Recensione “Rompicapo a New York” (“Casse-tête chinois”, 2013)

Dodici anni dopo il cult “L’appartamento spagnolo”, Cédric Klapisch conclude (?) la saga sui “viaggi di Xavier”, come ama definirla lui stesso, portando il suo personaggio nella caotica New York, una sorta di corrispettivo fisico e spaziale della confusione nella quale si agita il povero Xavier, un Antoine Doinel degli anni 2000, continuamente in tumulto a causa delle sue grane sentimentali. Dai colori dell’appartamento di Barcellona, passando per le bambole russe di San Pietroburgo, fino ai rompicapo cinesi (come da titolo originale), in una New York lontana dalle immagini da cartolina, stressante e stressata, ma come per le altre città anche questa ricca di dinamiche dalle quali Xavier inevitabilmente prende spunto per i suoi libri, rendendoci partecipi del processo creativo (anche in questo film grazie all’uso della voce fuori campo).

In questo terzo capitolo troviamo Xavier e Wendy sposati da dieci anni e con due bambini. Wendy va a vivere a New York, si innamora di un altro, si trasferisce negli States, portando con sé i figli. Xavier, nel tentativo di cercare l’ispirazione giusta per il suo nuovo libro e soprattutto per restare vicino ai suoi bambini, decide di trasferirsi anch’egli nella Grande Mela. Qui lo ospita la solita incasinata Isabelle, che convive a Brooklyn con la sua ragazza, con la quale sta avendo un figlio grazie al seme proveniente proprio dall’amico Xavier. Nel frattempo anche Martine, con i suoi due figli, decide di passare qualche giorno di vacanza a New York. Xavier si ritrova così a dover barcamenarsi tra avvocati, ex-mogli, migliori amiche, primi amori, bambini passati e futuri, una finta moglie cinese e gli agenti dell’ufficio immigrazione.

Klapisch con questa trilogia racconta perfettamente quella generazione di ragazzi europei divenuti cittadini del mondo, in un certo senso senza fissa dimora, capaci di trasferirsi da un luogo all’altro del mondo in seguito alle esperienze vissute in gioventù (spesso legate al progetto erasmus, che ha aperto le menti e ha formato migliaia di questi futuri cittadini del mondo). Al tempo stesso racconta con le giuste dosi di ironia e malinconia le sorti di un gruppo di quasi quarantenni, afflitti dalle continue complicazioni della vita, ma al tempo stesso sempre capaci di andare avanti (nel caso di Xavier anche grazie ai consigli delle sue visioni, nel primo film rappresentate da Erasmo da Rotterdam, oggi raffiguranti i filosofi tedeschi dell’800). Una commedia come sempre caotica, poliglotta, che sa divertire ma che contemporaneamente ci aiuta a pensare al punto dove sono arrivate anche le nostre vite, invitandoci ad accogliere gli eventi drammatici come fase di passaggio nel raggiungimento di un possibile lieto fine, nella ricerca di quella tanto agognata felicità.

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Recensione “L’homme qui voulait vivre sa vie” (2010)

L’uomo che voleva vivere la sua vita: da un titolo così accattivante non poteva che uscire un film intenso, dove ogni azione genera una reazione radicale, a tal punto da cambiare continuamente le carte in gioco. Il film di Eric Lartigau ha la capacità di regalare allo spettatore una visione della vita piuttosto spiazzante, una reazione alla nostra società, la quale obbliga ogni individuo a lavorare, produrre, figliare e infine morire senza aver dato respiro al proprio talento, e alle proprie passioni. Chi vorrebbe fare una vita così? Gran parte di noi lo fa, non rendendosi conto di quanto è speciale la propria esistenza, unica, e in quanto tale da vivere seguendo (e talvolta inseguendo) l’urlo della passione che in adolescenza pulsa dentro ognuno di noi, ma che con il tempo si addormenta nella frenesia di una quotidianità che chiede risultati, soldi, profitto. Ma come trovare il coraggio di abbandonare il passato e cambiare il futuro?

Paul, il protagonista del film, è il pezzo grosso di un importante studio legale, ha due figli e abbastanza denaro per condurre una vita piena di agi. Dedicandosi completamente al suo lavoro ha messo da parte la grande passione della sua vita, la fotografia: piuttosto che lottare per inseguire un sogno ha preferito dedicarsi ad una vita più sicura, ordinaria. Quando sua moglie chiede il divorzio, un gesto accidentale quanto irrecuperabile costringe Paul a cambiare totalmente vita. Per l’avvocato parigino è l’occasione di costruirsi la vita che non ha mai avuto il coraggio di fare: cambia nome, identità, e parte per il Montenegro, dove comincia a immortalare la quotidianità del luogo con la sua macchina fotografica. Ma il passato, indelebile, continua a inseguirlo, e Paul sarà costretto a confrontarsi continuamente con nuove scelte.

Assaporare la libertà, sentirne i sussurri, i bisbigli, ma allo stesso tempo sentirsi costipato dentro un’identità non sua, una nuova gabbia non più psicologica, come la sua vita parigina, ma fisica, e infine esistenziale. Il film di Lartigau, seppur facendolo in modo estremo, pone lo spettatore di fronte ad una riflessione, o quanto meno lo invita a seguirne l’insegnamento: non è mai troppo tardi per assecondare ciò che amiamo fare. Noi già da tempo abbiamo scolpito questo messaggio nel marmo, avrete il coraggio di farlo anche voi?