Recensione “Blade Runner 2049” (2017)

Ieri, rivedendo il “Blade Runner” di Ridley Scott, mi sono sentito un po’ vecchio nel realizzare che tra due anni vivremo nel presente di quel film, un presente che per fortuna non sarà composto da piogge incessanti dovute all’inquinamento (mmm…) e da repliche quasi perfette degli esseri umani da utilizzare come schiavi. Tuttavia la decadenza di quella Los Angeles, con i suoi neon e la sua folla di solitudini, ha regalato a tutti noi e alla storia del cinema una sorta di film anni ’50 ambientato nel 2019: un noir futuristico con un protagonista solitario e tormentato, una femme fatale inconsapevole di esserlo, un antagonista tragico e meraviglioso, oltre che imbattibile (se non dal “maledetto tempo”). A trent’anni da oggi, nel 2047, mancheranno due anni al presente di questo nuovo “Blade Runner” di Villeneuve: cosa avremo? Forse macchine volanti, ologrammi di Elvis Presley in concerto (beh, a dire la verità questo lo stanno già facendo adesso con Frank Zappa…) e un ecosistema ancor più danneggiato rispetto ad oggi. E cosa resterà di questo film? Senza dubbio lo straordinario appeal visivo, prima di tutto (date un Oscar a Roger Deakins, per favore!), un altro protagonista tormentato, una filosofia affascinante sul concetto di anima, desiderio e, a tratti, di libertà. Il film però è freddo: le sue emozioni sembrano artificiali come la tecnologia di cui è pieno, il suo racconto arzigogolato e le sue scene d’azione scevre di quel pathos che avvolgeva ogni singola sequenza del capolavoro di Ridley Scott.

La Tyrell Corporation è stata rilevata da un certo Wallace, a capo di una società che produce una nuova linea di replicanti totalmente servili ed obbedienti. l’agente K della Blade Runner, anche lui un replicante, deve eliminare l’ultima generazione prodotta dalla Tyrell, una serie di replicanti ormai bandita da decenni ma che ancora resiste al passare del tempo. Durante un’azione trova una cassa con delle ossa e da un’analisi di laboratorio risulta che lo scheletro appartiene ad una replicante. La cosa più sconcertante è che la donna aveva partorito un figlio: una scoperta rivoluzionaria che, se dovesse uscire fuori, potrebbe sconvolgere gli equilibri del mondo.

Un film di Denis Villeneuve merita sempre la visione e mai come in questo caso merita lo schermo cinematografico: se già in “Sicario” il regista canadese aveva preferito l’estetica visiva ad una sceneggiatura impeccabile, in “Blade Runner 2049” l’impatto visivo è talmente strabiliante da non aver quasi bisogno di una storia egualmente coinvolgente, ed è un peccato. Il film parte bene, lascia a bocca aperta per le sue trovate tecnologiche e scenografiche (la produzione di ricordi da innestare è uno dei momenti più emozionanti) ma lentamente si affloscia su se stesso, si specchia nelle sue immagini e sembra perdere forza con il passare dei minuti. Un’opera futuristica e visionaria da ammirare come una prodezza artistica, ma che nel suo prodigio visivo dimentica una componente di cui anche i replicanti si sono ormai impadroniti: le emozioni.

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Blade Runner 2049: sarà finalmente Oscar per Roger Deakins?

Il direttore della fotografia è la figura professionale più importante e al tempo stesso più sottovalutata della storia del cinema. Presto tra queste pagine daremo inizio ad una rubrica dedicata proprio ai grandi DoP della storia: senza di loro il cinema non sarebbe assolutamente lo stesso. Molti registi devono le loro fortune a questi straordinari professionisti, ma non è ancora il momento di parlare di questo.

A settembre arriverà in sala l’attesissimo sequel di “Blade Runner”. Dalle prime immagini c’è un elemento che balza subito agli occhi per la sua grandiosità: la fotografia di Roger Deakins. Il quasi settantenne britannico è stato nominato agli Oscar ben 13 volte, tuttavia senza mai riuscire a portare nel Regno Unito l’ambitissima statuetta (se avete amato “Le ali della libertà”, “Fargo”, “L’uomo che non c’era”, “Non è un Paese per vecchi”, “Prisoners” o “Kundun”, il merito è anche suo). Con “Blade Runner 2049”, diretto da Denis Villeneuve, Deakins avrà probabilmente una nuova chance. Ecco una galleria di frame tratti proprio dalla sua ultima fatica, anche perché se sul film ancora non possiamo dare giudizi, sulla fotografia invece si può già parlare di capolavoro.

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Recensione “Song to Song” (2017)

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Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. La pazienza è la virtù dei forti: scena dopo scena, immagine dopo immagine, il flusso ci cattura, ci raggiunge e, come sempre, ci ricorda uno dei motivi fondamentali per cui bisogna amare la vita: il cinema.

