Top 20 – I migliori film del 2018

Un altro anno di grande cinema ci abbraccia e ci saluta, aprendo le porte ad una nuova stagione già ricca di appuntamenti importanti. Che bello sedersi su quella poltroncina, al buio di una sala cinematografica, trovandoci, seppur immobili, con una molotov in Missouri o in un motel in Florida, in un bel quartiere messicano o sulle spiagge francesi, pattinando sul ghiaccio o insieme ai cani, sia quelli a due passi da Roma che i randagi di un’isola giapponese. Come da tradizione, ecco la classifica dei miei film preferiti dell’anno, stilata in base alle pellicole uscite nelle sale italiane (o su Netflix) nel 2018: è sempre bene ripetere che si tratta di una classifica che riflette i gusti personali del sottoscritto e non pretende di ergersi come verità assoluta per ciò che riguarda il cinema di quest’anno solare. A conti fatti si tratta di una classifica di emozioni, piuttosto che di film. Che volete farci, da queste parti siamo fatti così. Premesso ciò, voi che titoli avreste inserito?

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Recensione “Homecoming” (2018)

Se cercate una serie da vedere tutta d’un fiato, coinvolgente e al tempo stesso rapida, “Homecoming” è la risposta. Dieci episodi, ciascuno di circa trenta minuti, senza alcuna sotto-trama riempitiva, tutti ricchi di tensione e, nonostante il ritmo compassato, pieni di contenuti. La serie creata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg potrebbe essere un buon oggetto di studio per una scuola di sceneggiatura: sin da subito viene mostrata un’indagine a proposito di qualcosa che è successo, che però sarà rivelato solo nel finale, fornendoci puntata dopo puntata qualche elemento in più per assemblare il puzzle finale.

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Recensione “Better Call Saul” (Stagione 4, 2018)

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I nodi stanno decisamente per venire al pettine: la quarta stagione di “Better Call Saul”, spin-off di “Breaking Bad”, è finita ieri e ormai la vicinanza con la serie madre è palpabile. Come nelle stagioni precedenti, anche questa può vantare un clamoroso crescendo che trova il suo apice negli episodi conclusivi. Non è una di quelle serie che ti coinvolge a tal punto da voler vedere una puntata dopo l’altra, ad ogni modo, vuoi per la bellezza estetica delle immagini, vuoi per la splendida caratterizzazione dei personaggi, vuoi per la scrittura sempre spiazzante, è uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.

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Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Recensione “Barry” (2018)

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Qualche giorno fa, per combattere l’afa romana, sono andato in piscina con un amico cinefilo (che tra l’altro gestisce anch’egli un blog, Inglorious Cinephiles). Chiacchierando di film e serie tv a bordo vasca mi ha parlato di questa nuova serie della HBO, “Barry”, la cui trama sembrava essere davvero accattivante: Barry, ex-soldato diventato un sicario, deve recarsi a Los Angeles per uccidere un ragazzo, Ryan, che divide la sua vita tra la palestra ed un corso di recitazione. Il caso vuole che Barry venga accidentalmente scambiato per un nuovo iscritto del corso, scoprendo una volta sul palcoscenico che la sua vita finalmente ha uno scopo: vuole diventare un attore. Il problema è far conciliare la sua professione di assassino prezzolato con i corsi di teatro tenuti da Henry Winkler (sì, proprio lui, Fonzie di “Happy Days”).

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Recensione “The Terror” (2018)

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In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

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Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

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Recensione “Love” – Stagione 3 (2018)

Love Season 3 trailer (screen grab) CR: Netflix

Gus e Mickey sono tornati per l’ultima volta. Lo show firmato da Judd Apatow si conclude alla terza stagione, dopo 34 episodi dedicati alla storia d’amore tra due giovani adulti, alle prese con alti e bassi, con tutte le fasi che caratterizzano la vita di coppia. Non racconta niente di straordinario Apatow, ma la sua serie è così fresca, credibile, genuina, che si finisce con l’amarla, nonostante i difetti.

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Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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