Recensione “Better Call Saul” (Stagione 4, 2018)

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I nodi stanno decisamente per venire al pettine: la quarta stagione di “Better Call Saul”, spin-off di “Breaking Bad”, è finita ieri e ormai la vicinanza con la serie madre è palpabile. Come nelle stagioni precedenti, anche questa può vantare un clamoroso crescendo che trova il suo apice negli episodi conclusivi. Non è una di quelle serie che ti coinvolge a tal punto da voler vedere una puntata dopo l’altra, ad ogni modo, vuoi per la bellezza estetica delle immagini, vuoi per la splendida caratterizzazione dei personaggi, vuoi per la scrittura sempre spiazzante, è uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.

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Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Recensione “Barry” (2018)

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Qualche giorno fa, per combattere l’afa romana, sono andato in piscina con un amico cinefilo (che tra l’altro gestisce anch’egli un blog, Inglorious Cinephiles). Chiacchierando di film e serie tv a bordo vasca mi ha parlato di questa nuova serie della HBO, “Barry”, la cui trama sembrava essere davvero accattivante: Barry, ex-soldato diventato un sicario, deve recarsi a Los Angeles per uccidere un ragazzo, Ryan, che divide la sua vita tra la palestra ed un corso di recitazione. Il caso vuole che Barry venga accidentalmente scambiato per un nuovo iscritto del corso, scoprendo una volta sul palcoscenico che la sua vita finalmente ha uno scopo: vuole diventare un attore. Il problema è far conciliare la sua professione di assassino prezzolato con i corsi di teatro tenuti da Henry Winkler (sì, proprio lui, Fonzie di “Happy Days”).

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Recensione “The Terror” (2018)

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In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

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Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

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Recensione “Love” – Stagione 3 (2018)

Love Season 3 trailer (screen grab) CR: Netflix

Gus e Mickey sono tornati per l’ultima volta. Lo show firmato da Judd Apatow si conclude alla terza stagione, dopo 34 episodi dedicati alla storia d’amore tra due giovani adulti, alle prese con alti e bassi, con tutte le fasi che caratterizzano la vita di coppia. Non racconta niente di straordinario Apatow, ma la sua serie è così fresca, credibile, genuina, che si finisce con l’amarla, nonostante i difetti.

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Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Master of None” (2015)

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“Capace in tutto, maestro di niente”: da questa espressione inglese l’attore Aziz Ansari, una celebrità negli States, ha tratto spunto per una serie da lui scritta, diretta ed interpretata, capace di raccontare con brio e credibilità la vita di un trentenne a New York, come tutti noi alle prese con le difficoltà legate alla ricerca di un posto nel mondo, alla realizzazione professionale e sentimentale, in cui tutti, chi più, chi meno, sono costretti a fallire ripetutamente prima di trovare la giusta direzione. Ma cosa succede se le direzioni da prendere sono innumerevoli? Circondato da un gruppo di amici piuttosto originale (un’afroamericana gay, un asiatico e soprattutto un bambinone alto due metri), Dev, il protagonista, proverà a sondare migliaia di tasselli nella speranza di realizzare il puzzle della sua felicità. La cosa sarà ancor più complicata per il semplice fatto che Dev è indiano (seppur newyorchese fino al midollo): una caratteristica che rende lo show molto meno superficiale di quanto potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Si parla quindi di differenze etniche, religiose, sessuali, in una eterna lotta contro gli stereotipi (in cui il nostro però cade miseramente nel momento in cui sposta le vicende in Italia, all’inizio della seconda stagione, dove c’è spazio anche per un tenero omaggio a “Ladri di Biciclette”). Ci sono tante, tantissime gag, alcune battute fulminee che fanno pensare al miglior Woody Allen (e le immagini così appassionanti di New York non possono non far pensare a lui). C’è un amore per il dialogo spontaneo che sembra uscito fuori da una collezione di mumblecore d’annata. Ci sono riferimenti a film e canzoni che faranno immergere ancor di più gli spettatori della nostra generazione in alcune scene che sembrano davvero tratte dalla nostra vita (alzi la mano chi non si è mai ritrovato a canticchiare i successi di John Scatman). E poi c’è lei, la regina di tutti i sentimenti: la malinconia, piatto forte di una serie che alterna risate e sopracciglia aggrottate con la stessa facilità con la quale salta da una cena a base di tapas ad un piatto di pasta (il cibo italiano e le canzoni nostrane del secolo scorso sono un altro importante caposaldo dello show).