Raccontare la trama non è proprio semplice in un film di Malick: Ryan Gosling è un musicista in cerca di successo, trova l’amore di Rooney Mara e l’appoggio incondizionato del suo mefistofelico produttore, Michael Fassbender. Tra i tre si instaura un pericoloso triangolo che porterà ognuno di loro a prendere decisioni molto diverse. In tutto ciò resterà coinvolta anche una cameriera bellissima (Natalie Portman, la cui visione è un altro motivo per cui bisogna amare la vita). Sullo sfondo di questi intrecci amorosi c’è la scena musicale di Austin, con la sua folle adrenalina e i suoi miti (da Patti Smith a Iggy Pop, passando per i Red Hot Chili Peppers).

I quattro protagonisti del film lottano con i propri demoni e la propria esistenza per reinventarsi e al tempo stesso rimanere fedeli a se stessi. Come la fenice che si rigenera, citata in una scena del film, questi individui devono toccare il fondo per riuscire così a ritrovarsi: resta da vedere chi ci riuscirà e chi no. Sono tutti fuggitivi che cercano una scappatoia dalle vite precedenti: non a caso la canzone che rimane più impressa è la “Runaway” del trailer (prima nella versione originale di Del Shannon e poi in quella più lenta cantata da Ryan Gosling). In tutto ciò la musica non è mai invadente (strano a dirsi, per un film girato nel mezzo di alcuni tra i più importanti festival texani), anzi accompagna le scene, i colori, i tramonti e le ombre dipinte sul suolo dal solito Chivo Lubezki senza essere mai motore delle emozioni, ma dando quasi la sensazione di essere provocata dai pensieri dei personaggi. Una storia sull’amore e sul tradimento, sulla paura e sul desiderio, sulle emozioni più profonde dell’essere umano: Terrence Malick, che si ami o si odi, non lascia mai indifferenti.

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Recensione “La La Land” (2016)

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Finito il film, devastato da una serie di emozioni, non capisci se si tratta della musica, degli attori, della regia, delle luci di Los Angeles o che altro a provocarti questa strana sensazione alla bocca dello stomaco. Eppure c’è, non puoi farci niente, ti accompagna per strada verso la metropolitana, pensi di averla seminata al cambio di linea, ma salendo le scale di casa ti accorgi che c’è ancora, è là, ti stringe forte e ti fa ripensare che a quanto pare è quella smorfia sul viso di Emma Stone ad averti straziato. Vorresti andare a dormire – si è fatto un po’ tardi – ma c’è da scrivere la recensione, a caldo, con quella sensazione che ora si è diffusa tutta intorno a te. Ripensi al finale e ti viene di nuovo da piangere. Ma non solo al finale. “La La Land” conferma tutto ciò che di buono si è detto a proposito di questo film, tutti i premi, tutte le lacrime versate. Mannaggia al romanticismo.

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Recensione “Nice Guys” (2016)

Le strane coppie al cinema, alcune più, alcune meno, hanno sempre funzionato piuttosto bene. Non è un caso che Shane Black, il regista, si sia fatto un nome come creatore di una delle “strane coppie” più famose del cinema d’azione, ovvero Riggs e Murtaugh in “Arma Letale”. In seguito ha riproposto lo schema in altre pellicole da lui sceneggiate, come “L’ultimo Boy Scout”, “Iron Man 3” e “Kiss Kiss Bang Bang”, con il quale ha anche esordito dietro la macchina da presa (una chicca: Black ha anche scritto il cult “Scuola di Mostri”, un “Goonies” in tono minore ma geniale, ambientato tra i mostri della Universal, un film che molti di noi nati negli anni 80 ricorderanno probabilmente con un sorriso). A Cannes hanno parlato di Russel Crowe e Ryan Gosling in stile Bud Spencer e Terence Hill, e il paragone può anche funzionare, se posto in termini di ironia e (anti)eroismo. In realtà la pellicola somiglia tanto ad un’avventura di Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di “detective” che ha contribuito al grande successo di Lansdale, soprattutto per la loro capacità di trovarsi in guai sempre enormi e decisamente più grandi di loro, e di uscirne sempre fuori tra colpi di proiettile e ironia.

Los Angeles di fine anni 70 è corrosa dallo smog e dall’industria pornografica. La città è alienante, libertina, pazza e surreale: su questa scena si muovono un investigatore privato, truffaldino ma con una figlioletta molto sveglia al seguito (suo malgrado) e un picchiatore duro ma dal cuore tenero. I due decidono di aiutarsi per ritrovare una ragazza scomparsa e indagare sulla morte di una diva del porno, due piste che sembrano scollegate ma che invece nascondono un caso di importanza nazionale.

