Recensione “Loro 2” (2018)

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Difficile parlar di “Loro” come di due film separati, eppure le differenze ci sono e sembrano esser anche piuttosto nette. Se nel primo il trenino delle apparenze e dell’effimero potere partiva e si lasciava andare senza soluzione di continuità, questo secondo film conferma la celebre frase di Jep Gambardella: “Sono belli i trenini che facciamo alle nostre feste, sono belli perché non vanno da nessuna parte”. Sorrentino racconta dunque la storia di un venditore, di un abile manipolatore, la cui leggenda collassa intorno a quella stessa immagine che Lui aveva contribuito a creare. Resteranno le macerie, simili a quelle di un’Italia piegata dal terremoto del 2009.

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Recensione “Youth – La giovinezza” (“Youth”, 2015)

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Soltanto Paolo Sorrentino poteva girare un film come questo, in cui all’uscita dalla sala cerchi di capire se ti è piaciuto o meno, pensi di sì, ma non ne sei sicuro del tutto. Sono film che ti accompagnano sulla strada verso casa, i suoi personaggi passeggiano al tuo fianco e ad un certo punto avresti voglia di girarti per scambiare alcune opinioni con loro. “Le emozioni sono sopravvalutate”, afferma il protagonista, e vorresti convincertene, ma soltanto alla fine capisci che non è così. Fred Ballinger non è meno apatico, nè meno annoiato del Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”, i due in realtà hanno molto in comune, sono due osservatori: se quello interpretato da Servillo però affrontava la vita con lucido cinismo e con una profonda consapevolezza della società in cui si muoveva, il direttore d’orchestra in pensione interpretato da Michael Caine è un uomo che non vuole più chiedere nulla alla vita, guarda al passato ma lo rifiuta costantemente (non vuole tornare a dirigere, respinge ogni proposta di scrivere un libro di memorie), dall’altra parte di questa medaglia c’è però Mick Boyle, anziano regista in cerca della consacrazione, che invece nel passato ci sguazza, lo tiene sempre vicino e lo accarezza fino a ritrovarcisi travolto.

I giovani che popolano il lussuoso albergo ai piedi delle Alpi, dove si svolge l’intera vicenda, sono vitali, vivono il proprio tempo con leggerezza, sembrano tenere il proprio futuro in mano, tanto vicino quanto lontano è invece il passato dei due vecchi amici: anche la leggerezza, in fondo, è una specie di perversione? I personaggi di contorno nei film di Sorrentino non sono mai casuali, o banali: il potere del desiderio che permette al monaco tibetano di liberare la sua testa dalle leggi della fisica, la nostalgia per il passato che riporta il più grande calciatore della storia, un finto Diego Armando Maradona appesantito dalla sua leggenda, a regalare a se stesso la soddisfazione di avere ancora “quel” piede sinistro (che meraviglia quello scambio di battute con Paul Dano). Un omaggio al tempo che non c’è più, alla potenza del desiderio, alla forza dei rimpianti, un inno alla nostalgia che ogni tanto bussa alla porta, a quel passato così lontano da non ricordarci se è poi davvero esistito, quel passato che talvolta ci manca, che talvolta delude, con il quale infine impari a convivere se vuoi sopravvivere.

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Recensione “La Grande Bellezza” (2013)

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Trenini che non portano da nessuna parte e quell’imbarazzo del dover vivere, sedimentato sotto il chiacchiericcio e il bla bla bla: Paolo Sorrentino trova Oscar e consacrazione nella descrizione, a tratti eccessiva, a tratti barocca, ma senza dubbio affascinante, di una società decaduta, annoiata, delusa, che cerca di riempire il vuoto della quotidianità con un’eleganza goffa, anch’essa vacua, corrotta, abbrutita dall’illusione. Perchè la grande bellezza, seppur immersa tra le grandi bellezze di una città come Roma, non c’è, è sparita, finita, persa per sempre, per il semplice motivo che non si è più in grado di coglierla. Toni Servillo è lo splendido Jep Gambardella, finito ad affrontare con cinismo la vuota illusione che lo circonda, però al tempo stesso lucido nell’analizzare con profonda onestà quell’apparato umano che un tempo era stato il suo unico successo letterario.

