Recensione “Springsteen and I” (2013)

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Presentato in contemporanea in oltre cinquanta Paesi in tutto il mondo, il documentario prodotto da Ridley Scott e diretto da Baillie Walsh si nutre di passione, di sogni, di gente comune innamorata di qualcosa che va oltre la musica. Bruce Springsteen è energia, ispirazione, la colonna sonora di una vita. Nel 2010 lo stesso Ridley Scott aveva prodotto il celebre documentario “Life in a day”, in cui aveva proposto a videoamatori di tutto il mondo di filmare uno spaccato di un giorno preciso delle loro vite. Con il materiale ricevuto aveva poi costruito il film (grazie anche alla paziente direzione di Kevin MacDonald). “Springsteen and I” si basa sulla stessa idea: il film infatti è stato realizzato interamente con i filmati inviati dai fan del Boss dislocati in ogni angolo del mondo. Ognuno racconta un aneddoto riguardante la propria vita, influenzata da un legame profondo con le canzoni di Springsteen. Ciò che ne esce fuori è la storia di persone comuni, di età, sesso, estrazione sociale e nazionalità diverse, tutte segnate dalla loro passione per il Boss, eroe di ogni generazione, artista di tutti.

Ironico e commovente, emozionante, coinvolgente, pieno di vita: è il materiale umano il vero protagonista di questo film. I fan del Boss troveranno finalmente una voce per spiegare la loro passione, attraverso le mille parole dei loro “fratelli”, i curiosi e i profani capiranno invece meglio cosa gravita in questo universo springsteeniano. Il Boss è così amato proprio perché non è stato cambiato dal successo, è rimasto una persona comune, “uno di noi”, e i personaggi delle sue canzoni non sono altro che le stesse persone che ascoltano la sua musica. “Springsteen and I” è una splendida collezione di passione ed emozioni, un abbraccio sincero, reso ancor più grande dall’energia che scorre tra un’immagine e l’altra, che tutto lega ed unisce, a tal punto da farci sembrare addirittura possibile l’esistenza di una Forza superiore (che in questo caso ha poco a che fare con “Star Wars”): è la Forza della musica, è la Forza della passione, è la Forza delle persone.

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Recensione “The Promise – The making of Darkness on the edge of town” (2010)

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Nel 1975 esce “Born to Run”, terzo album di Bruce Springsteen, che spalanca le porte del successo a questo ragazzotto di provincia, cresciuto in fattoria, cantore di un America che deve fuggire per inseguire i propri sogni. Questo il succo dell’album: un’energia pulsante in cui il personaggio delle canzoni doveva lasciare la provincia per realizzarsi. Con un ritardo di tre anni, dovuto ad un problema giudiziario tra Springsteen e l’ex manager Mike Appel, esce il nuovo album, decisivo per capire se il successo di “Born to Run” è stato casuale o se davvero dietro quel chitarrista rude si nasconde un cantautore straordinario: “Darkness on the Edge of Town” consacra Bruce Springsteen come uno dei più grandi musicisti americani, raccontando storie di vita quotidiana di personaggi disillusi e disincantati, segno di un’America il cui sogno è stato interrotto già da tempo. Stavolta il Boss torna nella provincia e indaga la vita all’interno dei suoi confini, attraverso un sound più cupo,  disperato, e delle liriche riflessive e mature (“You’re born with nothing and better off that way, soon as you’ve got something they send someone to try and take it away”, per citare un verso).

Il regista Thom Zimny, collaboratore e fan di Springsteen, ha rimontato una serie di straordinari filmati d’archivio girati proprio durante la realizzazione di “Darkness on the edge of town”, in uno studio di registrazione saturo di passione e amore per la musica: minuto dopo minuto scopriamo come il Boss plasmi lentamente la sua creatura, cercando il sound giusto per ogni canzone, buttando giù sul suo quaderno diversi testi della stessa canzone. Alle immagini di repertorio sono alternate le interviste recenti a Springsteen e ai membri della E Street Band, passando per produttori, sua moglie e Patty Smith (che deve proprio ad una canzone scritta dal Boss il suo più grande successo, “Because the Night”). Un’ora e mezza di intense emozioni per scoprire e osservare la figura di uno dei più grandi cantautori del rock, un uomo di musica che vive per la musica, e che ha fatto della sua band una grande famiglia.

Dall’energica “Badlands” alla struggente “Racing in the Street”, dalla triste realtà di “Factory” ai sogni spezzati della title track “Darkness on the edge of town”: la musica di Springsteen e i suoi splendidi testi accompagnano il pubblico attraverso la creazione di una leggenda discografica, un album che si può definire un vero e proprio film sonoro, per la grande carica di immagini che emergono dalle sue ballate tristi. Il bianco e nero del documentario mantiene intatta la magia e illumina di nostalgia per quella musica che il mondo di oggi non riesce più ad esprimere.

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Bruce Springsteen in concerto: il boss conquista Roma

La città eterna si inginocchia davanti al Boss, protagonista di un concerto memorabile in quella che in apertura annuncia essere «la città più bella del mondo». Lo Stadio Olimpico richiama alla mente gli spalti gremiti di un Colosseo imperiale, Springsteen dalla sua ha la stoffa del gladiatore più abile, che sa come farsi amare dalla folla. La gente lo ama, urlando il suo nome a gran voce.

Dopo una lunga attesa dovuta allo slittamento del concerto di oltre un’ora (a causa della concomitanza con i mondiali di nuoto, a pochi metri dallo stadio) “Badlands” apre la serata, anticipata dalle note inconfondibili del tema di “C’era una volta il West” di Ennio Morricone. Il Boss ringhia, sprigionando scariche elettriche ad ogni riff, al suo fianco, rintanato in un angolo, il leggendario sassofonista Clarence Clemons ha l’aria del sicario silenzioso e innamorato. La notte dell’Olimpico sarà lunga: Springsteen e la E Street Band suonano per quasi per tre ore consecutive, improvvisando la scaletta, trasformandosi in alcuni casi in un juke-box vivente: il pubblico espone cartelli con i titoli delle canzoni richieste, il Boss li raccoglie, li mostra alla band e li esegue, senza battere ciglio. E così scivolano una dopo l’altra, sotto bordate elettriche, “Pink Cadillac”, “Surprise, Surprise”, “Hungry Heart”, “American Skin”, “Born To Run”, solo per citare alcuni titoli. C’è magia nella notte, recita un verso di “Thunder Road”, e non potrebbe essere altrimenti: l’armonica apre l’incedere incalzante della hit più amata, e si comincia a toccare con mano la leggenda. Springsteen si presta al pubblico come un Messia del rock, prende in braccio un bambino e lo lascia cantare, accoglie una fan e le concede un ballo: il Boss si nutre della sua gente, e la sua gente si nutre della sua musica. Un medley infinito composto dalla beatlesiana “Twist and Shout” e “La Bamba” chiudono il concerto sotto le stelle romane, che stanotte hanno smesso di brillare per lasciare spazio alla star più luminosa del firmamento del rock.

Un concerto che è già storia, in una città che di storia se ne intende: Bruce Springsteen ha conquistato anche Roma, in attesa di approdare nei prossimi giorni a Torino e Udine, per diffondere il suo credo rock in tutta Italia. La conquista è appena cominciata.

pubblicato su Livecity