Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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Recensione “I sogni segreti di Walter Mitty” (“The secret life of Walter Mitty”, 2013)

Remake di “Sogni proibiti” (film del 1947 di Norman Z. McLeod), liberamente tratto dal racconto “The secret life of Walter Mitty” scritto nel 1939 da James Thurber: Ben Stiller dirige e interpreta questa nuova versione, adattandola al cinema, ai sogni e alla vita di oggi. La splendida idea è di inserire la storia all’interno di un contesto storico reale, ovvero il passaggio della rivista Life dal cartaceo alla versione online: in tal modo la vicenda raccontata risulta più reale, più credibile, e di conseguenza più emozionante. Si potrebbe definire il classico film in cui un uomo ordinario, dall’esistenza ordinaria, si ritrova improvvisamente catapultato in una vita nuova, piena di avventura e di esperienze mai provate prima. Ma il film di Ben Stiller ha qualcosa in più: il fascino immenso dello scatto fotografico (che il cinema racconta sempre troppo poco), l’attrazione del viaggio in solitaria, il lato umoristico rappresentato dalle fantasie del protagonista (da una parodia di “Benjamin Button” a scene d’azione in pieno stile “Avengers”), una colonna sonora eccezionale (da “Space Oddity” di Bowie a “Wake Up” degli Arcade Fire) e soprattutto un finale bellissimo.

Walter Mitty lavora da oltre quindici anni come archivista di negativi per la celebre rivista Life. La sua è una vita noiosa, non è praticamente mai uscito fuori da New York, per questo la sua mente ogni tanto si incanta per creare quelle avventure che lui non riuscirà mai a vivere. La rivista Life sta per chiudere la versione cartacea per passare definitivamente online, questo significa che molti dipendenti perderanno il posto di lavoro, da Walter a Cheryl, di cui il protagonista è segretamente innamorato. Per cercare di salvare il posto Mitty è costretto a lanciarsi all’inseguimento del più grande fotografo della rivista, Sean O’Connell: la fotografia per la copertina dell’ultimo numero, realizzata da Sean, sembra essersi inspiegabilmente perduta negli archivi di Walter. Comincia così un’avventura tra Groenlandia, Islanda e Afghanistan, che regalerà alla vita di Mitty quelle esperienze straordinarie sulle quali lui stesso avrebbe potuto soltanto fantasticare.

È curioso vedere Ben Stiller in un film di questo genere, troppo fantastico per essere drammatico, ma troppo serio per essere definito una commedia: certo, non mancano gli spunti divertenti, ma c’è una piccola magia di fondo che rende tutto particolare, come vedere Sean Penn nella parodia del fotografo free-lance alla Steve McCurry. Probabilmente ciò che rende davvero speciale questo film è, nonostante le incongruenze e le assurdità, la sua capacità di farci lasciare la sala con la voglia di rendere magico ogni momento della nostra vita. È anche a questo che dovrebbe servire il cinema.

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Da leggere anche: I sogni segreti di Walter Mitty

Recensione “This must be the place” (2011)

«Home, is where I want to be, but I guess I’m already there, I come home, she lifted up her wings, I guess that this must be the place». Era il 1983 quando i Talking Heads pubblicarono questa canzone, con un giovanissimo Paolo Sorrentino intento ad ascoltare e riascoltare fino alla nausea la voce di David Byrne. Sono passati quasi trent’anni e da quella canzone Sorrentino ha tratto il titolo del suo primo film americano (coinvolgendo lo stesso Byrne per comporre la colonna sonora), un progetto ambizioso dove lo stile del regista de “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo” si completa con la eccezionale interpretazione di uno Sean Penn inedito, a tratti fanciullesco nonostante il look eccentrico.

Cheyenne è una rockstar che ha ormai abbandonato le scene da molti anni, in seguito ad un episodio scioccante che gli ha cambiato la vita. La sua vita a Dublino è talmente vuota da portarlo a confondere la noia con la depressione: la sua unica compagnia è rappresentata da una moglie solare e spiritosa e da una giovane fan che lo ama come un fratello. Cheyenne è costretto a tornare a New York dopo oltre trent’anni a causa della morte di suo padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto complicato. Leggendo i suoi diari e le sue memorie il cantante scopre che il padre ha dedicato la sua vita a cercare un ex-nazista nascosto negli Stati Uniti, suo aguzzino nei campi di concentramento. Cheyenne, senza alcun talento investigativo, comincia un viaggio on the road verso il sud degli Stati Uniti, alla ricerca di un uomo che molto probabilmente è già morto di vecchiaia.

Una rockstar cinquantenne, truccata come Robert Smith dei Cure, che si trascina annoiata in un presente senza emozioni: il suo ritorno negli Stati Uniti rappresenta l’occasione di affrontare i fantasmi del passato per ridare senso e fiducia al futuro. Innocente come un bambino, flemmatico come un vecchio pensionato: Cheyenne è un personaggio indimenticabile, che vive all’interno di questo contrasto tirandone fuori ironia e disperazione. Sorrentino lo segue per le lande statunitensi senza perderlo di vista un momento, tra autogrill, autostrade e motel, scoprendo un’America già vista ma al tempo stesso nuova. «Feet on the ground, head in the sky, it’s okay, I know nothing’s wrong, nothing», cantavano i Talking Heads, e Cheyenne sembra quasi fargli eco: «La vita è piena di cose belle», basta convincersene.