Recensione “C’est la vie” (“Le Sens de la Fête”, 2017)

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Qualunque sia il nostro umore, non c’è davvero niente di meglio di una bella commedia corale, ben scritta, divertente e spassosa ma soprattutto non banale. L’accoppiata Eric Toledano e Olivier Nakache, dopo aver conquistato il mondo e il botteghino con il bellissimo “Quasi amici”, compie un altro piccolo miracolo: confermarsi autori di successo. Questa volta il pretesto per scatenare il loro talento comico è l’organizzazione di un matrimonio elegante, il dietro di quinte di una cerimonia dove ogni richiesta è un ostacolo, dove ogni momento può sorgere un problema diverso e dove la responsabilità di tutto è sulle spalle di una sola persona, qui interpretata dal sempre eccellente Jean-Pierre Bacri, direttore d’orchestra di un gruppo di attori affiatato e brillante.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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Cannes 2014: tutti i film in concorso, l’Italia c’è

Al momento sono 18 i film della selezione ufficiale del Festival di Cannes, che aprirà le danze il 14 maggio e chiuderà il 25. Solo a leggere i nomi dei registi in concorso vengono i brividi: Ken Loach, Jean-Luc Godard, Olivier Assayas, David Cronenberg, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Mike Leigh, Xavier Dolan, Nuri Bilge Ceylan, Tommy Lee Jones, Michel Hazanavicius e molti altri. A sorpresa c’è spazio anche per Alice Rohrwacher con il suo secondo lungometraggio, “Le meraviglie”. Non è meno interessante la sezione Un Certain Regard, che vede in concorso Mathieu Amalric, il film d’esordio di Ryan Gosling, Wim Wenders e l’ultimo film di Asia Argento, “Incompresa”. Quindi, a meno di sorprese (un paio di titoli potrebbero ancora essere aggiunti al concorso), nè Inarritu, nè Malick saranno sulla croisette, così come Woody Allen, Paul Thomas Anderson e Abel Ferrara. Occhio a “Coming Home” di Zhang Ymou, presentato fuori concorso, si parla già di capolavoro. Già dal manifesto, che omaggia l’Italia con una splendida immagine di Marcello Mastroianni, il Festival promette anche quest’anno di essere bellissimo.

Concorso
“Grace of Monaco” (Olivier Dahan)
“Adieu au langage” (Jean-Luc Godard)
“The Captive” (Atom Egoyan)
“Clouds of Sils Maria” (Olivier Assayas)
“Foxcatcher” (Bennett Miller)
“The Homesman” (Tommy Lee Jones)
“Jimmy’s Hall” (Ken Loach)
“La Meraviglie” (Alice Rohrwacher)
“Leviathan” (Andrei Zvyagintsev)
“Maps to the Stars” (David Cronenberg)
“Mommy” (Xavier Dolan)
“Mr. Turner” (Mike Leigh)
“Saint Laurent” (Bertrand Bonello)
“The Search” (Michel Hazanavicius)
“Still the Water” (Naomi Kawase)
“Two Days, One Night” (Jean-Pierre and Luc Dardenne)
“Wild Tales” (Damian Szifron)
“Winter Sleep” (Nuri Bilge Ceylan)

Fuori concorso
“Coming Home” (Zhang Yimou)
“How to Train Your Dragon 2”
“Les Gens du Monde” (Yves Jeuland)

Un Certain Regard
“Amour fou” (Jessica Hausner)
“Bird People” (Pascale Ferran)
“The Blue Room” (Mathieu Amalric)
“Charlie’s Country” (Rolf de Heer)
“Dohee-ya” (July Jung)
“Eleanor Rigby” (Ned Benson)
“Fantasia” (Wang Chao)
“Harcheck mi headro” (Keren Yedaya)
“Hermosa juventud” (Jaime Rosales)
“Incompresa” (Asia Argento)
“Jauja” (Lisandro Alonso)
“Lost River” (Ryan Gosling)
“Party Girl” (Marie Amachoukeli, Claire Burger and Samuel Theis)
“Run” (Philippe Lacote)
“The Salt of the Earth” (Wim Wenders and Juliano Ribeiro Salgado)
“Snow in Paradise” (Andrew Hulme)
“Titli” (Kanu Behl)
“Tourist” (Ruben Ostlund)

Breve storia della regia cinematografica

1896-1914 – Il 28 dicembre 1895 nasce il cinema: Luis Lumiere, oltre ad essere l’inventore del cinematografo, fu anche operatore, produttore, distributore e proprietario dei mezzi di produzione; nonostante ciò non può essere definito un vero e proprio regista. Il primo autore completo della storia del cinema è stato probabilmente George Melies, un altro francese, creatore dello storico Le Voyage dans la Lune, che nel 1903 cambiò radicalmente il modo di intendere il cinema. Fino alla metà degli anni 10 nei film ancora non comparivano titoli di testa, semplicemente un cartello che indicava il titolo e il marchio della casa di produzione.
Alle origini del cinema il ruolo più importante era ricoperto dall’operatore, la sua funzione era fondamentale visto che i film si basavano quasi esclusivamente sulla nitidezza dell’immagine e sulla bellezza dell’inquadratura: di anno in anno, il cinema però cambiava, si stava evolvendo. Per diventare un’arte autonoma c’era bisogno di liberarsi dell’influenza del teatro: nel momento in cui avvenne questo distaccamento cominciò a nascere il vero linguaggio cinematografico e i primi capolavori: su tutti Nascita di una nazione (1915) e Intolerance (1916), di David Wark Griffith, che introdusse diverse tecniche fondamentali come il montaggio alternato di scene diverse, il carrello e i piani di ripresa.
Dal punto di vista tecnico e meccanico gli inventori del cinema furono Edison e Lumiere, ma come nuovo linguaggio e nuova forma artistica e narrativa il vero inventore va considerato proprio Griffith.

