Oscar 2018: Le scene più belle dei candidati come Miglior Film

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Ho finalmente visto tutti e nove i film candidati come Miglior Film ai prossimi Academy Awards. Si tratta di nove film senza dubbio interessanti, alcuni bellissimi, altri un po’ meno, ma una cosa è certa: ognuno di essi è una conchiglia che racchiude una o più perle al suo interno. In ognuno di essi c’è (almeno) una scena che ci ha dato grandi emozioni, sensazioni che porteremo con noi fino alla cerimonia del 4 marzo, notte in cui si svolgerà la novantesima edizione degli Oscar. In seguito affronteremo l’annosa questione riguardante chi vincerà e chi spero che vinca (anche per quanto riguarda le altre categorie, stay tuned), nel frattempo andiamo a goderci una carrellata di scene selezionate e raccontate dal sottoscritto: una per ognuno dei nove film nominati come Best Picture. Ovviamente, per quanto riguarda i film che non avete ancora visto, è consigliabile saltare la lettura per evitare spoiler e rivelazioni importanti.

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“Altered Carbon”: Le Catene della Colpa (Episodio 1×01)

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[Recensione NO SPOILER] Appena sbarcata su Netflix, la serie “Altered Carbon” racconta un futuro distopico che ha moltissimi debiti con il padre del genere, Philip K. Dick. A livello visivo è impossibile infatti non pensare a “Blade Runner”, con la sua gigantesca città tecnologica, piovosa, dove il confine tra la realtà e il digitale è talmente sottile da perdercisi nel mezzo. La Bay City della nuova serie Netflix non sembra dunque tanto diversa dalla Los Angeles del film di Ridley Scott, allo stesso modo la società di “Altered Carbon” ricorda quella di un altro racconto di Dick, “Minority Report”, la cui trasposizione per il grande schermo fu affidata a Steven Spielberg. Al di là dei riferimenti e degli omaggi, inevitabili quando ci si occupa di fantascienza distopica, la serie creata da Laeta Kalogridis (tratta da un romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan) fa il possibile per vivere di vita propria, in un mondo dove la morte non è la fine e dove il corpo umano è una semplice custodia per la coscienza.

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Twin Peaks 2017: Braccio di Ferro (Episodio 13)

E stiamo a 13. Cinque puntate al termine di uno show totalmente sopra le righe e fuori da ogni schema: che piaccia o no, non si potrà di certo metterne in discussione l’originalità, la capacità di farci ridere in una scena e di angosciarci subito dopo. Ancora una puntata di transizione, anche se bellissima da vedere: la sensazione è che Lynch stia dilatando i tempi per mandarci letteralmente fuori di testa nelle ultime due o tre puntate. Ho il sospetto che non vedremo più Cooper come lo conosciamo, o meglio, che l’ultima scena dell’ultima puntata di Twin Peaks coinciderà proprio con il suo ritorno (una sorta di contrappunto dell’ultima scena della seconda stagione, in cui invece avveniva proprio il contrario). Solo una sensazione, certo, ma comunque un’ennesima conferma che il tormentone di questa stagione sia proprio “Ma quando torna Cooper?”. Una domanda che ci accompagna puntata dopo puntata, come in passato ci aveva accompagnato l’interrogativo (molto più coinvolgente) su chi avesse ucciso Laura Palmer. Ma parliamo di questo tredicesimo episodio, sul quale non c’è molto da dire, a parte alcuni riferimenti al vecchio Twin Peaks e soprattutto ancora una volta il nome di Philip Jeffreys.

La puntata si apre con una risata enorme: negli uffici della Lucky 7, la compagnia di assicurazioni dove lavora Dougie, arriva proprio il signor Jones, in compagnia dei fratelli Mitchum e delle tre pin-up, tutti in fila per un allegrissimo trenino. Si recano dal direttore per consegnare una serie di regali, un ringraziamento per il maxi assegno ricevuto nelle scorse puntate. Anthony Sinclair (Tom Sizemore) assiste alla scena basito, ora che neanche i Mitchum hanno ucciso Dougie, toccherà a lui occuparsene: ha solo un giorno di tempo e Todd, il mediatore tra i sicari e il mandante (Mr C, cioè il Doppelganger), non sembra affatto soddisfatto.

