Recensione “Tutti i soldi del mondo” (“All the money in the world”, 2017)

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Quando gli americani girano un film in Italia c’è sempre qualcosa che non mi convince: saranno tutte quelle vespe o le macchine della Fiat, saranno alcuni attori italiani, non lo so. Ma non è questo il punto. Eppure la storia, tratta da un reale fatto di cronaca, dovrebbe essere piuttosto intensa, gli attori abbastanza in palla, la regia senza dubbio ammaliante. Che vi devo dire, nonostante tutti questi elementi che faranno sicuramente apprezzare il film, a me non è piaciuto. E non è certamente colpa di Romain Duris o di Nicolas Vaporidis se sono stati scelti per interpretare due malviventi calabresi (sic), così come non posso prendermela con Ridley Scott se non è riuscito a trascinarmi negli eventi. Semplicemente, secondo me, c’è qualcosa che non va: in ogni momento provavo la sensazione che ci fosse una stonatura, una forzatura o un’esagerazione, a tal punto da farmi esclamare un vigoroso quanto ironico “Ma non mi dire”, nel leggere, sui titoli di coda, l’avviso che pur trattandosi di una storia vera il regista si è preso la libertà di romanzare alcuni accadimenti.

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Recensione “Sopravvissuto – The Martian” (“The Martian”, 2015)

Era dai tempi di “Mission to Mars” di Brian De Palma che il pianeta rosso non era protagonista di un film degno di questo nome. Per riportare in auge il nome di Marte ci voleva un altro grande regista, Ridley Scott, che dopo una serie di titoli non proprio eccellenti torna alla ribalta con una pellicola avvincente e intensa, ma al tempo stesso alleggerita dall’ironia di un ottimo protagonista, interpretato da Matt Damon, e da una colonna sonora accattivante che, tra le altre, ci accompagna con “Starman” dell’immancabile David Bowie e “Dancing Queen” degli ABBA.

In seguito ad una tempesta violentissima durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney, creduto morto dal suo equipaggio, viene abbandonato sul pianeta rosso. Mark però è sopravvissuto alla tempesta, e al risveglio si ritrova da solo sul pianeta deserto. Grazie al suo ingegno, al suo istinto di sopravvivenza e alla sua razionalità, Mark dovrà trovare un modo per coltivare cibo e comunicare con la Terra, sua unica speranza di salvezza.

Un film di fantascienza che ha dalla sua la carta vincente dell’ironia: il film non avrebbe retto per tutti i suoi 140 minuti senza le continue battute del “marziano”, soprattutto perché si tratta di un’ironia che mai per un momento è apparsa fuori luogo con il contesto del film. La pellicola di Scott regge il ritmo in ogni ambiente, che sia Marte, la Terra o l’astronave Hermes con l’equipaggio della missione: il film convince in ogni momento e, a parte qualche esagerazione nel finale, possiamo senza dubbio alzare i pollici e approvare, come farebbe il Fonzie tanto amato da Mark Watney: “Ehyyy”!

Recensione “Springsteen and I” (2013)

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Presentato in contemporanea in oltre cinquanta Paesi in tutto il mondo, il documentario prodotto da Ridley Scott e diretto da Baillie Walsh si nutre di passione, di sogni, di gente comune innamorata di qualcosa che va oltre la musica. Bruce Springsteen è energia, ispirazione, la colonna sonora di una vita. Nel 2010 lo stesso Ridley Scott aveva prodotto il celebre documentario “Life in a day”, in cui aveva proposto a videoamatori di tutto il mondo di filmare uno spaccato di un giorno preciso delle loro vite. Con il materiale ricevuto aveva poi costruito il film (grazie anche alla paziente direzione di Kevin MacDonald). “Springsteen and I” si basa sulla stessa idea: il film infatti è stato realizzato interamente con i filmati inviati dai fan del Boss dislocati in ogni angolo del mondo. Ognuno racconta un aneddoto riguardante la propria vita, influenzata da un legame profondo con le canzoni di Springsteen. Ciò che ne esce fuori è la storia di persone comuni, di età, sesso, estrazione sociale e nazionalità diverse, tutte segnate dalla loro passione per il Boss, eroe di ogni generazione, artista di tutti.

Ironico e commovente, emozionante, coinvolgente, pieno di vita: è il materiale umano il vero protagonista di questo film. I fan del Boss troveranno finalmente una voce per spiegare la loro passione, attraverso le mille parole dei loro “fratelli”, i curiosi e i profani capiranno invece meglio cosa gravita in questo universo springsteeniano. Il Boss è così amato proprio perché non è stato cambiato dal successo, è rimasto una persona comune, “uno di noi”, e i personaggi delle sue canzoni non sono altro che le stesse persone che ascoltano la sua musica. “Springsteen and I” è una splendida collezione di passione ed emozioni, un abbraccio sincero, reso ancor più grande dall’energia che scorre tra un’immagine e l’altra, che tutto lega ed unisce, a tal punto da farci sembrare addirittura possibile l’esistenza di una Forza superiore (che in questo caso ha poco a che fare con “Star Wars”): è la Forza della musica, è la Forza della passione, è la Forza delle persone.

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