Recensione “La Favorita” (“The Favourite”, 2018)

Yorgos Lanthimos continua la sua ascesa nel Cinema con la C maiuscola e la sua bravura sembra non avere limiti, se non quelli che si pone lui stesso. Il regista greco stavolta si affida ad una coppia di sceneggiatori (che aggiungono molta ironia allo stile di Lanthimos, tipicamente cupo), spostando la sua attenzione all’interno della corte della Regina Anna, nel XVIII° secolo.

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Tutti i finali di “Black Mirror: Bandersnatch”

Dopo aver visto e rivisto, e ancora rivisto, fino a provare tutti i percorsi, il film interattivo di Netflix, “Black Mirror: Bandersnatch”, ci troviamo di fronte ad un’ultima scelta: se definirlo “paraculo” o “geniale”. La verità è probabilmente nel mezzo: se da un lato può sembrare un divertente e a tratti ansiogeno esercizio di stile creato ad hoc per farci restare a bocca aperta, dall’altro i vari strati della storia e il fatto che il personaggio senta che c’è qualcuno che prende le decisioni al posto suo ci fa perdere all’interno di un labirinto che affascina e intriga. In questo film-gioco, che fa tanto pensare ai cari librigame che divoravamo negli anni 90 (ma ve lo ricordate quel capolavoro di “Lupo Solitario”?), siamo riusciti a contare ben undici finali più o meno differenti. Andiamo a “riviverli” insieme.

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Recensione “Benvenuti a Marwen” (“Welcome to Marwen”, 2018)

Sarà capitato a molti di noi, in un momento di difficoltà, di trovare consolazione in qualcosa di creativo, o più in generale nell’arte. C’è magari chi, dopo un lutto, si è messo a dipingere, chi, dopo aver rotto con una ragazza, ha cominciato a scrivere un romanzo, oppure semplicemente chi ha trovato rifugio nelle canzoni o nei film per sconfiggere i propri demoni del momento.

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Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Recensione “The Terror” (2018)

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In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “The Disaster Artist” (2017)

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James Franco produce, dirige ed interpreta la storia sul film più brutto di sempre, la gestazione di quello che fu definito “Il Quarto Potere dei film brutti”, e lo fa mescolando dramma e commedia, rendendo la tragicomica storia di uno dei più famigerati outsider di Hollywood nella celebrazione di una passione vera, reale, soffocante, e al tempo stesso nel racconto di un’amicizia sincera.

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Recensione “The Post” (2017)

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Probabilmente uno dei migliori film di Steven Spielberg in questo millennio, se non il migliore: “The Post”, come spesso accade quando il cinema entra nelle redazioni dei giornali, è appassionante e coinvolgente, anche se purtroppo ci lascia con l’amaro in bocca per una professione che un tempo era davvero svolta con un idealismo e dei valori che oggi, tra fake news e bufale, sembrano davvero merce rara. Spielberg indugia sulle rotative del Washington Post così come sul carattere dei suoi carismatici protagonisti (ottimo Hanks, mentre per Meryl Streep ho ormai da tempo esaurito gli aggettivi) e, nonostante la patina marcatamente vintage, il suo film è Cinema puro.

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Recensione “Dark Night” (2016)

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Quante volte siamo andati al cinema in vita nostra? Non posso neanche azzardare una risposta, mi verrebbe il mal di testa. Pensate con quanti estranei abbiamo condiviso la sala cinematografica, le emozioni di un film, per poi, subito dopo i titoli di coda, tornare alla nostra quotidianità. Non per tutti è stato però così: nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 2012, nella cittadina di Aurora (Colorado), dodici spettatori sono rimasti uccisi durante una sparatoria avvenuta proprio all’interno della sala cinematografica, a pochi minuti dall’inizio de “Il cavaliere Oscuro – Il ritorno” (“Dark Knight Rises” in originale, da qui il gioco di parole che dà il titolo al film).

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Recensione “The Big Sick” (2017)

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Purtroppo nel momento in cui “The Big Sick” è uscito in sala, il disastroso titolo italiano (“Il matrimonio si può evitare… l’amore no”) era riuscito nella formidabile impresa di tenermi lontano dal volerlo vedere. A fine dicembre però ho trovato la pellicola di Michael Showalter in molte liste dei migliori film dell’anno, a tal punto da incuriosirmi: le commedie romantiche indipendenti mi piacciono, mi sembrava doveroso darle una chance. Ho cominciato così a vederlo senza neanche guardare il trailer, senza sapere niente sulla trama: è così che andrebbe visto ogni film, anche se lo so, è proprio difficile. La prima mezzora mi è sembrato di trovarmi davanti un film sì carino, buffo, ma uguale a tantissimi altri titoli di questo genere. Una sorta di versione cinematografica, un po’ meno geniale, di “Master of None”. Il secondo atto del film però cambia totalmente le carte in tavola, permettendo alle emozioni di prendere il sopravvento, ed è qui che “The Big Sick” riesce a conquistare. Prima di andare oltre, serve un accenno alla trama.

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Recensione “Tutti i soldi del mondo” (“All the money in the world”, 2017)

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Quando gli americani girano un film in Italia c’è sempre qualcosa che non mi convince: saranno tutte quelle vespe o le macchine della Fiat, saranno alcuni attori italiani, non lo so. Ma non è questo il punto. Eppure la storia, tratta da un reale fatto di cronaca, dovrebbe essere piuttosto intensa, gli attori abbastanza in palla, la regia senza dubbio ammaliante. Che vi devo dire, nonostante tutti questi elementi che faranno sicuramente apprezzare il film, a me non è piaciuto. E non è certamente colpa di Romain Duris o di Nicolas Vaporidis se sono stati scelti per interpretare due malviventi calabresi (sic), così come non posso prendermela con Ridley Scott se non è riuscito a trascinarmi negli eventi. Semplicemente, secondo me, c’è qualcosa che non va: in ogni momento provavo la sensazione che ci fosse una stonatura, una forzatura o un’esagerazione, a tal punto da farmi esclamare un vigoroso quanto ironico “Ma non mi dire”, nel leggere, sui titoli di coda, l’avviso che pur trattandosi di una storia vera il regista si è preso la libertà di romanzare alcuni accadimenti.

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