Crowe lavora molto di sottrazione, facendo da spalla al mattatore della pellicola, Ryan Gosling, totalmente sopra le righe, in un ruolo piuttosto raro per la sua filmografia (che in particolar modo dopo “Drive” sembrava inquadrarlo in ruoli soprattutto drammatici). Black conferma così il suo talento per quelli che gli americani chiamano “buddy movies”, mescolando il noir losangelino, il poliziesco e il cinema d’azione in un frullatore pieno di ironia.

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Recensione “Come un tuono” (“The place beyond the pines”, 2012)

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L’ultimo film di Derek Cianfrance più che come un tuono, come da titolo, scorre come un fiume in piena, dalla corrente travolgente, che trascina le emozioni dei suoi personaggi fino ad un mare di vorticose sensazioni. Due anni dopo l’ottimo “Blue Valentine” (uscito in Italia appena un mese fa), Cianfrance torna a lavorare con Ryan Gosling, pienamente a suo agio nel ruolo del papà motociclista dal cuore d’oro e dalla rapina facile. Parallelalemente a Gosling, c’è un altro protagonista della meglio gioventù del cinema americano, Bradley Cooper, che fresco di consensi per “Il lato positivo” stavolta cerca gloria nei panni del poliziotto eroe dai gravi sensi di colpa. Cianfrance si diverte a spiazzare lo spettatore, un po’ sulla falsariga di Hitchcock in “Psyco”, spostando l’attenzione da un protagonista all’altro.

Luke lavora come stuntman con la sua motocicletta, Romina fa la cameriera. Con un figlio a carico e pochi soldi in tasca, Luke decide di sfruttare la sua abilità con la moto per rapinare banche, cercando di regalare a suo figlio appena nato un futuro migliore. Durante una fuga si scontrerà con il poliziotto Avery Cross, anche lui con un figlio piccolo. Quindici anni dopo i due figli, ormai cresciuti, si incontreranno casualmente a scuola, rimettendo in gioco tutto ciò che gli hanno trasmesso inconsapevolmente i loro padri.

Tre storie separate e al tempo stesso legate tra di esse: inutile dire che la prima parte con Ryan Gosling funziona più di tutte le altre, apparse meno originali e meno interessanti, ma nel complesso si tratta di un film appassionante nella sua imperfezione, solido nonostante i suoi difetti. Peccato per il titolo italiano, totalmente fuori luogo rispetto alla bellezza dell’originale: “The place beyond the pines”, significato della città di Schenectady (dove è ambientato il film), derivato liberamente dalla lingua mohawk. Un film che racconta delle relazioni tra padri e figli, e di come l’eredità delle azioni degli uni si possa insinuare nella crescita degli altri. Fino a portarli là, in motocicletta, lontani da quel posto al di là dei pini…

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Recensione “Blue Valentine” (2010)

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Il titolo è quello di un album del 1978 di Tom Waits, in cui il cantautore americano cantava la fine di un amore ancora forte nei suoi ricordi. Il film, che arriva in Italia con due anni di ritardo, è del quasi esordiente Derek Cianfrance, che ha riscosso consensi al Sundance 2010 e al Festival di Cannes dello stesso anno (nella sezione Un Certain Regard). È la storia di un amore, ma non una storia d’amore: interamente retto sulle spalle di due attori eccezionali, Ryan Gosling e Michelle Williams, “Blue Valentine” racconta il rapporto di una coppia alternando il grigio presente al dolce e romantico passato.

Dean e Cindy sono sposati e hanno una bambina bellissima e sorridente. Il loro matrimonio però sembra dare segni di cedimento: Dean pensa di vivere il sogno americano, ma in realtà dipinge pareti e beve troppo; Cindy interiorizza tutto per poi esplodere con tutto il suo livore e la sua amarezza. Alternato a questo presente, dove Dean spera di regalare al suo matrimonio un’ultima notte di speranza, ci sono i flashback del loro splendido passato, quando erano un po’ più giovani e pieni di belle intenzioni. Il ricordo del loro incontro, il primo appuntamento, i momenti di dolcezza, di passione, la promessa di amore eterno. È una storia come ce ne sono tante, come ce ne sono state e come ce ne saranno ancora: è una storia reale, credibile, e forse è per questo che rende così tristi.

Un film di questo genere non potrebbe funzionare senza due attori all’altezza. Gosling, dopo il ruolo da silenzioso protagonista di “Drive”, è un ingenuo e al tempo stesso rabbioso romantico, mentre Michelle Williams gioca sul non detto, regala un’interpretazione di sottrazione per poi mostrarsi come reale centro di gravità della pellicola (un ruolo per cui tra l’altro la Williams ottenne la nomination agli Oscar nel 2011). Interessante anche la scelta stilistica del regista, che usa il digitale per raccontare il presente e la pellicola a 16mm per disegnare la magia del passato, dove anche l’amore sembra essere vintage. Un film pessimista? Forse, ma tirando le somme della loro storia viene voglia di pensare ad una frase di De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

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