Recensione “Star Wars Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi” (“Star Wars Ep.VIII – The Last Jedi”, 2017)

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– NO SPOILER –
Di ritorno dalla proiezione stampa sono tante le sensazioni che si avvolgono, si attorcigliano, si arrampicano su di me. Su tutte le voglia di uscire sul balcone, nonostante la pioggia, e osservare le stelle, pensando a tutte le mirabolanti storie che si svolgono su quella galassia lontana lontana. Questa è la recensione a caldo e senza spoiler, nemmeno sulla trama, per permettere a chi non ha ancora visto il film di godere appieno della visione (successivamente affronteremo anche l’analisi a freddo, dove parleremo di tutto e di più, ma non è questo il momento).

I film di “Star Wars” riescono laddove gran parte del resto del cinema non può permettersi di arrivare: emozionarsi durante i primi due secondi di film è prerogativa di questa saga e del magico tema di John Williams, una sorta di macchina del tempo che riesce all’istante a farci sentire di nuovo bambini, cancellando dalla mente qualsiasi altra cosa non sia legata al film. Il giudizio? Eccolo che arriva: a me è piaciuto. Certo, a me basta vedere una spada laser e il Millennium Falcon per gridare al capolavoro, ma al di là di questo si tratta di un bel film. Senza dubbio deve fare i conti con il fatto di essere un sequel, dunque non può avere la freschezza e la trascinante potenza della novità, uno dei punti principali dell’episodio precedente, a suo modo però funziona, eccome se funziona.

“Il Primo Ordine colpisce ancora”, impensabile il contrario: neanche a dirlo, se “Il risveglio della Forza” aveva molti punti in comune con “Una nuova speranza”, “Gli ultimi Jedi” in alcuni momenti fa inevitabilmente pensare a “L’impero colpisce ancora”, anche se comunque è un film che vive di vita propria: Rey diventa sempre più consapevole della sua importanza, così come Kylo Ren, costretto a convivere con la sua coscienza e con tutti i segreti legati al suo passato. Rey e Ren sono lo jin e jang di questa nuova trilogia, entrambi giovani, entrambi potenti, una votata al bene, l’altro devoto al male: il confronto tra questi due personaggi è probabilmente una delle chiavi di lettura più interessanti di questo nuovo episodio di “Star Wars”. E se nel film precedente la Forza era stata poco più di un sussurro, un qualcosa di mitico e lontano, stavolta la religione Jedi non solo è sveglia, ma potente come non mai (ne sono un esempio la spiazzante scena iniziale che vede protagonista Leila e soprattutto il sorprendente finale). Tra le novità ci sono un paio di pianeti decisamente interessanti e alcuni personaggi nuovi, tra cui spiccano inevitabilmente le star Laura Dern e Benicio Del Toro (tra i due personaggi la prima ha senza dubbio la mia preferenza), ma la cosa più bella è sempre l’incontro con le vecchie conoscenze, ovviamente Luke, ma anche un’altra che non ci saremmo mai aspettati.

In conclusione, “Il Risveglio della Forza” è servito ad introdurci i nuovi personaggi, “Gli ultimi Jedi” vede quelli stessi protagonisti alle prese con le proprie responsabilità, con i propri conflitti (interiori ed esteriori) e con la loro crescita, sia come personaggi che come individui. Fino ad un finale da pelle d’oca, che ci lascia sui titoli di coda con tanta voglia di restare ancora bambini e, soprattutto, con grande speranza. L’attesa per il 2019 è già cominciata.

Vai all’approfondimento: Gli ultimi jedi siamo noi.

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Recensione “Big Little Lies” (2017)

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Ci sono alcuni film (o alcune serie, come in questo caso) che riescono ad attaccarsi alle viscere già dalle primissime sequenze: “Big Little Lies” ne è un esempio. Nei minuti iniziali scopriamo che c’è stato un omicidio e non sapremo l’identità della vittima né quella del colpevole fino al termine dell’ultima puntata. Episodio dopo episodio scopriamo che, dietro la facciata borghese e salubre di un paesino sulla costa californiana, si nascondono segreti, tradimenti, moventi (più o meno gravi) che coinvolgono gran parte dei suoi protagonisti. Chiunque può esser stato ucciso, chiunque può esser stato il colpevole. Tuttavia a coinvolgere non è tanto la componente poliziesca, praticamente assente se non per il tormentone ricorrente, quanto il sublime approfondimento psicologico di ogni personaggio, soprattutto femminile, adeguatamente reso da un punto di vista fisico ed emozionale grazie ad un cast di attrici in stato di grazia. Ma procediamo per gradi e raccontiamo come nasce tutto ciò.

Dopo aver letto il romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, Reese Witherspoon e Nicole Kidman si sono fiondate in Australia per convincere la scrittrice a cedere i diritti del suo libro: le due, come chiunque abbia visto questa bellissima miniserie, si erano accorte che i personaggi di Madeline e Celeste sembravano esser stati scritti appositamente per loro. Le due attrici premio Oscar hanno poi convinto Jean-Marc Vallée, che aveva già diretto la Witherspoon nel meraviglioso “Wild”, ad assumere la direzione delle sette puntate della serie che, per coerenza narrativa e registica, ci danno l’impressione di trovarci davanti ad un lungo film di quasi sette ore. Lo stile del regista canadese è figlio del lavoro straordinario fatto proprio con “Wild”: i pensieri dei personaggi sono flash non solo nelle loro menti, ma anche negli occhi degli spettatori, così come le fugaci dichiarazioni dei personaggi di contorno durante l’interrogatorio della polizia, il tutto grazie ad un meticoloso lavoro di montaggio di cui non si può perdere neanche un istante (non è una serie che potete vedere mentre mangiate, perché davvero non potete abbassare lo sguardo neanche un momento). A proposito delle attrici abbiamo già accennato qualcosa: Reese Witherspoon e Nicole Kidman fanno a gara di bravura, Laura Dern e Shailene Woodley riescono a stare al passo, in una serie tutta al femminile in cui le donne, tra solidarietà e rivalità, riescono a tirare fuori le loro migliori qualità per emergere all’interno di un panorama patriarcale in cui i mariti portano il pane a casa e le mogli devono occuparsi dei figli. I bambini poi, da non dimenticare, motore di tutto (è la loro scuola – fanno tutti la prima elementare – ad unire i personaggi adulti), causa di faide tra genitori, motivo di ansia e preoccupazione, pretesto per punire madri “rivali” in un panorama in cui i padri sono costantemente di contorno e non si assumono mai il peso delle decisioni più importanti.

Trame e sottotrame, sia latenti che manifeste, trovano la loro chiusura ideale in un finale (no spoiler, tranquilli) assolato, che porta finalmente un tono di calore dopo quasi sette ore di oceani agitati e cieli grigi. In tutto ciò la colonna sonora ricercata è la classica ciliegina sulla torta (Jefferson Airplane, Janis Joplin, Otis Redding, Fleetwood Mac, Rolling Stones, Neil Young e molti altri…). Le casalinghe “disperate” di Monterey potrebbero tornare in una seconda stagione che però al momento riteniamo non auspicabile, poiché potrebbe intaccare la memoria di una serie senza grandi difetti di sorta. Ad ogni modo forse c’è ancora nel marcio nella cittadina…

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