Recensione “The Disaster Artist” (2017)

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James Franco produce, dirige ed interpreta la storia sul film più brutto di sempre, la gestazione di quello che fu definito “Il Quarto Potere dei film brutti”, e lo fa mescolando dramma e commedia, rendendo la tragicomica storia di uno dei più famigerati outsider di Hollywood nella celebrazione di una passione vera, reale, soffocante, e al tempo stesso nel racconto di un’amicizia sincera.

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Recensione “The Post” (2017)

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Probabilmente uno dei migliori film di Steven Spielberg in questo millennio, se non il migliore: “The Post”, come spesso accade quando il cinema entra nelle redazioni dei giornali, è appassionante e coinvolgente, anche se purtroppo ci lascia con l’amaro in bocca per una professione che un tempo era davvero svolta con un idealismo e dei valori che oggi, tra fake news e bufale, sembrano davvero merce rara. Spielberg indugia sulle rotative del Washington Post così come sul carattere dei suoi carismatici protagonisti (ottimo Hanks, mentre per Meryl Streep ho ormai da tempo esaurito gli aggettivi) e, nonostante la patina marcatamente vintage, il suo film è Cinema puro.

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Recensione “Dark Night” (2016)

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Quante volte siamo andati al cinema in vita nostra? Non posso neanche azzardare una risposta, mi verrebbe il mal di testa. Pensate con quanti estranei abbiamo condiviso la sala cinematografica, le emozioni di un film, per poi, subito dopo i titoli di coda, tornare alla nostra quotidianità. Non per tutti è stato però così: nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 2012, nella cittadina di Aurora (Colorado), dodici spettatori sono rimasti uccisi durante una sparatoria avvenuta proprio all’interno della sala cinematografica, a pochi minuti dall’inizio de “Il cavaliere Oscuro – Il ritorno” (“Dark Knight Rises” in originale, da qui il gioco di parole che dà il titolo al film).

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Recensione “The Big Sick” (2017)

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Purtroppo nel momento in cui “The Big Sick” è uscito in sala, il disastroso titolo italiano (“Il matrimonio si può evitare… l’amore no”) era riuscito nella formidabile impresa di tenermi lontano dal volerlo vedere. A fine dicembre però ho trovato la pellicola di Michael Showalter in molte liste dei migliori film dell’anno, a tal punto da incuriosirmi: le commedie romantiche indipendenti mi piacciono, mi sembrava doveroso darle una chance. Ho cominciato così a vederlo senza neanche guardare il trailer, senza sapere niente sulla trama: è così che andrebbe visto ogni film, anche se lo so, è proprio difficile. La prima mezzora mi è sembrato di trovarmi davanti un film sì carino, buffo, ma uguale a tantissimi altri titoli di questo genere. Una sorta di versione cinematografica, un po’ meno geniale, di “Master of None”. Il secondo atto del film però cambia totalmente le carte in tavola, permettendo alle emozioni di prendere il sopravvento, ed è qui che “The Big Sick” riesce a conquistare. Prima di andare oltre, serve un accenno alla trama.

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Recensione “Tutti i soldi del mondo” (“All the money in the world”, 2017)

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Quando gli americani girano un film in Italia c’è sempre qualcosa che non mi convince: saranno tutte quelle vespe o le macchine della Fiat, saranno alcuni attori italiani, non lo so. Ma non è questo il punto. Eppure la storia, tratta da un reale fatto di cronaca, dovrebbe essere piuttosto intensa, gli attori abbastanza in palla, la regia senza dubbio ammaliante. Che vi devo dire, nonostante tutti questi elementi che faranno sicuramente apprezzare il film, a me non è piaciuto. E non è certamente colpa di Romain Duris o di Nicolas Vaporidis se sono stati scelti per interpretare due malviventi calabresi (sic), così come non posso prendermela con Ridley Scott se non è riuscito a trascinarmi negli eventi. Semplicemente, secondo me, c’è qualcosa che non va: in ogni momento provavo la sensazione che ci fosse una stonatura, una forzatura o un’esagerazione, a tal punto da farmi esclamare un vigoroso quanto ironico “Ma non mi dire”, nel leggere, sui titoli di coda, l’avviso che pur trattandosi di una storia vera il regista si è preso la libertà di romanzare alcuni accadimenti.

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Recensione “Vinyl” (2016)

Su queste pagine non si parla spesso di serie tv, lo so io, lo sapete (forse) anche voi. Ma qui ci troviamo di fronte ad un episodio pilota di 110 minuti, diretto da Martin Scorsese e prodotto dallo stesso regista in collaborazione con sua maestà Mick Jagger. Per di più, è uno di quei casi più unici che rari in cui comincio a vedere una serie in contemporanea con il resto del mondo. E se avete bisogno di un altro motivo vi dirò anche che ne sto scrivendo a proposito per il più semplice dei motivi: è uno dei migliori episodi pilota che abbia mai visto.