Mr C intanto (ehi, non sto inventando niente, è il nome proposto da Kyle MacLachlan per il personaggio di Cooper malvagio) raggiunge Brian, l’uomo che lo aveva “ucciso” nell’episodio 7, se non ricordo male. La scena è fantastica: siamo in una sorta di garage dove una gang osserva su uno schermo gigante l’arrivo del demone. Mr C viene sfidato a braccio di ferro dal boss, se perderà dovrà lavorare per lui, se vincerà potrà avere Brian. Ovviamente, dopo una scena molto intensa, Cooper malvagio non solo vincerà la sfida, ma ucciderà il boss con un pugno secco in volto. Brian adesso sembra davvero “fucked”. Mr C gli domanda chi ha chiesto a Brian di ucciderlo: esce fuori che il mandante è Phillip Jeffreys (odio ripetermi, l’ho scritto mille volte: è il personaggio interpretato da Bowie in “Fuoco cammina con me”). Il perché? “Dentro hai qualcosa che vogliono”. Wow. Ma c’è di più: Jeffreys aveva detto a Brian che prima di ucciderlo doveva infilare a Mr C l’anello verde! L’anello che impedisce ai demoni della Loggia Nera di possedere una persona (dai, avete capito di quale anello si parla, no?). Brian è costretto ad indossare l’anello, poi Cooper gli domanda le coordinate di Hastings (quelle che l’ormai defunto preside della scuola di Buckhorn ha avuto dal Maggiore Briggs), ottenendo il foglio con i numeri. Ora anche lui si dirigerà a Twin Peaks! Tra gli spettatori di questo interrogatorio, in un’altra stanza, c’è tutta la gang di prima, compreso Richard Horne (che probabilmente è il figlio di Mr C). Ultima domanda: dov’è Phillip Jeffreys? Brian risponde che l’ultima volta si trovava in un posto che si chiama “The Dutchman”, ma è un posto che non esiste. Cooper gli spara dicendogli che lo conosce. L’anello scompare dalla sua mano e fa ritorno sul celebre comodino dove si trova ogni qual volta lo vediamo nella Loggia Nera. Ora capiamo qualcosa a proposito della resurrezione di Mr C nell’episodio 7: Brian prima di ucciderlo non aveva messo l’anello verde alla sua mano, favorendo così l’intervento degli uomini neri. “E bravo lo svejo”, si dice a Roma.

A Las Vegas intanto la polizia ha analizzato (finalmente!) le impronte di Dougie è ha scoperto che è appena evaso da una prigione in South Dakota e che era un agente dell’FBI. I poliziotti si fanno tutti una grassa risata e buttano i risultati nel cestino. Avrei fatto lo stesso anche io. Quindi nessuna speranza di poter collegare Dougie a Cooper, e di conseguenza nessuna speranza di vedere Gordon e Albert in rotta verso Las Vegas (anche se c’era quel messaggio ricevuto da Diane che parlava proprio di questa città…). Nel frattempo Anthony cerca di avvelenare Dougie, ma scoppia a piangere in preda ai sensi di colpa: l’attentato, anche in questo caso, va a vuoto e Dougie Jones può gustarsi in tutta tranquillità il suo caffè e una fetta di torta di ciliegie.

A Twin Peaks c’è il ritorno di Big Ed: è seduto al ristorante di Norma, ma tra loro due, per sua stessa ammissione, non c’è niente. E così Ed alla fine non è riuscito a stare con l’amore della sua vita, anche se sembra essere ancora innamoratissimo (a giudicare dagli sguardi che lancia a Norma). Scopriamo che il Double R è diventato un franchise e che esistono altri quattro ristoranti con lo stesso nome (!), ma che quello di Twin Peaks, l’originale, è quello che sta andando peggio: spende troppo per la qualità degli ingredienti. Ce ne frega una mazza? No, andiamo avanti. Nadine si è lanciata nel business delle tende silenziose, l’invenzione che l’avrebbe fatta diventare ricca (così diceva nelle prime puntate della prima stagione). La donna riceve la visita di Jacoby, ma il discorso tra loro due è fuffa (si parla di continuare a spalare via la cacca dalla vita). Stacco su casa Palmer: Sarah sta fumando e bevicchiando in salotto, dove assiste in loop ad una scena tratta da un incontro di pugilato. Ripeto: in loop, sempre la stessa scena, che ogni 30 secondi si ripete. La donna non sembra proprio mentalmente in forma. Non succede niente, tuttavia l’angoscia della scena, dell’inquadratura, degli specchi… Molto intensa, come spesso succede soprattutto nelle scene in cui non accade niente.

