Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Stranger Things 2” (2017)

Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per “It” ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di “Star Wars” ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: “Stranger Things”. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevano l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo. Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 “Stranger Things” è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

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La seconda stagione di “Stranger Things” comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

KIDS
I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

ADOLESCENTI
Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

ADULTI
Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de “I Goonies” è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H7 25 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se la scena tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

NUOVI PERSONAGGI
Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di “Stranger Things”, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a “It”). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

ELEVEN
Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

CITAZIONI
Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i “Ghostbusters” e “Indiana Jones” stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai “Gremlins”, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a “It” (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a “L’esorcista” (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente “I Goonies” (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), “Mad Max” e “Jurassic Park” che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

COLONNA SONORA
Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi “Hammer to Fall” dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei “Ghostbusters”, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con “Rock You Like a Hurricane” e i DEVO con “Whip It”, Bon Jovi con “Runaway” e i Metallica con “The Four Horsemen”. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca “Time after Time” di Cindy Lauper (autrice del tema dei “Goonies”, tra l’altro) e “Every Breath You Take” dei Police. Queste solo per citarne alcune.

FINALE
In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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Recensione “Wild” (2014)

Questo è uno di quei film che già prima di vedere sapevo mi sarebbe piaciuto tanto. Troppe coincidenze in ballo, e troppe coincidenze si sa, fanno una prova: un regista che apprezzo (Jean-Marc Vallée), un’attrice bravissima (Reese Whiterspoon), la sceneggiatura firmata da Nick Hornby (autore di “Alta Fedeltà”, il mio libro preferito) e poi, ciliegina sulla torta, la storia di un viaggio per ritrovare se stessi. A tutto ciò va aggiunta una colonna sonora strepitosa, che spazia da Simon & Garfunkel a Bruce Springsteen, fino a Leonard Cohen e i Portishead, solo per citarne alcuni.

Tratto dal libro-diario di Cheryl Strayed, il film racconta l’incredibile viaggio percorso da questa ragazza nel 1995, quando in seguito al deragliamento della sua vita, dovuto alla droga, alla fine del suo matrimonio e soprattutto a un grave lutto, decide, senza alcuna preparazione nè esperienza, di percorrere a piedi, per oltre mille chilometri, il Pacific Crest Trail, sentiero montano che va dal confine messicano fino a quello canadese. Se è vero che per ritrovare se stessi bisogna in qualche modo perdersi, è questo che fa Cheryl, dal deserto fino alle vette innevate del suo percorso: ingaggia una sfida con i suoi limiti, ci rende partecipi della fatica, del peso del suo enorme zaino, della paura di non farcela e va avanti, un passo dopo l’altro, fino alla redenzione.

Il montaggio, sia visivo che sonoro, è un vero e proprio protagonista: il cammino della protagonista è intervallato da continui flashback e strofe di canzoni, ricreando perfettamente quei frammenti di pensieri che tutti noi abbiamo in quei momenti in cui ci troviamo a camminare soli. Le immagini del passato nascono dunque dalla sua mente, così come la colonna sonora è soffusa, bassa, lontana, evocata dai ricordi, da uno stereo o dal canticchiare di Cheryl (che in una scena chiede adddirittura sostegno a Springsteen e alla sua “Tougher than the rest”, inequivocabile firma di Hornby sulla sceneggiatura). Reese Whiterspoon ci regala forse la sua interpretazione più intensa (certamente dal punto di vista fisico), caricandosi sulle spalle non solo lo zaino di Cheryl ma anche l’intera pellicola, da lei stessa prodotta.

“Se il tuo coraggio ti è negato, va’ oltre il tuo coraggio”, diceva Emily Dickinson (e la stessa Cheryl, che più volte lungo il viaggio fa sue citazioni letterarie di vari autori): oltre il coraggio c’è la scoperta di ciò che ancora non sappiamo, delle prove che la vita ci deve ancora mettere sulla strada, fino alla consapevolezza che la strada più difficile da percorrere è proprio vivere: l’importante è avere un buon paio di scarpe.

Recensione “American Hustle” (2013)

Il cinema americano ha un nuovo classico: il nuovo film di David O. Russell ha tutte le carte in regola per entrare nel novero delle pellicole di culto. Drammatico e al tempo stesso scanzonato e sopra le righe, ha il respiro dei grandi film degli anni 80 e 90 (seppur ambientato nei 70), tra vaghi echi di “Donnie Brasco” e con un debito al cinema di Scorsese, anche se qui non si tratta comunque di un gangster-movie. L’intero cast fa a gara di bravura, da Christian Bale a Bradley Cooper, da Jennifer Lawrence a Amy Adams, fino a Jeremy Renner: non ce la sentiamo di eleggere un vincitore. Al contrario possiamo però affermare che il direttore di questa formidabile orchestra, quel Russell che si è beccato due nomination consecutive agli Oscar come miglior regista (per “The Fighter” e “Il lato positivo”), ha tutte le carte in regola per centrare la terza candidatura di seguito.

Ispirato a fatti realmente accaduti, è la storia del truffatore finanziario Irving Rosenfeld. Lui e Sidney, la sua amante, saranno costretti a lavorare con l’ambizioso agente dell’FBI Richie DiMaso, all’interno di un’operazione volta a smascherare la corruzione dilagante nel Congresso degli Stati Uniti e in altre organizzazioni governative. Più l’operazione va avanti, più sono grossi i nomi che vengono man mano coinvolti all’interno: Irving, ormai amico intimo del sindaco Carmine Polito (uno degli indagati), dovrà capire come fare a salvare se stesso, Sidney e lo stesso Carmine, prima che l’FBI e l’agente DiMaso gli rovinino definitivamente la vita.

L’unico neo è la lunghezza forse eccessiva (2 ore e 15 minuti), ma in fondo poco importa la durata quando il racconto è così avvincente, per non parlare della colonna sonora: in 135 minuti si passa da “Jeep’s Blues” di Duke Ellington a “It’s De-lovely” di Ella Fitzgerald, da “Goodbye yellow brick road” di Elton John a “The Jean Genie” di David Bowie, da “White Rabbit” dei Jefferson Airplane a “Live and let die” di Paul McCartney e così via. Un motivo in più per godersi una pellicola di grande spessore, in arrivo nelle sale italiane il prossimo 1° gennaio: il modo migliore per cominciare l’anno nuovo, sotto ogni punto di vista.