Una lunga serie di grandi sequenze, ognuna apparentemente fine a se stessa, ma in realtà parte integrante di un racconto, di quello stesso apparato che il protagonista osserva impotente, forse annoiato, certamente deluso e disilluso. Roma dal canto suo si dimostra centro di gravità, città di apparenze e illusioni, un luogo che “fa perdere tempo”, ma anche un non-luogo, troppo bella per essere reale, troppo ammaliante e in fin dei conti effimera. La città, che ha un suo ruolo centrale nella pellicola, non è meno decadente della società che la popola, nonostante le apparenze la facciano sembrare felice, impeccabile, nobile e realizzata: così come i suoi personaggi, squallidi burattini che si agitano per il puro bisogno di apparire, ma che nascondono in realtà una morte interiore, ben più grave di quella reale.

Così chi è in grado di accettare questa giostra finisce al centro della carrozza, chi non ne può più decide di mollare (in tal senso sono splendidamente dipinti i personaggi di Carlo Verdone e del “pazzo” Andrea: ognuno lascerà la sceneggiata a modo suo). Tra giraffe che spariscono, trucchi di magia, artiste bambine, nobili a noleggio, sante miracolose, preti poco spirituali e fenicotteri di passaggio, è così che si compie la tragica e brutale messinscena della vita. Paolo Sorrentino coglie la poesia della decadenza schiaffeggiandoci con il suo circo e al tempo stesso accarezzandoci con le sue meravigliose immagini. Che ci piaccia o no, l’Italia è (anche) questa qua.

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“La Grande Bellezza” riporta l’Oscar in Italia

Anche questa notte degli Oscar è andata. Una delle più attese per quanto riguarda gli italiani: dopo sedici anni la statuetta torna nella nostra penisola. “La Grande Bellezza” è un film che può piacere e può non piacere, ma non si può che essere felici per questo storico riconoscimento. Che bello vedere Paolo Sorrentino che, Oscar in mano, ringrazia le sue fonti d’ispirazione (sbizzarrendosi dai Talking Heads a Fellini, da Martin Scorsese a Diego Armando Maradona). Alle sue spalle, meravigliosa interpretazione di un sorridente Toni Servillo nella parte dell’Oscar. Scherzi a parte è stata una nottata piacevole, con poche sorprese, anzi, quasi nessuna, ma che ricorderemo con la stessa nostalgia che provavamo fino a ieri per l’urlo di Sophia Loren che annunciava la vittoria di Roberto Benigni nel ’98.

Il miglior film alla fine, come da pronostico, è stato “12 anni schiavo” (che si è aggiudicato anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale e per la migliore attrice non protagonista, la grande Lupita Nyong’o). A dominare la serata è stato però “Gravity”, vincitore di sette Oscar (tutti premi tecnici, ovviamente, a parte la colonna sonora e il meritato riconoscimento alla straordinaria regia di Alfonso Cuaron): ci rende particolarmente felici l’Oscar al direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki (il DoP di “The Tree of Life”, tanto per rendervi l’idea). A mani vuote, ma si sapeva, Leonardo Di Caprio: stavolta ha dovuto cedere il passo allo straordinario Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club” (per cui è stato premiato anche Jared Leto come attore non protagonista). La migliore attrice ovviamente è stata Cate Blanchett, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a “Her” di Spike Jonze (evviva!).

I momenti da ricordare non sono mancati: a parte il già citato Paolo Sorrentino, il suo inglese malandato e le sue strepitose fonti d’ispirazione, il momento più alto della serata è stato la selfie scattata da Bradley Cooper su idea della presentatrice Ellen DeGeneres, che in pochi minuti è diventato il tweet più celebre della storia di Twitter (oltre un milione di retweet!). Altri momenti meravigliosi sono stati, in ordine sparso: Bill Murray che rende omaggio a Harold Ramis; Brad Pitt che distribuisce piattini di carta per mangiare la pizza (in uno degli sketch più riusciti della serata); il rapper Pharrell che fa ballare Lupita Nyong’o, Amy Adams e anche Meryl Streep; l’abbraccio tra McConaughey e Di Caprio, dopo l’annuncio per il miglior attore. Alle 6 del mattino (italiane) tutti a letto: ci vorranno 12 anni di sonno per riprenderci…

Capitolo 201

Passate le celebrazioni per il capitolo 200, ancora in ansia nell’attesa della primavera, che sembra intenzionata a farsi aspettare come un certo signor Godot, riprendiamo da dove c’eravamo lasciati: i bei film. Ce ne sono ben nove in questo nuovo capitolo, tra grandi bellezze del passato (mon amour Jeanne Moreau) e grandi bellezze capitoline, commedie francesi, e un capolavoro di 70 anni fa ha fatto trionfalmente il suo ritorno in sala. Diamoci dentro.

