Una vita da fumetto #7 – Matrix

Keep Calm

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Recensione “Old Boy” (2013)

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Perché girare il remake di un capolavoro? Ma soprattutto, perché farlo soltanto dieci anni dopo l’uscita dello stesso? Spike Lee, che negli ultimi anni ha fatto parlare di sé giusto per la sterile polemica contro “Django Unchained” di Tarantino, si butta in un’impresa pressoché suicida: riarrangiare in chiave stellestrisce il cult “Old Boy” di Park Chan Wook, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2004 (dove il presidente di giuria era, scherzo del destino, proprio Quentin Tarantino). Intendiamoci: il film di Spike Lee non è male, ha delle buone idee di regia, una bella fotografia, un eccellente protagonista (Josh Brolin strepitoso) e il tema della vendetta che ha sempre un suo fascino. Il problema è che risulta pressoché inevitabile paragonare la pellicola di Lee al film coreano, ed è qui che il regista newyorkese è costretto ad accusare il colpo: il suo “Old Boy” è privo della poetica e della poesia dell’originale, non ha la stessa potenza visiva né il medesimo fragore.

Joe Doucett è un pubblicitario alcolizzato, padre assente e, quel che peggio, una persona orribile. Una notte, ubriaco, viene rapito: si risveglierà nella stanza di un motel, che sarà la sua prigione per due decenni. Qui, senza sapere né il mandante né il movente del suo rapimento, viene a sapere che sua moglie è stata uccisa e che la polizia lo sta cercando per arrestarlo. Sua figlia di tre anni invece è stata adottata da una nuova famiglia. Dopo vent’anni Joe si ritrova libero, e le domande lo tormentano: chi lo ha rapito? Perché? E soprattutto, per quale motivo è stato liberato?

Nonostante un Brolin in stato di grazia, accompagnato da Elizabeth Olsen, Shartlo Copley, Samuel L. Jackson e Michael Imperioli (ricordate Spider di “Quei bravi ragazzi”?), il film di Spike Lee, anche se funziona, non colpisce nel segno. Ma se si cerca di riproporre una nuova versone di un cult di appena dieci anni fa, amato da pubblico e critica, si deve anche mettere in conto che il lavoro ne risentirà. Dopo il flop di “Miracolo a Sant’Anna”, Spike Lee torna con un remake che nessuno avrebbe mai dovuto fare. L’“Old Boy” americano sarà ricordato dunque come la riproposizione piuttosto ordinaria di un film straordinario: dov’è finito il meraviglioso regista de “La 25° Ora” e “Inside Man”?

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Recensione “Stanno tutti bene” (“Everybody’s Fine”, 2010)

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Nel 1990 Giuseppe Tornatore realizza il suo terzo lungometraggio, “Stanno tutti bene”, una riflessione all’italiana sulla famiglia e sui rapporti tra genitori e figli. Vent’anni dopo Kirk Jones piazza Robert De Niro al posto di Marcello Mastroianni e arrangia nuovamente la storia in una versione tutta americana che funziona un po’ a intermittenza, ma che in conclusione soddisfa, merito anche di un protagonista azzeccato e credibile, che il regista non fa che pedinare costantemente.

Frank ha lavorato una vita rivestendo cavi telefonici per assicurare un futuro ai suoi quattro figli, ed ora che è in pensione vorrebbe godersi la sua famiglia. Sua moglie, il vero legame tra lui e i suoi “bambini”, è però morta da otto mesi, e tocca a Frank adesso ritrovare i figli. Con una valigia e una macchina fotografica analogica, il nostro si sposta in lungo e in largo per gli Stati Uniti per raggiungere i figli, ognuno in una città diversa, per verificare che siano felici come gli raccontava sempre sua moglie.

Un uomo tragicamente attaccato al passato (sottolineato anche dall‘uso di una macchina fotografica compatta, “ancora con il rullino“, come gli viene rimproverato nel film), che nei suoi figli vede ancora i bambini di un tempo. Attraverso i cavi telefonici sui quali Frank ci ha rimesso anche la salute, scorrono le telefonate dei figli, che cercano di nascondere al padre una dura verità, convincendolo al contrario che stanno tutti bene: ma Jones ci insegna che è la verità il segreto della felicità a lungo termine. Impreziosita da una canzone originale di Paul McCartney (“(I Want To) Come Home”), la versione stelle e strisce di Kirk Jones mescola il road movie alla Alexander Payne con il buonismo di Frank Capra, ottenendo risultati migliori nel primo caso piuttosto che nel secondo.

