Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Recensione “Old Boy” (2013)

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Perché girare il remake di un capolavoro? Ma soprattutto, perché farlo soltanto dieci anni dopo l’uscita dello stesso? Spike Lee, che negli ultimi anni ha fatto parlare di sé giusto per la sterile polemica contro “Django Unchained” di Tarantino, si butta in un’impresa pressoché suicida: riarrangiare in chiave stellestrisce il cult “Old Boy” di Park Chan Wook, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2004 (dove il presidente di giuria era, scherzo del destino, proprio Quentin Tarantino). Intendiamoci: il film di Spike Lee non è male, ha delle buone idee di regia, una bella fotografia, un eccellente protagonista (Josh Brolin strepitoso) e il tema della vendetta che ha sempre un suo fascino. Il problema è che risulta pressoché inevitabile paragonare la pellicola di Lee al film coreano, ed è qui che il regista newyorkese è costretto ad accusare il colpo: il suo “Old Boy” è privo della poetica e della poesia dell’originale, non ha la stessa potenza visiva né il medesimo fragore.

Joe Doucett è un pubblicitario alcolizzato, padre assente e, quel che peggio, una persona orribile. Una notte, ubriaco, viene rapito: si risveglierà nella stanza di un motel, che sarà la sua prigione per due decenni. Qui, senza sapere né il mandante né il movente del suo rapimento, viene a sapere che sua moglie è stata uccisa e che la polizia lo sta cercando per arrestarlo. Sua figlia di tre anni invece è stata adottata da una nuova famiglia. Dopo vent’anni Joe si ritrova libero, e le domande lo tormentano: chi lo ha rapito? Perché? E soprattutto, per quale motivo è stato liberato?

Nonostante un Brolin in stato di grazia, accompagnato da Elizabeth Olsen, Shartlo Copley, Samuel L. Jackson e Michael Imperioli (ricordate Spider di “Quei bravi ragazzi”?), il film di Spike Lee, anche se funziona, non colpisce nel segno. Ma se si cerca di riproporre una nuova versone di un cult di appena dieci anni fa, amato da pubblico e critica, si deve anche mettere in conto che il lavoro ne risentirà. Dopo il flop di “Miracolo a Sant’Anna”, Spike Lee torna con un remake che nessuno avrebbe mai dovuto fare. L’“Old Boy” americano sarà ricordato dunque come la riproposizione piuttosto ordinaria di un film straordinario: dov’è finito il meraviglioso regista de “La 25° Ora” e “Inside Man”?

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