A lady in Paris (2012): Ogni volta che c’è un film con “Parigi” nel titolo, io devo vederlo per contratto. È una sorta di forza invisibile che mi spinge al cinema, alla quale va aggiunta la presenza di Jeanne Moreau (ricordate “Jules e Jim” vero? Sì, proprio lei!). Il film è una dichiarazione d’amore a Parigi e al carisma di questa magnifica attrice, che ovviamente è invecchiata, ma solo fisicamente. La sua potenza interiore è ancora intatta. Incontro-scontro tra due donne sole: proprio un bel film.

La grande bellezza (2013): Mi ci è voluta una settimana per capire se mi è piaciuto o no. A dirla tutta ancora non lo so. Di certo è un film che affascina, esteticamente impeccabile (anche troppo, a tratti sembra una masturbazione cinematografica di un Sorrentino sempre più compiaciuto della sua bravura), ma vuoto di valori, che in fondo è esattamente ciò che si cercava di raccontare. Chi ha parlato di un atto d’amore nei confronti di Roma ha capito ben poco: Roma è una città involucro che “fa perdere tempo”, teatrino del nulla, terreno di gioco per il cinismo di un protagonista che ben conosce le regole. Servillo è sempre bravissimo, ma ci siamo stancati di dirlo. Alcune scene sono memorabili, ma non questo il mondo che ci appartiene. Una cosa è certa: Roma me la godo molto di più io che il Jep di Toni Servillo!

Solo Dio perdona (2013): Refn, un uomo una vocale. In molti parlano di grande delusione, a me invece è piaciuto: l’estetica, lo stile, il fascino della violenza, la fotografia infuocata che domina le passioni dei suoi burattini. È chiaro che non poteva essere un altro “Drive”, ma questo già si sapeva, no? Strepitosa Kristin Scott Thomas, bene anche Gosling, che però comincia a essere imprigionato sempre nello stesso personaggio (non penso solo a “Drive”, ma anche a “Come un tuono” di Cianfrance). Comunque un ottimo film, la cui grande pecca è di essere uscito dopo il già citato “Drive”, che è stato amato da tutti, pubblico e critica. Vai Refn, vai, continua così!

Goodbye Lenin (2004): Che bello rivedere i film di cui ti fidi! Sono come i buoni amici, ci sono sempre, anche dopo anni che non li vedi, e ti mettono di buonumore. Sono recentemente tornato da un viaggio a Berlino, e rivedere adesso questo film è stato doveroso: ho capito molte più cose. Trovo magnifica la sua leggerezza, è un film spontaneo, non sembra di vedere attori che recitano, non sembra di vedere un 1989 ricostruito, sembra di esserci. Resta il fatto che il tema della caduta del muro e della DDR secondo me non è mai stato approfondito abbastanza nel cinema. Ce ne vorrebbero di più di film così, che siano commedie o film drammatici.

Seven (1997): Uno dei primi dvd che ho mai comprato in vita mia. Erano secoli che non lo inserivo nel lettore, è la potenza di questo magnifico thriller è ancora integra. Uno dei migliori film degli anni 90, cupo, perfetto, indimenticabile, con un giovane Brad Pitt, uno strepitoso Morgan Freeman e un incredibile Kevin Spacey. È sempre un grande brivido. Capolavoro totale.

Effetti collaterali (2012): Soderbergh è un regista particolare, che alterna grandi film a grandi delusioni. Qualche altra volta invece si mantiene nel mezzo, e questo è uno di quei casi: si tratta di un thriller ben scritto, da manuale, ma in fin dei conti un po’ sciapo. Appassiona il giusto, non fa rimpiangere i soldi spesi per il biglietto (e questo è molto importante!), ma in fin dei conti tra qualche mese già faremo fatica a ricordarne il titolo.

Paulette (2013): Commedia francese che cerca di prendere a modello il cinema sociale di Ken Loach e la commedia all’italiana degli anni 50. Una pensionata per sbarcare il lunario comincia a spacciare droga: il plot sembra un’ottima occasione per creare situazioni comiche e strappare risate, ma in realtà il film è riuscito a metà. Fa il suo compitino per bene, ma non va mai oltre la sufficienza. Diverte, ma non è obbligatorio.

Vogliamo vivere! (1941): Che bello vedere film così meravigliosi su grande schermo! Non lo avete mai visto? Fiondatevi in sala, che un film così, al cinema, non vi capita più! Lubitsch realizza nel 1941 la commedia perfetta, gioca con il nazismo e se ne fa beffe, ci fa piangere dalle risate, sfrutta Shakespeare per creare il tormentone del film (il titolo originale è infatti “To be or not to be?”), consegna alla storia una compagnia di teatro un po’ scapestrata ma in fin dei conti straordinaria. Impensabile non vederlo.