Audrey intanto cerca ancora di sapere il contenuto della telefonata della scorsa puntata: la donna è fuori di sé, è in pieno stato confusionale e dice di non sapere chi sia (Rita dice la stessa frase in “Mulholland Drive”, l’ho rivisto un paio di mesi fa, ne sono certo). Tutta la vicenda Audrey è spiazzante: tutte le persone nominate non ci dicono nulla, sembra qualcosa assolutamente fuori contesto. Potrebbe essere il preludio a qualcosa di inaspettato, chi può dirlo. Ad ogni modo la donna che è sempre stata capace di ottenere ciò che voleva, ora non riesce a sapere il contenuto di una telefonata. Ironico. L’unica teoria che mi viene in mente è: tutto ciò non è reale. Forse Audrey è ancora in coma e tutto ciò sta avvenendo nel suo cervello. Ma forse sarebbe troppo anche per Lynch.

Intanto al Roadhouse a sorpresa sul palco questa volta c’è James Hurley: l’ex di Laura e di Donna si esibisce in una versione live della terrificante “Just You”, la canzone che aveva suonato insieme a Maddy e alla stessa Donna nella seconda stagione della serie. Una ragazza (Renee, secondo i titoli di coda) assiste all’esibizione e scoppia in lacrime dall’emozione. Va’ a capire perché… è innamorata di James? La canzone le ricorda qualcosa o qualcuno? Forse lo sapremo più avanti, forse no. La chiusura della puntata è affidata però alla stazione di servizio di Big Ed, dove l’uomo sembra essere piuttosto pensieroso, davanti ad un caffè. L’inquadratura sulle pompe di benzina suggerisce la scena in cui sono nati gli uomini neri, nell’ottavo episodio. Diciamo che tutto ciò non aiuta ad alleviare l’angoscia di fondo.

Lynch sembra intento a fare a braccio di ferro con lo spettatore: sfida la sua pazienza, lo spiazza, gli regala un po’ di spazio per poi tenerlo in pugno ancor più di prima. Manca circa un mesetto alla fine e io penso che avrò seriamente bisogno di una terapia di gruppo per superare la fine della serie.

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Twin Peaks 2017: Let’s Rock (Episodio 12)

In questa nuova puntata c’è tanta carne al fuoco, tante piccole scene che invece di dissipare qualche dubbio ci creano nuovi interrogativi. Lo spettatore più esigente sarà stanco di tutte queste lungaggini, ma l’impressione è che Lynch voglia tirare la storia per le lunghe, fino alla fine della stagione. A me sta bene così. Di certo la prima cosa che viene in mente nel veder scorrere i titoli di coda è: quant’è strano guardare un episodio di Twin Peaks senza Kyle MacLachlan (a parte una scena della durata di cinque secondi). Ormai siamo abituati a qualunque stranezza che riusciamo a godere di Twin Peaks con qualunque personaggio, in qualunque ambiente.

