Recensione “Where To Invade Next” (2015)

Michael Moore torna dietro la macchina da presa dopo sei anni e stavolta riesce nell’impresa di realizzare un documentario sugli Stati Uniti senza aver girato un solo fotogramma sul territorio statunitense. L’idea di base è a dir poco geniale: il Pentagono, stufo di perdere guerre, chiede al regista di occuparsi lui stesso di invadere nuovi territori in nome dell’America. Questo incipit di fantasia permette all’esercito di Moore, composto da se stesso e dalla sua troupe, di girare l’Europa alla conquista non del petrolio, ma di buone idee per il suo Paese, senza neanche dover sparare un solo proiettile (perché “Le buone idee sono più utili del petrolio”).

Italia, Francia, Germania, Finlandia, Slovenia, Portogallo, Norvegia, Islanda: Michael Moore gira in lungo e in largo il Vecchio Continente scoprendo che in Italia i lavoratori hanno diritto a ferie pagate e alla tredicesima, in Francia i pasti nelle mense scolastiche (anche le più povere) sono regolati da un dietologo e sono di alta qualità rispetto a quelle statunitensi. In Finlandia un sistema scolastico rivoluzionario basato sullo sviluppo delle proprie attitudini (e senza compiti a casa) ha creato degli studenti modello, in Norvegia il sistema penitenziario è basato sul perdono, sulla socialità e non sulla vendetta, motivo per cui i detenuti, una volta scontata la pena, riescono a inserirsi perfettamente nel mondo. E ancora, Michael Moore scopre l’università gratuita in Slovenia oppure un governo femminile in Islanda.

Dunque in questo suo peregrinare per l’Europa Moore “invade” i Paesi per conquistare le loro idee, per tornare a casa con le soluzioni ai problemi più radicati negli Stati Uniti: il modo in cui lo fa, tramite un’improbabile chiamata alle armi, è come al solito ironico e pieno di battute divertenti (ad esempio, citando a memoria: “Davvero nell’alfabeto sloveno manca la lettera W? Ma l’avete tolta prima o dopo Bush?”). Un documentario interessante e senza dubbio divertente, ma che ovviamente appare in alcuni momenti un po’ troppo idilliaco, generalizzando situazioni piuttosto straordinarie (come, ad esempio, i lavoratori di una fabbrica italiana che per la pausa pranzo tornano a casa per mangiare in famiglia). La bravura di Moore è nell’evitare di sottolineare i difetti degli Stati Uniti, quanto nell’aprire le porte a nuove possibilità. Con ironia, ottimismo e buone idee, niente è impossibile. Forse.

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Recensione “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca” (“The Butler”, 2013)

L’ultimo film di Lee Daniels concentra l’attenzione su una delle questioni cruciali della storia degli Stati Uniti: l’integrazione razziale. Il regista ci mostra due differenti percorsi, due pensieri, uniti dalla parentela padre-figlio: il primo, interpretato dall’ottimo Forest Whitaker, lavora come maggiordomo alla Casa Bianca e vede passare dai corridoi presidenziali oltre venticinque anni di Presidenti americani. Conosce i loro pensieri, il loro impegno per cambiare l’America e permettere a tutti i cittadini di conquistare gli stessi diritti, e con la sua umanità conquista attraverso i vari Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon e Reagan un passo in più verso l’uguaglianza. Suo figlio al contrario si batte dall’esterno: prima in un gruppo di protesta studentesco, quindi unito a Martin Luther King e poi a Malcolm X. Lo scontro tra le due differenti generazioni (e linee di condotta) è probabilmente l’idea più interessante del film, il contrasto tra la pacatezza e la passività del padre e l’irruenza e l’impegno attivo del figlio.

Lee Daniels va encomiato per la ricostruzione della vita di un uomo, dall’infanzia tra le piantagioni di cotone fino ai giorni nostri quando vede Barack Obama diventare presidente degli Stati Uniti, ma soffre un po’ troppo il peso degli eventi storici. La Storia cammina di pari passo con il film e lo appesantisce con l’enorme mole di carne al fuoco: succedono troppe cose, troppo velocemente, e in alcuni punti il film ne risente. A valere il prezzo del biglietto è il cast: ci si spaventa solo a leggere i nomi. Forest Whitaker, Oprah Winfrey, John Cusack, Jane Fonda, Cuba Gooding Jr, Terrence Howard, Lenny Kravitz, James Mardsen, Vanessa Redgrave, Alan Rickman, Liev Schreiber e Robin Williams sono i grandi nomi messi insieme da Lee Daniels per questa lunga lezione di storia americana. Una lezione che, seppur interessante, non ci è sembrata particolarmente coinvolgente.

Recensione “Looking for me in America” (2011)

Girare un documentario significa strizzare l’occhio alla realtà, nutrirsi di essa per raccontare una storia che non è l’unica realtà, ma una versione della realtà. Quando però un regista decide di raccontare la propria realtà, quella versione si trasforma nell’unica verità esistente: è questo che fa il giovane Marco Vitale, documentarista italiano impiantato negli States, che nel suo film parte alla ricerca di se stesso in un coast to coast pieno di emozioni, dove lontani echi della beat generation si distillano in un profumo da respirare on the road, tra mappe, autobus, binari e sale d’attesa.

Un anno lontano dall’Italia per consacrarsi alla New York Film Accademy: il sogno americano però comporta sacrifici, lentamente si impossessa di coloro che lo vivono, rendendoli diversi, indurendoli, conducendo infine ad un’inevitabile perdita di personalità: «Non voglio diventare questo tipo di persona», afferma Vitale nel suo documentario. Il regista decide così di partire per ritrovare qualcosa che ha perso, se stesso, perché a volte soltanto perdendosi ci si può ritrovare. La sua avventura per gli States lo aiuterà a capire cosa fare del futuro, decidere come affrontare il domani, un viaggio quindi che assume il ruolo di mentore e al tempo stesso di turning point per una carriera, una persona, una vita.

New York, Washington, Savannah, Miami, New Orleans, Grand Canyon, Los Angeles, San Francisco: luoghi, avventure, incontri, persone. Città dopo città Vitale impara a conoscere il punto di vista di altri statunitensi acquisiti, provenienti da tutto il mondo, riuscendo in qualche modo a trovare sempre più qualcosa di sé riflessa nelle parole di coloro che lo circondano, ma anche nelle parole di amici e famigliari, con cui il protagonista comunica durante i suoi spostamenti. Un’opera emozionante che sa rendere nostre le inquietudini dell’autore, capace di farci avvicinare empaticamente alle sensazioni da lui stesso provate lungo la strada (che trova nella conversazione via skype con i suoi genitori il momento più intenso). Alla fine però la risposta arriverà da sola, marchiata a pelle da un tatuaggio che renderà indelebile questo tragitto, «perché solo quando realizzi chi sei, puoi cominciare a vivere».