Quando meno te lo aspetti (2012): Favola moderna ambientata a Parigi, tra principi, principesse, lupi cattivi (ma non troppo) e il classico lieto fine. Agnès Jaoui, regista, sceneggiatrice e interprete, è brava, e come lei è bravo anche il marito Jean-Pierre Bacri (sceneggiatore e interprete), con il suo cinismo e il volto perennemente imbronciato (splendido il botta e risposta: “Non vai a dare la buonanotte ai bambini?” “Non so come si fa!”). Un bel film corale, piacevole da vedere. Una delle poche uscite interessanti di questo giugno pieno di grigiore.

pubblicato su Livecity

Cannes 2013: Il programma ufficiale del Festival, Sorrentino in concorso

A meno di un mese dall’inizio della kermesse francese, la più agognata e importante del cinema mondiale, è stato annunciato questa mattina il programma ufficiale della manifestazione. Tra i film in concorso confermata la presenza italiana di Paolo Sorrentino con “La grande bellezza” e, un po’ a sorpresa, quella di Valeria Bruni Tedeschi con “Un chateau en Italie”, che dovranno fare i conti con una sfilza di pellicole e nomi da mettere i brividi. C’è di tutto un po’, dal grande Alexander Payne con “Nebraska” ai fratelli Coen con “Inside Llewin Davis”, dall’atteso “Only God Forgives” di Nicolas Winding Refn a “La venus a la fourrure” di Roman Polansky, per non parlare di Soderbergh, Ozon, Miike, Kechiche, Gray, Farhadi e tutti gli altri. Ad aprire il Festival, come annunciato da tempo, “Il grande Gatsby” di Baz Luhrmann (fuori concorso), con Leonardo Di Caprio. Il presidente di giuria quest’anno è Steven Spielberg.

Concorso
Only God Forgives di Nicolas Winding Refn
Borgman di Alex van der Warmerdam
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
Behind the Candelabra di Steven Soderbergh
La Venus a la fourrure di Roman Polanski
Nebraska di Alexander Payne
Jeune et jolie di Francois Ozon
Wara No Tate di Takashi Miike
La vie d’Adele di Abdellatif Kechiche
Soshite Chichi Ni Naru di Kore-Eda Hirokazu
Tian Zhu Ding di Jia Zhangke
Grisgris di Mahamat-Saleh Haroun
The Immigrant di James Grey
Le Passe di Asghar Farhadi
Heli di Amat Esclalande
Jimmy P. di Arnaud Desplechin
Michael Kohlhaas di Arnaud Despallieres
Inside Llewin Davis di Joel e Ethan Coen
Un chateau en Italie di Valeria Bruni-Tedeschi

Fuori Concorso
The Great Gatsby di Baz Luhrmann
All Is Lost di J.C.Chandor
Blood Ties di Guillaume Canet

Un Certain Regard
The Bling Ring di Sofia Coppola
Grand Central di Rebecca Zlotowski
Sarah préfère la course di Chloé Robichaud
Anonymous di Mohammad Rasoulof
La jaula de oro di Diego Quemada-Diaz
L’image manquante di Rithy Pahn
Bends di Flora Lau
L’inconnu du lac di Alain Guiraudie
Miele di Valeria Golino
As I Lay Dying di James Franco
Norte, Hangganan Ng Kasaysayan di Lav Diaz
Les Salauds di Claire Denis
Fruitvale Station di Ryan Coogler
Death March di Adolfo Alix Jr.
Omar di Hany Abu-Assad

Recensione “This must be the place” (2011)

«Home, is where I want to be, but I guess I’m already there, I come home, she lifted up her wings, I guess that this must be the place». Era il 1983 quando i Talking Heads pubblicarono questa canzone, con un giovanissimo Paolo Sorrentino intento ad ascoltare e riascoltare fino alla nausea la voce di David Byrne. Sono passati quasi trent’anni e da quella canzone Sorrentino ha tratto il titolo del suo primo film americano (coinvolgendo lo stesso Byrne per comporre la colonna sonora), un progetto ambizioso dove lo stile del regista de “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo” si completa con la eccezionale interpretazione di uno Sean Penn inedito, a tratti fanciullesco nonostante il look eccentrico.