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Recensione “Il cattivo tenente” (“Bad lieutenant”, 2009)

Nel 1992 Abel Ferrara trasformava Harvey Keitel nel cattivo tenente di una New York corrotta e allo stesso tempo mistica. Werner Herzog ripropone il personaggio stravolgendo però tutta la cornice: il tenentaccio stavolta ha i lineamenti di Nicolas Cage, che per suo volere ha spostato l’azione dalla Grande Mela alla New Orleans post-Katrina. Parlare di remake è fuori luogo: a parte il titolo e la caratterizzazione del personaggio, si tratta di due film totalmente differenti, motivo per cui non ci soffermeremo su banali paragoni.

In una New Orleans inondata da Katrina, Terence McDonagh ha appena salvato un uomo, rimediando una promozione a tenente. Ma nonostante il distintivo, la sua condotta non è delle più apprezzabili: dipendenze dalla droga, la febbre delle scommesse sportive, eccessi di protezione nei confronti della sua donna, continui abusi di potere. Nonostante ciò il suo istinto lo rende un poliziotto fuori dal comune, capace di rischiare e di manipolare ogni situazione a proprio vantaggio: l’uomo giusto per scoprire l’autore del massacro di una famiglia africana, anche se le pistole dei suoi nemici sono puntate contro di lui.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo film di Werner Herzog si contraddistingue nel contrasto tra ironia e cattiveria: Nicolas Cage è allucinato come non mai nei panni del tenente senza morale, per cui l’unica legge valida è quella che va a suo vantaggio. Le immagini di Herzog disgustano lasciando il sorriso sulle labbra, ad esempio quando il cattivo tenente minaccia una vecchietta togliendole l’ossigeno, allo scopo di estorcere informazioni dalla sua badante, accusando poi le donne per il loro egoismo nei confronti della società. Un film ricco di spunti stimolanti, incorniciato dalla bellezza di Eva Mendes e da un male di vivere in cerca di redenzioni a basso costo.

pubblicato su Superga Cinema

Recensione “Funny games” (2007)

Dieci anni dopo la prima versione di “Funny Games”, il regista tedesco Michael Haneke ha ripreso in mano la sua creatura più malvagia e pessimista, rigirandola scena per scena, inquadratura per inquadratura, aderendo totalmente alla sua opera precedente, di cui ha cambiato solo gli attori per permettere alla pellicola di raggiungere il pubblico anglofono (il precedente film era in tedesco), un tipo di pubblico (specie quello americano) che consuma e fruisce abitualmente la violenza al cinema.

L’incipit del film si impone agli occhi (e alle orecchie) dello spettatore con una forza e una potenza schiaccianti: il viaggio in macchina di una famiglia felice, cullata dalle soavi melodie di Handel, bruscamente interrotte (ma solo per gli spettatori) dall’irruzione di chitarre elettriche, percussioni martellanti e una voce strozzata che violentano i timpani del pubblico, lasciando intravedere il percorso di violenza che di lì a poco si andrà a sviluppare. Il resto è agghiacciante, è violenza inspiegabile, che fa più male proprio perché non ha un movente, perché trasforma chiunque, uomini, donne, bambini, in potenziali vittime: è questo che diventano i malcapitati Tim Roth, Naomi Watts e il loro pargolo, tenuti sotto il sadico giogo di due ragazzi all’apparenza puliti e perbene, ma che portano sui loro vestiti lindi e il sorriso infantile una cattiveria senza precedenti (a meno di non voler scomodare l’arancia kubrickiana, molto più sottile nella sua critica alla società contemporanea e decisamente di un altro livello dal punto di vista artistico). La violenza di Haneke è sempre fuori dal campo visivo dello spettatore, ma è comunque presente e ugualmente disgustosa, attraversa i sedili del cinema e avvolge fisicamente il suo pubblico, entrato a far parte del gioco del regista, che lo manipola e lo sfida scena dopo scena, anche a costo di spiazzarlo con gli sguardi in macchina del carnefice Michael Pitt e un telecomando che riavvolge una sequenza, ricordando allo spettatore che si tratta sempre e comunque di un’opera di finzione, di violenza non reale.

Un vortice di violenza che non dà scampo a nessuno: a chi guarda, complice e allo stesso tempo vittima; ai protagonisti, fisicamente umiliati dalla malvagità dei due ragazzi, che con il loro aspetto trovano la fiducia dei malcapitati, dai quali si presentano ogni volta con la richiesta di uova per i vicini, ripetendo una struttura che dà l’impressione di essere collaudata e, quel che peggio, funzionante. Un film che, nel bene o nel male, provoca emozioni forti, permettendo a Michael Haneke di proseguire la sua indagine pessimista sulla natura dell’essere umano.