Scorsese ci mette i bravi ragazzi, Jagger l’industria musicale anni 70. Sesso, droga, rock n roll, un cadavere, italoamericani, camicie colorate, basette lunghe, Robert Plant e musica da urlo (di questo ne parleremo più avanti). Bob Cannavale inoltre si rivela un protagonista perfetto. Nel cast troviamo anche il viso luminoso di Olivia Wilde e James Jagger, che porta in scena l’irriverenza di papà Mick. Se fino a qualche giorno fa l’arrivo di questa serie aveva suscitato la nostra curiosità, adesso che l’abbiamo cominciata ha catturato definitivamente la nostra attenzione: c’è  davvero il potenziale per parlare di capolavoro.

E adesso parliamo della storia (occhio, potrebbero esserci spoiler sulla prima puntata): siamo nel 1973. Richie Finestra, produttore musicale a capo dell’etichetta American Century, è praticamente costretto a vendere la sua creazione ad una società discografica tedesca. Per chiudere l’accordo deve però sistemare una serie di faccende rimaste irrisolte: c’è da risanare la rottura con i Led Zeppelin, la band del momento, convincendo Robert Plant e il loro celebre manager Peter Grant a firmare un contratto con loro. Bisogna poi convincere il proprietario di alcune stazioni radiofoniche a non boicottare l’etichetta, perché questo significherebbe la bancarotta. Inoltra bisogna motivare i propri dipendenti a scoprire le band del futuro (motivo per cui un’ambiziosa impiegata finirà ad un concerto che sembra segnare l’inizio del punk, in un periodo in cui la parola punk, musicalmente parlando, neanche esisteva). Un altro storico concerto, quello dei New York Dolls (che apre e chiude la puntata), vede Richie uscire vivo dal crollo (realmente avvenuto) del palazzo in cui si stava svolgendo la serata: sembra uno zombie, un essere inanimato che rinasce a nuova vita. La sua esistenza, così come la scena musicale newyorkese, sta per cambiare definitivamente.

Come già fatto in “Boardwalk Empire”, Scorsese racconta una storia immaginaria all’interno della Storia reale, affiancando i personaggi fittizi ad una serie innumerevole di nomi, luoghi ed eventi reali: ci sono così i già citati Led Zeppelin, c’è il concerto dei New York Dolls e il collasso dell’edificio, negli uffici della American Century si ascoltano gli Slade, si fanno commenti sul primo singolo degli Abba, si ricorda Woodstock. Insomma, c’è un mondo reale, in cui gli appassionati di musica incontreranno note e personaggi conosciuti, un mondo che sembra pronto ad entrare in scena in qualunque momento, semplificando il processo di familiarità con questo nuovo show televisivo.

Guardando “Vinyl” si ha costantemente l’impressione di (ri)scoprire il rock per la prima volta, di tornare ai tempi in cui si sognava di fare musica per passione, nonostante il business (il personaggio, inventato, del bluesman Lester Grimes si inserisce perfettamente in questo contesto). Il romanticismo legato alla musica è però appena accennato (in particolare nella scena con la chitarra quadrata di Bo Diddley), perché il business c’è, eccome se c’è, ed è fatto di orge, di pillole e di cocaina (“Il problema era il mio naso e quello che ci ficcavo dentro”), di truffe e di bustarelle: “Credevate che le radio passassero i dischi perché erano belli?”. Insomma, c’è del marcio, e tanto, nell’industria discografica.

Chiudiamo con la colonna sonora che, ovviamente, è pazzesca. C’è l’adrenalina dei New York Dolls di David Johansen, c’è la splendida “Cum on feel the noize” degli Slade, ci sono i Led Zeppelin che propongono una cover di Eddie Cochran. E ancora, “Suspicious Minds”, “All the young dudes” dei Mott the Hoople, il sound inconfondibile di Otis Redding, i Black Sabbath e tanto, tanto altro.

Comincia così “Vinyl”: “It’s only rock n roll (but I like it)”.

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Recensione “The Program” (2015)

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Stephen Frears sembra essersi appassionato alle inchieste giornalistiche. Dopo la bellissima storia raccontata in “Philomena”, dove un giornalista accompagna una signora anziana alla ricerca del figlio, il regista britannico basa il suo nuovo film su un altro fatto di cronaca, stavolta sportiva, che ha letteralmente girato il mondo per la portata del suo scandalo. Che la storia di Lance Armstrong fosse da film non c’erano molti dubbi già prima del suo coinvolgimento nel doping, quando il ciclista aveva sconfitto il cancro per poi vincere sette Tour de France consecutivi. Ma è quello che c’è stato dietro a tutto ciò, brillantemente smascherato dal giornalista David Walsh, è molto più che una semplice storia da film.