La puntata comincia con un bello spiegone di Albert a proposito dei casi “Rosa Blu”. Se avete visto recentemente “Fuoco cammina con me” (e avreste dovuto farlo, per capire qualcosa di questa stagione) sapete che con questo codice l’FBI si riferisce a quei casi in cui c’è di mezzo il sovrannaturale. Per questo è stato creato il reparto Blue Rose, con a capo Phillip Jeffreys (che era interpretato da David Bowie). Al servizio di Jeffreys furono impiegati soltanto tre agenti: Albert, Cooper e Chet Desmond (sparito nel nulla mentre indagava sul caso Teresa Banks nel parcheggio per camper di Carl, che abbiamo visto molte volte in questa stagione). Albert fa giustamente notare che è l’unico dei quattro membri della squadra a non essere sparito, motivo per cui l’FBI non ha fatto trapelare informazioni a proposito di questa task force. Finora, perché ad ascoltare tutta questa storia è Tammy, che viene invitata ad entrare nella squadra. La ragazza accetta con entusiasmo. Poco dopo entra in scena, da un tendone rosso che ci ricorda ben altri luoghi, la solita enigmatica Diane. Albert e Gordon le offrono un lavoro, oltre all’occasione di capire che cosa è successo al suo amico Cooper. La donna accetta usando un’espressione piuttosto simbolica: “Let’s Rock!” (termine usato dal Nano – The Man From Another Place – nella Loggia Nera durante il sogno di Cooper e soprattutto il messaggio lasciato su un camper subito dopo la sparizione di Chet Desmond in “Fuoco cammina con me”).

Passiamo a Twin Peaks: qualche secondo con Jerry Horne stralunato, tanto per non farcelo mancare, quindi la scena si sposta in un supermercato. Qui c’è Sarah Palmer che compra bottiglie di alcolici fino a ritrovarsi in preda ad una visione. Attacca i cassieri dicendo che devono stare attenti e affermando molte altre cose un po’ sibilline: “La tua stanza sembra diversa e degli uomini stanno arrivando. Possono succedere delle cose! A me sono successe delle cose…”. Gli uomini di cui parla la madre di Laura sono probabilmente gli uomini neri (i barboni, i woodsmen o come vogliamo chiamarli): erano stati creati dentro un minimarket e il fatto di trovarci in un supermercato potrebbe essere simbolico. Subito dopo qualche scambio di battute tra Carl e un suo inquilino, prima di trasferire la scena a Las Vegas, dove il figlio di Dougie lancia una palla da baseball verso il padre, colpendolo su una spalla.

Torniamo a Twin Peaks, che è meglio. Una casa inconfondibile domina l’inquadratura: è la casa dei Palmer. Hawk si reca a far visita a Sarah, per capirne di più sulla sua scenata al supermercato. I due parlano sulla soglia, la donna dice di star bene adesso, poi si sentono dei rumori dentro casa e Hawk si insospettisce e domanda se in casa c’è qualcuno. Sarah sembra stia nascondendo qualcosa, anche se afferma che si tratta di semplici rumori in cucina (sta mentendo, cazzarola!): “è una stramaledetta brutta faccenda, non è vero, Hawk?”. La signora Palmer sembra di nuovo in piena crisi, ma subito dopo si calma e congeda il vice-sceriffo. Che donna inquietante (e che attrice straordinaria).

Breve panoramica su Miriam in terapia intensiva (non devo ripetere ogni volta chi sono i personaggi, vero? Miriam era la testimone oculare dell’incidente in cui Richard ha investito il bambino, mandata all’ospedale dallo stesso Richard, il quale ha tentato di ucciderla un paio di puntate fa), quindi andiamo in South Dakota, dove Diane si messaggia con Mr C (il Cooper malvagio, come abbiamo spiegato qui): “Las Vegas?”, chiede lui, “Non l’hanno ancora chiesto”, replica lei. Las Vegas! Dougie! Quindi Mr C pensa che l’FBI sia già a conoscenza dell’esistenza di Dougie. Altro cambio di scena, torniamo a Twin Peaks: lo sceriffo Truman va da Ben Horne per riferirgli che suo nipote ha ucciso il bambino (quindi Miriam è riuscita a denunciarlo, evvai!). La prima cosa che vedo in questa scena è il portachiavi verde della stanza 315: presumo che Ben, dopo le cattive notizie, sposterà la conversazione su Cooper. E così è! Il direttore del Great Northern consegna allo sceriffo le chiavi, ricevute per posta qualche puntata fa, lasciando Truman molto sorpreso dai collegamenti che si stanno creando negli ultimi episodi. Poi Ben, una volta salutato lo sceriffo, parla a Beverly di suo nipote Richard, dicendo che è cresciuto senza un padre (ma tanto si è capito che ad ingravidare Audrey è stato Cooper cattivo, è inutile che date altri indizi).

