Recensione “Nymphomaniac Vol.II” (2014)

Se ci fosse ancora qualche dubbio al riguardo, è arrivato il momento di fugarlo: Lars Von Trier è decisamente pazzo, e con questo suo ultimo film scava a piene mani nella sua follia per mettere in difficoltà lo spettatore. La seconda parte del suo manuale di una perfetta ninfomane è fatta di visioni blasfeme, paragoni tra la Chiesa d’Occidente e il sadomaso (anzi solo “maso”, nel caso della protagonista), autocitazioni impossibili da non cogliere e un finale inevitabilmente comico. Non si tratta certamente di un film ridicolo, ma Von Trier sembra divertirsi a suscitare risate, perché non si può certamente non ridere di fronte ad un finale così assurdo, sul quale non intendo indugiare per non guastarvi la sorpresa.

In questo secondo volume Joe continua il suo racconto, al sicuro sulla branda offerta dal buon Seligman insieme ad un té caldo. Gli ultimi capitoli della storia riguardano la sua separazione da Jerome, protagonista maschile della prima parte del film, la scoperta del dolore per risvegliare la propria sessualità assopita, il fallimento di una terapia di gruppo e il suo nuovo, perfetto, lavoro, per via del quale conoscerà la sua “erede”.

La discesa verso l’abisso della protagonista continua anche in questo secondo episodio, che a tratti ci fa empatizzare con Joe, a tratti ce la fa detestare, a tratti ci fa sentire semplicemente dei guardoni. Dopo “Antichrist” e “Melancholia”, con “Nymphomaniac” Von Trier conferma ulteriormente il suo pessimismo nei confronti del genere umano: nessuno è veramente puro, nessuno si redime, nessuno merita la salvezza. “La gente è malvagia” diceva Charlotte Gainsbourg proprio nel capolavoro “Melancholia”, la Terra “merita di essere distrutta, nessuno ne sentirà la mancanza”. Il regista danese, ormai perso il lume della ragione, sembra abbia deciso di incentrare il suo cinema proprio su questo tema. Nonostante l’assurdità, è un cinema che, a modo suo, affascina.

Annunci

Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

vitadiadele

Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

————-
Da leggere anche: La vita di Adele vince Cannes ma guarda ben oltre la critica

adele

Recensione “Lo sconosciuto del lago” (“L’inconnu du lac”, 2013)

sconosciutolago

Miglior regia nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes: è questo il biglietto da visita di Alain Guiraudie, che arriva in Italia con un film certamente controverso, ma che senza dubbio affascina grazie al suo stile e alla capacità del regista di saper giocare con i meccanismi della tensione, del desiderio, del mistero. Si potrebbe definire un thriller sessuale, dove la natura è una presenza forte tanto quella dei suoi personaggi, e dove la presenza del mondo esterno è limitata al rumore del vento, di aerei di passaggio, dell’acqua del lago. L’emozione dell’amore e delle sue macchinose ossessioni alternate alla nuda crudezza del sesso, reiterata e continua, a sottolineare continuamente il contrasto tra il desiderio e la paura di esso.

La riva di un lago, durante le ferie estive, è il punto d’incontro per gay in cerca di sesso occasionale. Tra gli habitué del lago ci sono il giovane Franck, il depresso Henri e il misterioso Michel, l’uomo più ambito della comunità. Franck fa amicizia con Henri ma ben presto si innamora di Michel, pur sapendo che si tratta di un assassino. Franck si lascia comunque andare alla passione, spaventato dal pericolo ma deciso a vivere le sue emozioni fino in fondo.

Senza le scene di sesso esplicito il film potrebbe quasi essere un cortometraggio, ma è anche vero che senza quelle scene non sarebbe stato lo stesso film. Quello di Guiraudie è un cinema essenziale, nudo come lo sono fisicamente i suoi personaggi. Ogni sequenza inizia con un’inquadratura sul parcheggio, e ognuna di esse rappresenta l’inizio di una giornata. Il regista gioca sul filo della tensione, provoca e in qualche modo va alla ricerca di uno shock visivo ed emotivo nello spettatore, fino a giungere ad un finale vitale, spaventoso e al tempo stesso struggente. In un’ora e mezza e con pochissimi dialoghi riesce a caratterizzare i suoi personaggi, perfino il curioso ispettore di polizia o il guardone che si masturba (l’elemento comico del film, contrappeso ideale del lato drammatico). Un thriller senza dubbio originale per il tema e per la messa in scena, probabilmente caricato di sesso in maniera piuttosto esagerata, ma senza dubbio una pellicola che non lascia indifferenti.

sconosciutodellago