Recensione “Il Club” (“El Club”, 2015)

Al contrario dei precedenti “Tony Manero”, “Post Mortem” e “No”, il nuovo film di Pablo Larrain, il più grande regista cileno della sua generazione, non si colloca in un preciso momento politico del suo Paese. Se questo trittico di film, differenti per tema, storia e modo di raccontare, avevano come unico grande denominatore i tempi della dittatura di Pinochet, l’ultima fatica di Larrain (Orso d’argento a Berlino) si dirige verso un ambito diverso, ma altrettanto grave: l’impunità. La società cilena recente, come molte altre società, si è fondata su una storia fatta di potere, di sottomissione, dove le potenze economiche, sociali, politiche e religiose hanno inflitto – e probabilmente continuano ad infliggere – grande violenza (fisica e/o psicologica), all’ombra del silenzio. In quest’ottica si inserisce perfettamente questo club di sacerdoti dispersi, un gruppo ristretto di preti che hanno dovuto abbandonare l’esercizio e sono finiti in esilio a causa dei loro peccati.

In una piccola città sul mare, lontana centinaia di chilometri dalla Capitale e dagli occhi dell’opinione pubblica, quattro sacerdoti vivono insieme all’interno di una casa isolata, dove non possono avere alcun tipo di contatto con l’esterno e soprattutto con altre persone. Ognuno di loro è stato mandato dalla Chiesa in questa sorta di casa-ritiro per nascondersi dal loro passato e per espiare i peccati commessi. Il loro fragile equilibrio viene interrotto dall’arrivo di un quinto uomo, che porterà con sé gli errori del passato e quei segreti che tutti avrebbero voluto nascondere.

Il film di Larrain si nutre dei tormenti dei suoi protagonisti, scaricandoli sullo spettatore, costretto impotente a subire. Non c’è redenzione, non c’è perdono: ci sono ricatti, paure, angosce, accuse. E quando sembra arrivare una parvenza di giustizia, arriva subito un’altra coperta, pronta a salvare il nome di un Potere che non mette mai la faccia sui suoi errori. Ottimo cinema: è sempre così quando si parla di Pablo Larrain.

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Recensione “Alabama Monroe” (“The Broken Circle Breakdown”, 2013)

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Come riuscire a conciliare musica country e tatuaggi, spiritualità e progresso, religione e scienza, vita e morte, il tutto all’interno di una storia d’amore terribilmente intensa? Chiedete a Felix Van Groeningen, regista di questo melodramma belga dal forte retrogusto statunitense. Un film che vive delle sue emozioni, in una struggente collezione di memorabili scene madri, rabbioso come il suo protagonista Didier (Johan Heldenbergh, autore dell’opera teatrale dalla quale è stato tratto il film), doloroso come la straordinaria Elise (Veerle Baetens, interpretazione pazzesca). Due persone diverse che si ritrovano unite dalla bellezza della musica, spinte verso l’infinito dalle gioie di una nuova vita da accogliere, infine messe duramente alla prova con l’elaborazione di un lutto impossibile da superare. E Dio che figura ci fa in tutto questo? Se Didier lo ripudia (anche per colpa di George Bush…), Elise ne abbraccia i piccoli segni, quelle illusioni e le bugie che racconta a se stessa per rendere più sopportabile la propria esistenza.

Elise gestisce uno studio di tatuaggi (“C’è sempre qualcosa nella vita che vale la pena mettere sul proprio corpo”), Didier è un musicista country (il genere bluegrass per l’esattezza) innamorato dell’America e delle sue infinite opportunità. Si innamorano all’istante, e vivono di quell’amore appassionato, incondizionato, travolgente, che porterà alla nascita della piccola Maybelle. Ma quando la bambina viene colpita da una malattia incurabile, il cerchio di felicità di questa coppia fuori dagli schemi comincia a spezzarsi.

La musica ovviamente non è mai in secondo piano e anzi talvolta ruba la scena ai personaggi, diventando addirittura perfetta quando si incarica di sostenerne le emozioni. Inoltre il contrasto tra l’allegria della musica country e l’elaborazione del lutto dei due protagonisti crea un racconto ancor più profondo, pieno di sentimento ma al tempo stesso mai banale, mai retorico, semplicemente carico ed eloquente. Una delle storie d’amore più efficaci, travolgenti e intense di questo decennio cinematografico, ma anche una delle più dolorose: resterà impressa come un tatuaggio.

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