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Le frasi più belle di Fonzie

“Happy Days”, uno dei telefilm più amati di sempre, è finalmente tornato sul piccolo schermo. A riproporre le avventure rock n roll di Richie, Ralph, Potsie, della famiglia Cunningham e ovviamente del leggendario Arthur “Fonzie” Fonzarelli ci ha pensato il canale Paramount (il 27 sul digitale terrestre), dove ogni giorno è possibile tornare per quasi un’ora nella splendida Milwaukee degli anni 50. Dopo aver rivisto alcune puntate ho cercato un vecchio quaderno che, durante gli anni di scuola, riempivo con le frasi più belle di quello che allora è stato come un fratello maggiore, Fonzie. Subito dopo la foto di Henry Winkler (l’attore che interpretava il James Dean del piccolo schermo), una raccolta di frasi e chicche per omaggiare uno dei personaggi più indimenticabili della storia della tv.

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Recensione “Stranger Things” (2016)

Sono appena finiti i titoli di coda dell’ultima puntata. Una ventina di ore fa non sapevo neanche di cosa parlasse e adesso faccio fatica a togliermi dalla testa gli anni 80 e soprattutto la città di Hawkins, nella quale si svolgono i fatti di “Stranger Things”. Inutile sperare di poter vedere le otto puntate della serie creata dai fratelli Duffer in un periodo di tempo dilatato: ogni puntata tira l’altra, e sarà davvero difficile rimandare la visione dell’episodio successivo ad un altro giorno. L’ultima arrivata in casa Netflix sembra essere la serie capolavoro per i trentenni/quarantenni di oggi, quelli che hanno vissuto gli anni d’oro del cinema di avventure per ragazzi, di fantascienza per teenager: i rimandi continui ai cult movie dell’epoca tuttavia sono solo una delle caratteristiche che fanno di “Stranger Things” la migliore serie di questo 2016. La storia è appassionante, tira molti fili, apre molte trame, portandole tutte a conclusione. I personaggi sono assolutamente convincenti, perfetti in ogni sfumatura: i ragazzini un po’ nerd, uniti da quella amicizia che forse solo gli anni 80 hanno saputo davvero raccontare, gli adolescenti che combattono tra problemi personali e bisogno di aiutare i propri cari, la madre-coraggio (grande ritorno per Winona Ryder) che non si arrende neanche di fronte alla presunta evidenza, il poliziotto dal passato tormentato, che attraverso il suo lavoro vuole salvare se stesso dai propri demoni. C’è il governo, che come sempre ha pochi scrupoli e sembra nascondere qualcosa di importante. E poi c’è lei, Elle, la vera protagonista, il collegamento tra tutte le vicende e tra tutti i personaggi, un po’ come E.T., un po’ come la Carrie di Stephen King: fragile, spaventata, coraggiosa, dolce e… pericolosa.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un’inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina dai poteri paranormali approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will, ovvero Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, Eleven, crea un legame particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione. I tre ragazzi, insieme a Eleven, non potendosi fidare degli adulti, decideranno di lanciarsi da soli alla ricerca di Will, ritrovandosi coinvolti in una pericolosa avventura dalla quale potrebbero non uscire vivi.

Accompagnato da una colonna sonora perfetta, capace di alternare suggestioni synth (molto vicine ai temi di John Carpenter) a grandi successi del passato (dai Jefferson Airplane ai Toto, dalle Bangles a Peter Gabriel, dai Joe Division ai Clash, grandi protagonisti della serie con “Should I Stay or Should I go”, la canzone preferita di Will), “Stranger Things” come dicevamo si nutre dei grandi classici del cinema anni 70 a 80: il debito maggiore è senza dubbio nei confronti di “E.T. L’Extraterrestre”, omaggiato ad ampie riprese per tutta la serie, ma non mancano numerose strizzate d’occhio ai vari “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “I Goonies”, “Stand By Me”, “It”, “Carrie lo sguardo di Satana”, “La Casa”, “Scuola di mostri”, “Lo squalo” e ovviamente il sempre citatissimo “Guerre Stellari” (e molti altri: i più cinefili troveranno anche un grande omaggio a “Blow Up” di Antonioni). Insomma, “Stranger Things” prende il meglio del cinema per ragazzi (e non solo) di trent’anni fa, lo rimescola, lo digerisce per poi trasformarlo in un prodotto impeccabile. Il suo merito è di non funzionare solo come “Operazione Nostalgia”, ma di saper emozionare, tenendo lo spettatore sul filo per gran parte dei suoi otto bellissimi episodi.

Datemi dunque un gruppo di ragazzini in bici sulle strade della provincia americana, datemi una vicenda piena di mistero, datemi una ragazzina dai poteri paranormali, datemi l’avventura e la fantascienza anni 80 e soprattutto datemi al più presto una seconda stagione di “Stranger Things”. Nel frattempo vedetevi la prima: perdersela è veramente impensabile.

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