1915-1928 – Il cinema è ormai un’arte dominata dalla figura del regista creatore indipendente, che ha l’ultima parola su tutto ciò che riguarda il film. In questo periodo si manifestano due diverse tipologie di registi: il regista-autore (che si occupa personalmente di tutti i ruoli) e il regista supervisore (allo stesso tempo regista e produttore del film). Proprio verso la fine di quest’epoca avviene il passaggio dal director-unit system (un sistema in cui tutto verte intorno alla figura del regista) al central producer system, ovvero a una produzione centralizzata in cui la divisione del lavoro è strutturata in dipartimenti, mentre la progettazione e la responsabilità del film sono affidate al produttore. Si lavora esclusivamente nei teatri di posa rinunciando alla mobilità offerta dalle riprese in esterni. Intanto in Europa i principali registi sovietici (Vertov e Ejzenstejn su tutti) teorizzano sulla loro totale autorialità: tecnica, creativa, sperimentale e teorica, dove la fase del montaggio diviene la più creativa e importante all’interno della produzione di un film.

1929-1949 – Con l’avvento del sonoro gli studios acquistano gradualmente sempre più potere (il cosiddetto studio system) che corrisponde ad una graduale perdita d’indipendenza del regista, relegato al ruolo di semplice impiegato; tra il 1931 e il 1955 il sistema di produzione si baserà sul producer unit. In quest’epoca lo sceneggiatore diventa il collaboratore più importante per il regista, oltre a figura fondamentale per gli studios. Il più grande problema per il regista è il montaggio, dove non ha più parola, e dove non si può opporre se il produttore decide di cambiare scene o addirittura il finale di un film. I registi più potenti o si auto-producono in modo da decidere in prima persona, o (come faceva John Ford) usano un sistema di riprese detto “cut in the camera” (taglio in macchina), dove con le riprese il regista anticipa il montaggio lasciando senza alternative il montatore. La figura del regista sembrava essere finita con l’avvento della televisione e con il crollo dello Studio System, ma dall’Europa cominciavano a soffiare venti di cambiamento, che avrebbero restituito alla figura del regista il giusto peso.

1945-1969 – In Europa avviene una progressiva ripresa dell’iniziativa creativa e del ruolo di autore del regista grazie a due correnti fondamentali nella storia del cinema: il Neorealismo in Italia e la Nouvelle Vague in Francia. Il Neorealismo intende la figura del regista come creatore di una nuova idea del mondo e del cinema (storie di vita reale, attori non professionisti, riprese in esterni), portando alla ribalta autori come Cesare Zavattini, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Alla fine degli anni 50 è la Nouvelle Vague a rafforzare la nozione di regia in senso autoriale, grazie all’esperienza dei suoi registi, ex-critici cinematografici cresciuti tra le pagine dei Cahiers du Cinema di Andrè Bazin. Jean Cocteau fu tra i primi a teorizzare la libertà della regia e la concezione del regista come autore unico, attraverso due concetti di base: La camera-stylo (la macchina da presa per il regista doveva essere come la penna stilografica per lo scrittore) e la partecipazione libera dei giovani al cinema, che lanciò autori del calibro di Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol ed Eric Rohmer. Le teorie del cinema francese divennero patrimonio comune dei vari nuovi cinema che si imposero nel mondo: il Free cinema inglese, il New american cinema, il cinema Novo brasiliano, la Nova Vlna cecoslovacca, lo Junger deutscher film.
La nuova figura del regista non rappresenta più qualcuno che impara un mestiere, ma è colui che studia per conoscere un’arte che ormai ha una sua storia.

1970-1995 – Lo stile cinematografico europeo ebbe una grande influenza sul cinema statunitense della cosiddetta New Hollywood, registi come Martin Scorsese, Brian De Palma, Francis Ford Coppola e Robert Altman subirono il fascino del cinema d’oltreoceano, riportando la cinematografia americana ai grandi livelli del passato. In tutto il mondo, con l’affermarsi della televisione la figura del regista cambia connotati, si disperde nell’universo dell’audiovisivo. Conseguentemente il regista comincia ad appartenere sempre di più ad un’elìte e la sua autorialità è riconosciuta dal potere acquisito grazie al successo di pubblico, che gli permette di esercitare controllo anche a livello manageriale e produttivo. Al giorno d’oggi, per la facilità con cui si possono sperimentare all’infinito combinazioni e accostamenti tra le inquadrature, il montaggio è diventato una sorta di seconda regia, un ruolo già sottolineato in passato da alcuni grandi registi come Stanley Kubrick e Sergio Leone.

2000-2008 – Con l’avvento delle telecamere digitali e grazie a programmi di montaggio (per computer) elementari e alla portata di tutti, è lo stesso spettatore a divenire regista, riuscendo ad ottenere facile visibilità per i propri lavori grazie all’enorme potenziale di Internet. Si crea così un filo rosso che lega il grande media Internet alla figura dello spettatore cinematografico e a quella del regista, ormai divenuto un ruolo che tende a sfuggire a ogni tipo di definizione, pur preservando alcuni requisiti fondamentali. Al giorno d’oggi il concetto fondamentale è che tutti possono fare cinema.