Capitolo 173

Dal Giappone alla Francia, da Parigi a Roma, fino ad arrivare in Russia. In questo capitolo facciamo un piccolo giro del mondo con una manciata di film, tra cinema, anteprime, proiezioni per pochi adepti e un bel Festival. Non potendo fare affidamento sulla Roma, né sulle instabili condizioni atmosferiche di questa strana primavera, mi consolo almeno con il cinema..!

Il castello nel cielo (1986): Senza Miyazaki il mondo sarebbe un posto peggiore, di questo sono certo. Un applauso alla Lucky Red che continua a proporci i capolavori del maestro giapponese, stavolta la pellicola è addirittura del 1986, la prima prodotta dal mitico Studio Ghibli, che in Italia non è mai uscita dal cinema. Inseguimenti, esplosioni, ironia e tanta tenerezza. Da vedere e rivedere.

Tous au Larzac (2011): Come ogni anno mi sono fatto un giro al Rendez-vous, il Festival del cinema francese a Roma. Quest’anno ho avuto modo soltanto di vedere questo bel documentario sul Larzac, una regione francese in cui si è sviluppato un movimento di protesta contadina durato oltre dieci anni. La causa? I militari volevano espandere il loro territorio comprando e abbattendo decine e decine di fattorie della zona, uccidendo ogni sostentamento per i suoi abitanti. Il film ripercorre attraverso interviste e immagini d’archivio (memorabili le fasi delle proteste parigine) i momenti più importanti di questa lotta contadina. Forse troppo lungo, ma molto interessante.

I 400 colpi (1959): Una libreria a San Lorenzo, nel cuore di Roma. Una proiezione per pochi intimi (nella saletta non entravano più di venti persone), il gusto e il piacere di sentirsi parte di una sorta di setta cinefila, quasi clandestina, incantata dalle scorribande del piccolo Antoine Doinel. Il primo film di Truffaut è uno dei miei film del cuore, e ogni volta che lo rivedo riaccende a me l’amore per il cinema: la scena finale mi regala sempre un brivido. Dopo la proiezione mi sono lanciato all’inseguimento di un autobus notturno, e con il mio giacchetto nero mi sentivo proprio come Antoine Doinel in fuga verso il mare…

To Rome with love (2012): Il tanto atteso film romano di Woody Allen. Avevo sentito dire cose terrificanti, “un cinepanettone per radical chic”, “Un film dei Vanzina girato da Allen” e altri complimenti di questo tipo. In realtà a me non è dispiaciuto del tutto, un paio di episodi li salvo (quello con Woody Allen ovviamente e il personaggio di Baldwyn che ricorda il Bogart di “Provaci ancora Sam”)M; la parte con Benigni è inizialmente simpatica e via via diventa ripetitiva, mentre la scena con la coppietta di Pordenone è talmente retrò da far impallidire (sì, è un omaggio a Fellini, ma bisogna pur saperlo fare). È così Roma vista da un americano? Forse sì, e non è un caso se i due episodi più riusciti riguardano americani a Roma, e non personaggi italiani. La trovata geniale però c’è anche in questo film: il novello tenore italiano che riesce a cantar bene solo sotto la doccia!

Silent souls (2011): Ai russi piace stare in silenzio, questo si è capito. Il film è un road movie molto particolare, dove due amici viaggiano attraverso regioni desertiche portando con loro il corpo della moglie di uno dei due, scomparsa da poco. Una sorta di “Weekend con il morto” immerso nei silenzi di un paesaggio quasi irreale, dove il vuoto dell’ambiente circostante si trasforma in una sorta di corrispettivo fisico e spaziale dell’animo dei due protagonisti. Uscirà in sala a fine maggio, buona fortuna.

 

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Recensione “Silent Souls” (“Ovsyanki”, 2011)

Un piccolo trattato di antropologia immerso nell’atmosfera algida di una Russia innevata e desertica, silenziosa e vuota. Lo stesso vuoto alberga nello spirito di due protagonisti intrappolati nel dolore di un lutto, al quale rispondono sostenendosi l’un l’altro, abbracciandone i silenzi, inseguendo una tradizione quasi sepolta ma ancora viva: quella della cultura Merja, un’antica tribù del lago Nero, i cui rituali affiorano ancora nella vita dei loro discendenti.

In seguito alla morte dell’amata moglie, Miron decide di darle l’estremo saluto seguendo la tradizione della cultura Merja. Per farlo chiede aiuto al suo vecchio amico Aist, con cui intraprende un viaggio lunghissimo attraverso una Russia irreale, sconfinata. Lungo la strada Miron ripercorre i luoghi e i ricordi condivisi con la moglie, svelando lentamente i segreti più nascosti.

La pellicola di Aleksei Fedorchenko si fa amare nei suoi grandi silenzi (la preparazione del corpo della donna e la cremazione in riva al lago sono due momenti altissimi di cinema), ma si compiace troppo di una voce fuori campo talvolta invadente, didascalica e per forza di cose non sempre necessaria. Ogni suo vuoto è però riempito dal fascino della cultura Merja e soprattutto da un’atmosfera senza tempo, una Russia glaciale che in qualche modo pare essere una sorta di corrispettivo fisico e spaziale dei due protagonisti. Più che un estremo addio il film è un’infinita dichiarazione d’amore: come recita il sottotitolo italiano, “soltanto l’amore non ha fine”.

Silent souls

pubblicato su Livecity