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Recensione “The Wolf of Wall Street” (2013)

Martin Scorsese porta i suoi bravi ragazzi nel mondo della finanza e il risultato è un film di 180 minuti in cui ogni scena è spinta all’eccesso: denaro, sesso e droga all’ennesima potenza. Quella di Jordan Belfort è una storia (vera) che sembra vissuta appositamente per permettere a Scorsese di trasportarla su grande schermo: ci sono tutti gli elementi nei quali il regista newyorkese ama sguazzare. Vero è che non ci sono gangster e omicidi, ma cambiando gli addendi il risultato cambia poco. “The wolf of Wall Street” è un film totalmente sopra le righe, e ci gode ad esserlo: l’edonismo dei personaggi di Scorsese qui è moltiplicato, amplificato, esasperato e spinto all’estremo, grazie anche ad un cast di interpreti fuori dall’ordinario e una gran bella colonna sonora (che spazia da “Everlong” dei Foo Fighters a “Mrs Robinson” in versione Lemonheads, da “ça plane pour moi” di Plastic Bertrand fino addirittura a “Gloria” di Umberto Tozzi).

La storia segue l’ascesa e la caduta di Jordan Belfort, il broker che ha guadagnato miliardi di dollari grazie ad una serie di truffe ai danni dei suoi clienti. Un’ascesa folle, durante la quale Belfort si concede ogni forma di vizio: donne di ogni genere, una moglie mozzafiato (Margot Robbie…), droghe di ogni tipo, automobili, barche, elicotteri e qualunque tipo di follia (come ad esempio nani volanti lanciati contro un bersaglio). Un vortice di potere e denaro, dove l’adrenalina domina il mondo distorto in cui sembra affogare il suo protagonista, esaltato ed esaltante, avido e al tempo stesso generoso, affabile, gentile, ma al tempo stesso criminale.

Un gangster dei tempi moderni, un Robin Hood dell’alta finanza (rubava ai ricchi per dare a se stesso), un cowboy nel mondo selvaggio di Wall Street. Un lupo che non ha mai nascosto la sua passione per il sesso e per le droghe, un narcisista che ha vissuto la sua vita in funzione del denaro. Soltanto la straordinaria versatilità di Leonardo Di Caprio poteva rendere credibile un personaggio così complesso. Al suo fianco, il miglior Jonah Hill mai visto sullo schermo. Scorsese inanella una serie di scene madri, spinge ogni dettaglio, ogni attore, ogni sequenza fino all’estremo e talvolta anche oltre, gli unici limiti che si concede il suo film sono quelli che si pone lui stesso. Barocco, caleidoscopico, totalmente folle. Bentornato Mister Scorsese!

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Da leggere anche: The Wolf of Wall Street – La giungla della finanza secondo Martin Scorsese

Recensione “Philomena” (2013)

Quando il cinema trova il giusto equilibrio tra passione, intensità, dramma e ironia, quel che ne esce fuori è un film come questo. Stephen Frears, capace nella sua carriera di alternarsi tra “My Beautiful Laundrette” e “Alta Fedeltà”, tra “Lady Henderson Presenta” e “The Queen”, tanto per citarne alcuni, stavolta fa suo il progetto di Steve Coogan (produttore, sceneggiatore e co-protagonista del film) e realizza forse la sua opera più matura, una summa del suo cinema, in cui lo straordinario vigore di Judi Dench, ingenua ed elegante, si alterna alla fredda ironia del già citato Coogan, scaltro e acuto. L’istintività dell’una e l’intelletto dell’altro portano sullo schermo una strana e formidabile coppia, una madre addolorata e un giornalista deciso, cuore e mente di una storia indimenticabile, la vera storia di Philomena Lee.

Nell’Irlanda ultra-cattolica degli anni 50, Philomena, ancora adolescente, resta incinta. Ripudiata dalla famiglia, viene accolta in un convento dove può partorire ma vedere suo figlio soltanto un’ora al giorno. All’età di tre anni il suo bambino viene dato in adozione ad una facoltosa coppia di americani; Philomena, distrutta dal dolore, pensa di averlo perso per sempre. Negli anni 2000 il giornalista disoccupato Martin Sixmith viene per caso a conoscenza della storia di Philomena: deciso a realizzare un articolo importante, Martin aiuterà l’anziana donna nella ricerca del figlio scomparso.

Accompagnato dalle soffici melodie di Alexandre Desplat, Stephen Frears restituisce perfettamente la sensazione di trovarsi su un sentiero che non sappiamo dove condurrà: costantemente in equilibrio tra la voglia di sapere e la paura della verità, tra registro drammatico e ironico, tra la tenerezza dell’istinto e la rigidità dell’intelletto, tra il cinismo  e la disillusione di un ateo e la speranza e l’ingenuità di una credente. Una sorta di road-movie atipico in cui le regole vengono continuamente riscritte, dove le verità tornano a galla dopo anni di silenzi, dove il cinema sa raccogliere una storia realmente accaduta trasformandola in un trionfo dell’animo umano.