Cheyenne è una rockstar che ha ormai abbandonato le scene da molti anni, in seguito ad un episodio scioccante che gli ha cambiato la vita. La sua vita a Dublino è talmente vuota da portarlo a confondere la noia con la depressione: la sua unica compagnia è rappresentata da una moglie solare e spiritosa e da una giovane fan che lo ama come un fratello. Cheyenne è costretto a tornare a New York dopo oltre trent’anni a causa della morte di suo padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto complicato. Leggendo i suoi diari e le sue memorie il cantante scopre che il padre ha dedicato la sua vita a cercare un ex-nazista nascosto negli Stati Uniti, suo aguzzino nei campi di concentramento. Cheyenne, senza alcun talento investigativo, comincia un viaggio on the road verso il sud degli Stati Uniti, alla ricerca di un uomo che molto probabilmente è già morto di vecchiaia.

Una rockstar cinquantenne, truccata come Robert Smith dei Cure, che si trascina annoiata in un presente senza emozioni: il suo ritorno negli Stati Uniti rappresenta l’occasione di affrontare i fantasmi del passato per ridare senso e fiducia al futuro. Innocente come un bambino, flemmatico come un vecchio pensionato: Cheyenne è un personaggio indimenticabile, che vive all’interno di questo contrasto tirandone fuori ironia e disperazione. Sorrentino lo segue per le lande statunitensi senza perderlo di vista un momento, tra autogrill, autostrade e motel, scoprendo un’America già vista ma al tempo stesso nuova. «Feet on the ground, head in the sky, it’s okay, I know nothing’s wrong, nothing», cantavano i Talking Heads, e Cheyenne sembra quasi fargli eco: «La vita è piena di cose belle», basta convincersene.

Recensione “Il divo” (2008)

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Gli applausi del festival di Cannes, oltre al Premio della Giuria assegnato a Paolo Sorrentino: con queste credenziali “Il Divo”, ultima opera del regista napoletano, si affaccia finalmente nelle sale italiane con le aspettative che merita: la garanzia del ritrovato connubio tra il regista e Toni Servillo, entrambi impeccabili nel bellissimo “Le Conseguenze dell’Amore” (2004), stavolta impegnati nel raccontare un pezzo di storia italiana attraverso il personaggio politico più influente e importante degli ultimi cinquanta anni del nostro Paese, Giulio Andreotti.

“Mi difenderò con tutte le mie forze, e tutte le mie forze non sono poche”. Con questa frase l’Andreotti di Toni Servillo si prepara ad affrontare la più terribile delle accuse: associazione mafiosa. Siamo nel 1995, atto finale di un film che riesce a raccontare più di quanto mostra, che si insinua in ogni sfaccettatura del personaggio, mostrando il lato oscuro di un uomo attraverso le sue ossessioni, i suoi dolori, la sua battuta sempre pronta, la sua paurosa freddezza e l’inossidabile insensibilità. La rappresentazione del Potere in Italia, sette volte Presidente del Consiglio, la sola aspirazione a diventare Presidente della Repubblica (fu battuto largamente da Scalfaro), una carriera costellata da presunti crimini e misfatti in cui il Senatore sembrerebbe sempre essere coinvolto (ma chi può dirlo con certezza?), dagli omicidi di Aldo Moro, Mino Pecorelli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Sindona, alle connessioni con la loggia P2: tutti eventi che scivolano addosso ad Andreotti, a parte l’ossessione e il dolore per la scomparsa di Aldo Moro, che sembra impossibile da dimenticare, nonostante le accuse lanciate dallo stesso Moro al suo collega nelle centinaia di lettere scritte durante la prigionia. Neanche lo scandalo Tangentopoli riesce a turbare la freddezza del protagonista, che però si vede costretto a dover tirare fuori il suo carattere di fronte alla dichiarazione di guerra mossagli contro dai pentiti di Cosa Nostra.

Un Toni Servillo meraviglioso (ma la sua bravura non fa più notizia) che non si abbassa ad imitare Giulio Andreotti, ma che riesce a “riarrangiare” il personaggio a modo suo, forte della sua capacità di raccontare un uomo attraverso un gesto delle dita, uno sguardo, una smorfia. La recente storia politica italiana si insinua nelle coscienze dello spettatore, costretto a fare i conti con un’insopportabile impotenza di fronte agli invisibili fili che muovono questo Paese sempre più difficile da amare, che almeno attraverso il cinema riesce a raccontare ciò che abbiamo bisogno che ci venga detto, perché “il cinema non è un depliant turistico”, come ha replicato il regista di fronte alla stupida polemica mossa dalla signora Tronchetti Provera, la quale aveva affermato che film come Il Divo e Gomorra fanno male all’Italia, perché ne mostrano un lato negativo. “Il cinema non è un depliant turistico”: per fortuna, aggiungiamo noi.

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