Recensione “Springsteen and I” (2013)

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Presentato in contemporanea in oltre cinquanta Paesi in tutto il mondo, il documentario prodotto da Ridley Scott e diretto da Baillie Walsh si nutre di passione, di sogni, di gente comune innamorata di qualcosa che va oltre la musica. Bruce Springsteen è energia, ispirazione, la colonna sonora di una vita. Nel 2010 lo stesso Ridley Scott aveva prodotto il celebre documentario “Life in a day”, in cui aveva proposto a videoamatori di tutto il mondo di filmare uno spaccato di un giorno preciso delle loro vite. Con il materiale ricevuto aveva poi costruito il film (grazie anche alla paziente direzione di Kevin MacDonald). “Springsteen and I” si basa sulla stessa idea: il film infatti è stato realizzato interamente con i filmati inviati dai fan del Boss dislocati in ogni angolo del mondo. Ognuno racconta un aneddoto riguardante la propria vita, influenzata da un legame profondo con le canzoni di Springsteen. Ciò che ne esce fuori è la storia di persone comuni, di età, sesso, estrazione sociale e nazionalità diverse, tutte segnate dalla loro passione per il Boss, eroe di ogni generazione, artista di tutti.

Ironico e commovente, emozionante, coinvolgente, pieno di vita: è il materiale umano il vero protagonista di questo film. I fan del Boss troveranno finalmente una voce per spiegare la loro passione, attraverso le mille parole dei loro “fratelli”, i curiosi e i profani capiranno invece meglio cosa gravita in questo universo springsteeniano. Il Boss è così amato proprio perché non è stato cambiato dal successo, è rimasto una persona comune, “uno di noi”, e i personaggi delle sue canzoni non sono altro che le stesse persone che ascoltano la sua musica. “Springsteen and I” è una splendida collezione di passione ed emozioni, un abbraccio sincero, reso ancor più grande dall’energia che scorre tra un’immagine e l’altra, che tutto lega ed unisce, a tal punto da farci sembrare addirittura possibile l’esistenza di una Forza superiore (che in questo caso ha poco a che fare con “Star Wars”): è la Forza della musica, è la Forza della passione, è la Forza delle persone.

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Duman: nel 2013 il nuovo album dei Pearl Jam del Bosforo

Idoli dei ragazzi in Turchia, semisconosciuti nel resto del mondo, ma bravissimi. Ad ostacolare l’ascesa al successo di questi ragazzi di Istanbul è stata probabilmente la scelta del turco come idioma delle loro canzoni: ciononostante la bellezza della loro musica riesce ugualmente a comunicare il loro messaggio malinconico, romantico, a tratti disperato, ma potente. I Duman si sono formati alla fine degli anni 90 in seguito ad un viaggio “spirituale” del frontman Kaan Tangöze in quel di Seattle, dove all’inizio del decennio aveva avuto modo di ascoltare e conoscere alcune band emergenti della scena grunge della città statunitense. Gente come i Pearl Jam, o come i Nirvana. Ed è proprio la band di Eddie Vedder ad aver influenzato maggiormente lo spirito dei Duman, che nella loro musica riescono a combinare elementi della musica tradizionale turca con il grunge tipico di Seattle, per l’appunto.

Quattro album in studio e uno dal vivo, in attesa del prossimo che dovrebbe uscire tra sei mesi. Il primo lavoro, “Eski Köprünün Altında” (“Sotto il vecchio ponte”, del 1999) e il successivo “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, del 2002) hanno riscosso un successo senza precedenti in Turchia, confermato poi dal live album “Koncer” del 2004 e dal terzo lavoro in studio, “Seni Kendime Sakladım” (“Ti tengo per me”, del 2005). Interrotta provvisoriamente la carriera musicale a causa del servizio di leva, Kaan Tangöze si è rimesso al lavoro con i Duman, che nel 2009 hanno rilasciato il loro quarto album “Duman I & II”. Canzoni come “Bebek” (“Bambino”), “Bu Akşam” (“Stanotte”), “Oje” (“Smalto”), “En Güzel Günüm Gecem” (“Il mio miglior giorno e notte”, nome tra l’altro del Greatest Hits uscito nel 2007), “Bu aşk beni yorar” (“Questo amore mi rende stanco”), “Herşeyi yak” (“Da’ fuoco a tutto”) o “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, riferita alla solitudine) sono solo alcune delle perle scoperte ascoltando i cd dei Duman.

Quel che esce fuori dalle canzoni della band turca è dunque un rock ibrido e perfettamente funzionale, che insieme alla qualità dei testi (per i fortunati che hanno modo di comprenderli o di farseli tradurre) riesce ad imporsi alle orecchie degli appassionati del genere con i suoi riff di chitarra e la voce sofferta del cantante. Il problema è che adesso che li abbiamo scoperti, non riusciamo più a togliere il cd dalla macchina.

pubblicato su Livecity

Recensione “I love Radio Rock” (“The boat that rocked”, 2009)

Quando si tratta di commedie il termine capolavoro sembra sempre essere inappropriato, per quella comune tendenza a non definire tali quei film dove l’intrattenimento è uno dei doveri principali da assolvere. In quest’ottica parlare di capolavoro potrebbe sembrare fuori luogo, eppure all’ultimo film di Richard Curtis (che già aveva realizzato un piccolo miracolo con la commedia romantica “Love Actually”) non sembra mancare proprio nulla: musica, emozioni, amore, libertà, un grande sogno. In poche parole: la vita. La vita è infatti il filo conduttore di questo gioiello divertente e commovente, la vita che scorre tra le frequenze della radio del titolo, che emerge dalle note dei vinili, dalla voce dei deejay.

Nel 1966 il Regno Unito è castrato da un governo conservatore, che vede l’esplosione della musica rock come un’oscenità dalla quale i giovani devono stare lontani. L’unico modo per avvicinarsi alle note e ai riff dei grandi del periodo è attraverso le radio pirata, in particolare Radio Rock, un’emittente che trasmette da una nave ancorata tra le acque del mare del nord, dalla quale la voglia di libertà e di esprimere la vita giunge fino alle orecchie di migliaia di adolescenti appassionati. Il governo cerca in tutti i modi di bandire le radio pirata, fino ad emettere una legge per farle chiudere. Ma il cuore del rock non può smettere di pulsare, la musica continuerà ad essere scritta ed ascoltata, così come la vita nei giovani ascoltatori non può smettere di esplodere.

Philip Seymour Hoffman e Bill Nighy sono i capisaldi di questa combriccola di deejay fracassoni e innamorati della musica e della libertà, sopra le righe ma sempre a causa della loro grande passione, primi sintomi di una rivoluzione culturale imminente e inevitabile. Richard Curtis porta gli spettatori sulla nave di Radio Rock, tra i suoi corridoi, i suoi angoli, dove è sempre la musica a farla da padrone: Rolling Stones, Bowie, Who, Hendrix, Kinks, Beach Boys e quanti altri, ideali per risvegliare la voglia di vivere dentro ognuno di noi. Una meraviglia per il cuore e per le orecchie, da vedere, rivedere e poi comprare in dvd. La commedia che abbiamo sempre aspettato, con la musica che abbiamo sempre amato.