South Dakota, again, Gordon Cole è intento a bere bordeaux con una gattina francese, quando Albert lo interrompe. Il serioso agente racconta dei messaggi tra Diane e il misterioso interlocutore, domandandosi insieme a Gordon cosa dovrebbero chiedere a Diane a proposito di Las Vegas. Lo scopriremo, nel frattempo Cole vorrebbe tornare a bere vino con la signorina di prima. Albert resta impassibile: “Albert, certe volte mi preoccupo tantissimo per te” (ma come facevano durante le riprese a non ridere questi due fenomeni? Sono stupendi). Nel frattempo Tim Roth, in compagnia di Jennifer Jason Leigh, fa fuori il direttore del carcere del South Dakota (l’ho capito leggendo il nome sui titoli di coda, se no chi se lo ricordava…).

Altra scena: Jacoby, nelle vesti di Beppe Grillo, lancia una delle sue invettive televisive contro la società. Nadine, come al solito, è estasiata. Subito dopo c’è un’entrata in scena totalmente inaspettata: Audrey Horne (!!!) è in piedi davanti ad un camino e sembra arrabbiata. La sua entrata in scena non è cool come quella di Diane ad inizio stagione, anzi, sembra che Audrey non sia mai andata via. Lynch continua a prenderci per i fondelli: ci ha fatto desiderare il ritorno di Audrey per dodici puntate e poi ce la propone così, all’improvviso, in una scena del tutto inaspettata. Dietro ad una grossa scrivania c’è un nano, che è suo marito (!!!). Lei è infuriata, perché vuole convincere Charlie (il marito) a venire con lei per cercare un certo Billy, che a quanto pare è il suo amante. L’uomo parla di un accordo che ha stipulato con Audrey: “Rinunceresti al nostro contratto? Rinnegheresti un contratto?” (non credo sia il contratto matrimoniale, anche se questo matrimonio deve far parte di un qualche strano accordo tra i due, ma magari mi sbaglio). Audrey fa un sacco di nomi (Billy, Paul, Tina) e noi ci chiediamo cosa stia succedendo: Lynch mette altra carne al fuoco quando mancano solo sei puntate? L’uomo alla fine fa una telefonata per scoprire cosa è successo a Billy, parla con questa Tina e dalla conversazione sembrano emergere notizie sensazionali. Audrey è sbalordita, vuole saperne di più e anche noi, ma purtroppo la scena si interrompe prima che possiamo capirci qualcosa. Si parla comunque di un camion di cui Billy e proprietario: forse si tratta del tizio spaventatissimo interrogato da Andy e poi sparito nel nulla? Quello a cui Richard aveva preso il camion con il quale aveva investito il bambino (cfr. Episodio 7)? Boh. Il punto è: noi siamo Audrey: sbuffiamo, vogliamo capirci qualcosa ma non possiamo. Lynch è Charlie: sa tutto e non ce lo dice.

Stacco su Diane. Al bar dell’albergo la donna digita le coordinate che aveva visto sulla foto del braccio di Ruth Davenport: indovinate un po’ che luogo indicano quelle coordinate? Ovviamente la nostra Twin Peaks. Proprio qui, come al solito, va a terminare la puntata: due ragazze bevono Heineken e parlano di una loro amica, del tizio con cui esce e di varie frivolezze, anche se il tutto è avvolto da uno strano alone: qualcosa sta per succedere. Per ora non ne sappiamo di più, speriamo vivamente di avere qualche risposta in più tra sette giorni, ma tanto sappiamo già che non l’avremo. Buonanotte.

