Recensione “Loro 2” (2018)

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Difficile parlar di “Loro” come di due film separati, eppure le differenze ci sono e sembrano esser anche piuttosto nette. Se nel primo il trenino delle apparenze e dell’effimero potere partiva e si lasciava andare senza soluzione di continuità, questo secondo film conferma la celebre frase di Jep Gambardella: “Sono belli i trenini che facciamo alle nostre feste, sono belli perché non vanno da nessuna parte”. Sorrentino racconta dunque la storia di un venditore, di un abile manipolatore, la cui leggenda collassa intorno a quella stessa immagine che Lui aveva contribuito a creare. Resteranno le macerie, simili a quelle di un’Italia piegata dal terremoto del 2009.

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Recensione “È stato il figlio” (2012)

Prendete Daniele Ciprì, un artigiano del cinema, più noto come direttore della fotografia piuttosto che come regista. Prendete Toni Servillo, uno dei volti più importanti del cinema italiano dell’ultimo decennio, qui protagonista totalmente sopra le righe, a metà strada tra Homer Simpson e Michael Corleone. Prendete anche Alfredo Castro, star del cinema cileno e narratore della vicenda, indimenticabile Tony Manero nel film omonimo di Pablo Larrain. Buttateci dentro qualche bel caratterista siciliano, Palermo poi fa il resto. Con questi ingredienti genuini Ciprì mette insieme uno dei migliori film italiani visti quest’anno al Festival di Venezia, capace di raccontare drammi e tragedie con un’ironia di fondo piena di quei colori e di quella vitalità che forse solo il Sud Italia, e in particolare la Sicilia, ci può raccontare.

La storia di “uno che, per un graffio alla macchina, ammazzò suo padre”, come recita l’incipit della pellicola. È la storia della famiglia Ciraulo, padre, madre, figlio grande, bambina piccola e nonni, tutti nella stessa casa alla periferia di Palermo. Nicola, il capofamiglia, è l’unico che lavora e sostiene la famiglia. Un giorno, di ritorno dal mare, la piccola Serenella resta uccisa per sbaglio durante un regolamento di conti tra bande rivali. Incombe la disperazione, ma anche la speranza di una svolta economica: lo Stato infatti riconosce un risarcimento per le vittime della mafia. I soldi tardano ad arrivare, mentre la famiglia si indebita sempre di più, finendo anche nelle mani di un usuraio. Quando finalmente arriva il denaro, pagati tutti i debiti, l’importo iniziale si è notevolmente ridotto, costringendo i Ciraulo a pensare al modo di investirli.

Una storia così folle, drammatica, ironica, si può raccontare solo in Italia. È in film come questo, in cui il nostro Paese viene raccontato con gli ingredienti di cui sopra, che il cinema italiano riesce a trovare vitalità, originalità, carattere. Quelle stesse peculiarità che, per restare in un tema caldo dei giorni scorsi, mancano alla “Bella addormentata” di Bellocchio, che al contrario è atrocemente italiano, se mi si concede il termine. Un film che accenna all’Italia senza scadere in patetismi, seppur accarezzandone i cliché, ma voltandoli a proprio favore (come le scene dall’usuraio, con il tormentone del prestito le cui condizioni vengono sempre negate allo spettatore a causa di un treno di passaggio). Quello di Ciprì è un cinema matto, che è serio senza però prendersi troppo sul serio. Citando il regista stesso: «Viva la follia, viva il cinema».

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Capitolo 176

Maggio sta per finire, un mese che notoriamente porta nelle sale grande cinema, ma che stavolta non posso giudicare visto che ho avuto occasione di andare in sala davvero poco. Mentre si svolgeva il Festival di Cannes io sono partito per la Francia: pensate che le due cose siano collegate? La risposta è no. So soltanto che non posso aspettare per vedere “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, che ha aperto la kermesse. Giugno intanto è alle porte.

Tutti i nostri desideri (2011): Ero andato al cinema un po’ controvoglia, una sera in cui non avevo voglia di tornare a casa. Mi sono così infilato al cinema Tibur e ne sono uscito emozionato. Un film meraviglioso, diretto da quel grande regista di Philippe Lioret (che già con “Welcome” aveva realizzato un vero gioiello). Ribadisco: il cinema francese è il migliore del mondo. Film da vedere.

