruoli) e il regista supervisore (allo stesso tempo regista e produttore del film). Proprio verso la fine di quest’epoca avviene il passaggio dal director-unit system (un sistema in cui tutto verte intorno alla figura del regista) al central producer system, ovvero a una produzione centralizzata in cui la divisione del lavoro è strutturata in dipartimenti, mentre la progettazione e la responsabilità del film sono affidate al produttore. Si lavora esclusivamente nei teatri di posa rinunciando alla mobilità offerta dalle riprese in esterni. Intanto in Europa i principali registi sovietici (Vertov e Ejzenstejn su tutti) teorizzano sulla loro totale autorialità: tecnica, creativa, sperimentale e teorica, dove la fase del montaggio diviene la più creativa e importante all’interno della produzione di un film.

1929-1949 – Con l’avvento del sonoro gli studios acquistano gradualmente sempre più potere (il cosiddetto studio system) che corrisponde ad una graduale perdita d’indipendenza del regista, relegato al ruolo di semplice impiegato; tra il 1931 e il 1955 il sistema di produzione si baserà sul producer unit. In quest’epoca lo sceneggiatore diventa il collaboratore più importante per il regista, oltre a figura fondamentale per gli studios. Il più grande problema per il regista è il montaggio, dove non ha più parola, e dove non si può opporre se il produttore decide di cambiare scene o addirittura il finale di un film. I registi più potenti o si auto-producono in modo da decidere in prima persona, o (come faceva John Ford) usano un sistema di riprese detto “cut in the camera” (taglio in macchina), dove con le riprese il regista anticipa il montaggio lasciando senza alternative il montatore. La figura del regista sembrava essere finita con l’avvento della televisione e con il crollo dello Studio System, ma dall’Europa cominciavano a soffiare venti di cambiamento, che avrebbero restituito alla figura del regista il giusto peso.

1945-1969 – In Europa avviene una progressiva ripresa dell’iniziativa creativa e del ruolo di autore del regista grazie a due correnti fondamentali nella storia del cinema: il Neorealismo in Italia e la Nouvelle Vague in Francia. Il Neorealismo intende la figura del regista come creatore di una nuova idea del mondo e del cinema (storie di vita reale, attori non professionisti, riprese in esterni), portando alla ribalta autori come Cesare Zavattini, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Alla fine degli anni 50 è la Nouvelle Vague a rafforzare la nozione di regia in senso autoriale, grazie all’esperienza dei suoi registi, ex-critici cinematografici cresciuti tra le pagine dei Cahiers du Cinema di Andrè Bazin. Jean Cocteau fu tra i primi a teorizzare la libertà della regia e la concezione del regista come autore unico, attraverso due concetti di base: La camera-stylo (la macchina da presa per il regista doveva essere come la penna stilografica per lo scrittore) e la partecipazione libera dei giovani al cinema, che lanciò autori del calibro di Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol ed Eric Rohmer. Le teorie del cinema francese divennero patrimonio comune dei vari nuovi cinema che si imposero nel mondo: il Free cinema inglese, il New american cinema, il cinema Novo brasiliano, la Nova Vlna cecoslovacca, lo Junger deutscher film. La nuova figura del regista non rappresenta più qualcuno che impara un mestiere, ma è colui che studia per conoscere un’arte che ormai ha una sua storia.

1970-1995 – Lo stile cinematografico europeo ebbe una grande influenza sul cinema statunitense della cosiddetta New Hollywood, registi come Martin Scorsese, Brian De Palma, Francis Ford Coppola e Robert Altman subirono il fascino del cinema d’oltreoceano, riportando la cinematografia americana ai grandi livelli del passato. In tutto il mondo, con l’affermarsi della televisione la figura del regista cambia connotati, si disperde nell’universo dell’audiovisivo. Conseguentemente il regista comincia ad appartenere sempre di più ad un’elìte e la sua autorialità è riconosciuta dal potere acquisito grazie al successo di pubblico, che gli permette di esercitare controllo anche a livello manageriale e produttivo. Al giorno d’oggi, per la facilità con cui si possono sperimentare all’infinito combinazioni e accostamenti tra le inquadrature, il montaggio è diventato una sorta di seconda regia, un ruolo già sottolineato in passato da alcuni grandi registi come Stanley Kubrick e Sergio Leone.

2000-2008 – Con l’avvento delle telecamere digitali e grazie a programmi di montaggio (per computer) elementari e alla portata di tutti, è lo stesso spettatore a divenire regista, riuscendo ad ottenere facile visibilità per i propri lavori grazie all’enorme potenziale di Internet. Si crea così un filo rosso che lega il grande media Internet alla figura dello spettatore cinematografico e a quella del regista, ormai divenuto un ruolo che tende a sfuggire a ogni tipo di definizione, pur preservando alcuni requisiti fondamentali. Al giorno d’oggi il concetto fondamentale è che tutti possono fare cinema.

auteur-stanley_kubrick