Sherilyn Fenn in a still from Twin Peaks. Photo: Courtesy of SHOWTIME

Twin Peaks 2017: Il Fuoco Nero (Episodio 11)

Dopo l’episodio sottotono della settimana scorsa, finalmente una ripresa, lenta come Dougie, ma comunque una ripresa (con due-tre scene a mio avviso eccezionali). Ancora non succede molto, ma si tratta ad ogni modo di una bella puntata che tra l’altro ci fornisce alcune piccole indicazioni sul proseguo della serie. Andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio dell’Episodio 11.

La puntata si apre con alcuni ragazzini che giocano con una palla da baseball e casualmente incappano in Miriam, la donna massacrata da Richard Horne nella scorsa puntata. Miriam è viva e insanguinata, striscia sull’erba, ma ancora resiste. Restiamo a Twin Peaks: Becky, la figlia di Shelley, è letteralmente fuori di sé, scopre che suo marito è con un’altra donna e si reca in un albergo o quello che è per ucciderlo. Non riuscirà nel suo intento e subito dopo la ritroveremo al Double R seduta al tavolo con i suoi genitori: Shelley e (rullo di tamburi) Bobby. Scopriamo inoltre che Shelley di cognome fa Briggs, dunque, come tra l’altro annunciato al termine della seconda stagione di Twin Peaks, Bobby l’ha sposata (anche se ora Shelley abbandona le riunioni di famiglia per fuggire innamorata tra le braccia di quel narcotrafficante di Red, a quanto pare il suo passato non le ha insegnato proprio niente eh!). Al ritorno di Shelley, degli spari rompono la tranquillità del locale di Norma. Sono partiti accidentalmente da un bambino, che aveva appena raccolto in macchina la pistola del padre (aah, gli Stati Uniti, mortacci vostra e di chi vi fa tenere le armi in libertà). Bobby esce dal locale e cerca di ricomporre la situazione, mentre dietro all’auto con il bambino una donna suona il clacson ininterrottamente. Dopo alcuni minuti Bobby finalmente le si avvicina e vi trova all’interno una signora urlante che parla di ritardi, di cene, di zii e di una bambina malata. Dal sedile del passeggero si alza improvvisamente dal buio la bambina, con movenze da zombi e con un rivolo di vomito verde che le esce dalla bocca senza soluzione di continuità. La scena è assurda ma agghiacciante. Nonostante il vento di scirocco di questa sera, la bambina col vomito mi ha davvero gelato il sangue, giuro.

A Buckhorn intanto, Gordon Cole, Albert, Tammy, lo sceriffo di Buckhorn e Hastings (il preside della scuola incriminato per la morte della bibliotecaria Ruth) si dirigono nel posto indicato dall’uomo durante l’interrogatorio (a Sycamore Street… ricordate gli alberi di sicomoro nel bosco di Twin Peaks?). Albert e Gordon vedono uno degli uomini brutti, sporchi e cattivi dietro una baracca. Gordon si avvicina alla “Zona” e vede uno strano vortice nero in cielo, all’interno del quale c’è una stanza con gli uomini neri (?!). Albert lo tira fuori da là prima che Gordon faccia la fine di Laura Palmer nel primo episodio (l’effetto-risucchio è molto simile). I due scoprono dunque il corpo senza testa di Ruth (la quale ha scritte sul braccio delle coordinate), mentre uno dei barbuti, cioè gli uomini neri, cioè i tizi sporchi, riesce a possedere Hastings fino a fargli esplodere la testa (!). Gli sbirri si riuniscono nell’ufficio dello sceriffo per cercare di dare una spiegazione a tutto ciò, Albert e Gordon affermano di aver visto uno di questi uomini e Diane addirittura aggiunge di averlo visto uscire dalla macchina dello sceriffo (il quale, così come Tammy, non ha visto assolutamente nulla). Albert mostra a Gordon le coordinate impresse sul braccio del cadavere di Ruth: Diane sembra decisamente molto interessata ai numeri e Albert lo capisce immediatamente. A Gordon Cole tra l’altro trema la mano: in Twin Peaks questo succedeva quanto il varco per la Loggia Nera si stava per aprire (ricordate tutte quelle mani tremanti al Double R, verso la fine della seconda stagione?).

