Recensione “Alabama Monroe” (“The Broken Circle Breakdown”, 2013)

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Come riuscire a conciliare musica country e tatuaggi, spiritualità e progresso, religione e scienza, vita e morte, il tutto all’interno di una storia d’amore terribilmente intensa? Chiedete a Felix Van Groeningen, regista di questo melodramma belga dal forte retrogusto statunitense. Un film che vive delle sue emozioni, in una struggente collezione di memorabili scene madri, rabbioso come il suo protagonista Didier (Johan Heldenbergh, autore dell’opera teatrale dalla quale è stato tratto il film), doloroso come la straordinaria Elise (Veerle Baetens, interpretazione pazzesca). Due persone diverse che si ritrovano unite dalla bellezza della musica, spinte verso l’infinito dalle gioie di una nuova vita da accogliere, infine messe duramente alla prova con l’elaborazione di un lutto impossibile da superare. E Dio che figura ci fa in tutto questo? Se Didier lo ripudia (anche per colpa di George Bush…), Elise ne abbraccia i piccoli segni, quelle illusioni e le bugie che racconta a se stessa per rendere più sopportabile la propria esistenza.

Elise gestisce uno studio di tatuaggi (“C’è sempre qualcosa nella vita che vale la pena mettere sul proprio corpo”), Didier è un musicista country (il genere bluegrass per l’esattezza) innamorato dell’America e delle sue infinite opportunità. Si innamorano all’istante, e vivono di quell’amore appassionato, incondizionato, travolgente, che porterà alla nascita della piccola Maybelle. Ma quando la bambina viene colpita da una malattia incurabile, il cerchio di felicità di questa coppia fuori dagli schemi comincia a spezzarsi.

La musica ovviamente non è mai in secondo piano e anzi talvolta ruba la scena ai personaggi, diventando addirittura perfetta quando si incarica di sostenerne le emozioni. Inoltre il contrasto tra l’allegria della musica country e l’elaborazione del lutto dei due protagonisti crea un racconto ancor più profondo, pieno di sentimento ma al tempo stesso mai banale, mai retorico, semplicemente carico ed eloquente. Una delle storie d’amore più efficaci, travolgenti e intense di questo decennio cinematografico, ma anche una delle più dolorose: resterà impressa come un tatuaggio.

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Recensione “Before Midnight” (2013)

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Li avevamo conosciuti diciotto anni fa su un treno e li avevamo amati sulle strade di una Vienna primaverile e fatale. Ci siamo innamorati di loro, li abbiamo lasciati là, su un binario, sognando o magari ricordando episodi analoghi delle nostre vite. Forse un po’ nostalgici, un po’ malinconici, perché un pezzetto di quella magia e di quell’ingenuità l’avremmo volute portare ancora con noi, anche dopo essere più cresciuti. Ma quando li abbiamo incontrati di nuovo, nove anni fa, in una Parigi curiosamente assolata, la magia sembrava finita, o quantomeno sembrava nascosta. Jesse e Celine erano (sì, anche loro!) diventati più cinici, più disillusi, meno sognatori. Come noi, come tutti, probabilmente. Ma in pochi minuti finali si stava per accendere qualcosa, una piccola fiammella che i titoli di coda non ci hanno permesso di approfondire (stava per essere alimentata o definitivamente spenta?). Lo scopriamo oggi, con i protagonisti ormai quarantenni, che stavolta non si incontrano più o meno per caso, ma si amano e hanno finalmente una relazione.

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