L’uomo in più (2001): Strasburgo, Francia. Una rassegna di film italiani, in una sala dall’atmosfera meravigliosa, dal sapore antico. È stata l’occasione per vedere un Sorrentino d’annata, di cui tutti mi parlavano, che però non ero ancora riuscito a guardare. Due personaggi in caduta libera, che si sfiorano, fino ad uno splendido finale. Perché in fondo, come dice Servillo, “la vita è ‘na strunzata!”.

The future (2011): Il Kino, il cineclub romano del Pigneto, ormai uno dei posti dove amo di più rifugiarmi, quando ne ho occasione. Stavolta era il turno del nuovo film di Miranda July, che avevo molto amato con “Me and you and everyone we know”. La storia un po’ surreale di una giovane coppia, la cui vita cambia totalmente nel giro di un mese. Una scena è da antologia: il protagonista riesce a fermare il tempo giusto un momento prima di essere lasciato dalla sua ragazza. Non verrà distribuito in Italia, è un peccato.

Molto forte, incredibilmente vicino (2011): Probabilmente il miglior film sull’11 settembre. Uno straordinario piccolo protagonista gira per i quartieri di New York per seguire un indizio lasciatogli dal padre, morto durante l’attacco al World Trade Center. Il vagabondare del bambino tira fuori dalle persone che incontra tante fragilità, ma anche tanta forza. Nel cast da segnalare un grandioso Max Von Sydow muto, Tom Hanks e forse la migliore interpretazione di Sandra Bullock in tutta la sua carriera.

Killer elite (2011): A gennaio, quando ero in Cile, il film d’esordio di Gary McKendry era già nelle sale, e quando dovevo scegliere cosa vedere al cinema lo scartavo a priori. Ora che è arrivato in Italia (stranamente distribuito da Lucky Red, che solitamente eccelle nella scelta delle pellicole ed evita questi film commercialotti) è arrivata anche la proiezione stampa, e dunque ho dovuto vederlo, confermando i dubbi che avevo durante i miei trascorsi sudamericani. Non c’è niente da fare, il cinema d’azione proprio non mi piace, e questo film mi è sembrato uguale ad altre 394 pellicole di questo genere. Se una volta la presenza di De Niro nel cast garantiva film di qualità, ormai si può dire totalmente il contrario…

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Recensione “Gorbaciof” (2010)

Toni Servillo, continuando a sottovalutare le conseguenze dell’amore, giganteggia in una Napoli impicciata e malandrina nella quale risuonano lontani echi di “Carlito’s Way”, fino alla beffarda conclusione che non può non far pensare a “Pulp Fiction”. Stefano Incerti è bravo, e sa bene che con grandi silenzi e la purezza dello sguardo può creare emozioni potenti (come insegna il cinema coreano dell’ultimo decennio). “Gorbaciof” colpisce pienamente nel segno, grazie ad un antieroe né bello né simpatico, ma al quale inevitabilmente ci si affeziona, anche per merito di tutti gli sforzi da lui compiuti in funzione di un amore quasi assurdo.

Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una grande voglia sulla fronte, lavora come contabile nel carcere napoletano di Poggioreale. Spesso e volentieri sottrae dalle casse del carcere qualche biglietto da investire a poker, giocando nel retrobottega del ristorante dove lavora Lila, una bellissima ragazza cinese della quale è innamorato. Per pagare i debiti di gioco del padre di lei, ed evitare che Lila venga sfruttata in cambio di denaro, Gorbaciof comincia a rubare sempre più soldi dalle casse del carcere, invischiandosi in giri sempre più pericolosi pur di coronare il suo sogno d’amore: una fuga lontano da Napoli insieme alla sua Lila.

Silenzioso e deciso, testa sempre alta, sguardo crucciato e rari sorrisi: è così che Toni Servillo regala al suo Gorbaciof l’immagine di “una tigre fra le scimmie”, come recita la locandina del film. C’è una Napoli come sempre piena di traffici e trafficanti, ma che potrebbe essere qualunque città del mondo, da sfondo a questa storia fatta di piccoli eroi e grandi amori silenziosi, intensi e distanti al tempo stesso (culturalmente e fisicamente). Ecco un film italiano di cui possiamo essere fieri.

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