Intanto nell’ufficio dello sceriffo di Twin Peaks, Truman e Hawk stanno studiando il luogo dove devono dirigersi. Attraverso Google Earth Truman non capisce un granché, ma ecco che Hawk tira fuori una mappa indiana piena di strani simboli: il vice-sceriffo comincia a parlare di un Pino Blu, del grano nero (simbolo di morte!) e del fuoco che, se associato al grano nero, si trasforma nel simbolo del Fuoco Nero (e la cosa a quanto pare non è molto incoraggiante). Neanche a dirlo, arriva la telefonata della Signora Ceppo che afferma che il suo ceppo ha paura del fuoco e che c’è il fuoco nel luogo dove Hawk è diretto. Truman, sorpreso, si sofferma ad osservare il Fuoco Nero disegnato sulla mappa.

Se in questo episodio non c’è traccia del Doppelganger, non può invece mancare il mitico Dougie Jones. Il suo capo gli dice che deve incontrare i fratelli Mitchum per consegnar loro un assegno con un risarcimento da trenta milioni di dollari (che proprio Dougie durante i suoi “compiti a casa” ha contribuito a far ottenere). I due gangster invece lo vogliono incontrare per ucciderlo. Jim Belushi tuttavia ha fatto un sogno premonitore: Doug deve avere con sé una scatola con dentro una torta di ciliegie, in questo caso non andrebbe assolutamente ucciso. L’autista porta Doug nel bel mezzo del deserto del Nevada, il nostro Cooper ha effettivamente con sé una scatola di cartone (comprata su indicazione di Mike, in una delle sue visioni della Loggia Nera). Rodney Mitchum gli punta contro una pistola e tutto ciò (scatola di cartone nel deserto + pistola puntata su un uomo disarmato) mi ha dato un vago sentore di deja-vu: forse è un omaggio a “Seven” di Fincher? I gangster non solo trovano la torta di ciliegie del sogno, ma anche l’assegno di trenta milioni che pensavano gli fosse stato negato. Insomma: Doug diventa tipo il loro nuovo migliore amico, i due fratelli lo portano fuori a mangiare la torta di ciliegie e Cooper la divora (“Damn good!”), il sapore probabilmente gli ricorda qualcosa di molto familiare…

In conclusione, tra bambini inquietanti, teste esplose all’improvviso e sogni premonitori, la puntata non è stata proprio sprecata, anche se aspettiamo ancora che Lynch ci lanci qualche bomba. Cooper/Dougie dopo 11 episodi sembra sempre lì lì per riprendersi ma invece non si sveglia mai (e probabilmente la cosa andrà avanti fino alla puntata 18, ve lo dico io). Truman e Hawk si preparano sempre più per l’entrata nella Loggia, dove in qualche modo sembrano diretti anche Gordon e Albert. Sette episodi al termine, ora è il momento di aspettarsi i veri botti da parte di una serie che, al netto di alcune scene davvero evitabili, è davvero formidabile (e che soprattutto non sembra avere tutti i punti morti delle prime due stagioni, le quali restano però imbattibili in quanto ad emozioni forti e coinvolgimento). Cosa aspettarsi dalla prossima puntata? Si tratta di David Lynch quindi… aspettiamoci di tutto!

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Oscar 2017 – La diretta

23.49 – Appena tornato a casa dopo una gran serata di calcio. Datemi il tempo di un piatto di pasta e apriamo le danze. Sarà una lunga notte di cinema, birra e taralli.

0.12 – Per chi, come me, non avesse il televisore, la diretta della notte si può seguire in streaming sul sito di La8, ovvero qui: http://tv8.it/streaming.html

0.19 – Non c’è Natalie Portman ma c’è Diletta Leotta. Accontentamose.

0.25 – Vi ricordo che potete seguire la cerimonia con me anche su Twitter. Oppure F5 a manetta su questo post.

0.34 – Io mi schiero subito: tifo La La Land e Manchester By The Sea. Se questi due film vincono tutto andrò a dormire contento.

0.48 – Altro che La La Land o Moonlight. Il grande dubbio adesso è: birra o caffè?

1.04 – Tenete Andrew Garfield lontano dal Giappone per favore.

1.13 – Dev Patel sta tutto il film con un cappuccio in testa a spizzare Google Maps. E ha preso una nomination agli Oscar. Boh.

1.21 – Fermi tutti. Ci sta Marty McFly!
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1.24 – Non ho amato Moonlight ma Mahershala Ali è grandioso.

1.39 – Arrivata Emma Stone. Daje.
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1.55 – Domanda a Casey Affleck: “Perché i film girati nella zona di Boston piacciono così tanto?”. Ah, io pensavo fosse una cosa solo mia, adoro i film girati in Massachusetts. Quindi è una cosa comune. Curioso.

2.03 – Nicole Kidman sembra l’aliena di Mars Attacks.
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“Breaking Bad” e il lato oscuro dentro di noi

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Finalmente, con colpevole ritardo, ho visto “Breaking Bad”. Ora che è finito ho sentito il bisogno di buttare giù alcuni pensieri, per memoria (mia) futura, anche perché immagino sia stata già scritta qualunque cosa, quindi queste righe non aggiungeranno nulla di importante all’oceano di commenti, recensioni e analisi di questa straordinaria serie. Il seguente articolo contiene SPOILER a non finire, quindi se non avete ancora visto “Breaking Bad” fatevi un favore e non proseguite nella lettura, anzi, cominciate a guardarlo, così poi lo leggerete in seguito…

Visto che state continuando a leggere, dò per scontato che sappiate di cosa si parla, quindi evitiamo di raccontare la trama e le cose che tutti sappiamo e passiamo a ciò che ho da dire. Dunque, Walter White e Heisenberg sono lo jin e lo jang dello stesso individuo. Nessuno di noi, nel profondo, è solo “bianco” o solo “nero”, c’è sempre una gamma di grigi che tende da un lato all’altro e dove tutti noi sguazziamo, chi più da un lato, chi più da un altro: Walter White non si trasforma in Heisenberg, lui è nato Heisenberg, ma per cinquant’anni ha represso il lato oscuro dentro di sé, mostrando una debolezza di facciata che le circostanze (ovvero la frustrazione per il succeso della Grey Matter, ma di questo parleremo dopo) hanno reso la sua identità predominante. Lui in qualche modo è per la tv quello che probabilmente Anakin/Darth Vader è stato per il cinema, il protagonista/antagonista perfetto, il genio che mette il suo talento al servizio del male (anche se tra i due comunque corrono differenze abissali).

Io credo che uno dei momenti chiave di “Breaking Bad”, secondo me sottovalutato, è uno scambio di battute tra Walt e un malato di cancro, all’ottava puntata della Quarta stagione: il ragazzo in ospedale afferma che il cancro gli ha fatto cedere il controllo della sua vita (“l’uomo programma e Dio ride”). Walt gli risponde che sono cazzate: “È come una condanna a morte, secondo la maggior parte della gente. Ma, tutto sommato, fin dalla nascita abbiamo una condanna a morte. Quindi a intervalli regolari vengo qui a fare i miei controlli, sapendo bene che una di queste volte, magari anche oggi, mi daranno brutte notizie. Ma finché non accade, la mia vita la dirigo io. Non ne cedo il controllo”. Ecco, secondo me il controllo è una delle parole chiave di tutta la serie: Walter White, il professore di chimica, è qualcuno che ha perso totalmente il controllo della sua vita. Heisenberg al contario è il controllo allo stato puro: controlla e manipola Jesse, controlla con domande curiose il procedere delle indagini di Hank, è talmente meticoloso da poter controllare e soppesare ogni sua azione. Quando uccide i due spacciatori alla fine della Terza stagione, salvando la vita a Jesse, sta in realtà trovando il pretesto per mettersi contro Gus Fring e per giustificare a se stesso il bisogno di ucciderlo: se avesse voluto uccidere Fring durante la terza stagione sarebbe stato solo per il suo ego, per controllare il mercato, per diventare il boss, e la sua coscienza, il Walter White dentro di sé, questo non poteva accettarlo. Ma se salvando la vita a Jesse si è trovato minacciato da Gus, l’uccisione del proprietario di Pollos Hermanos diventa una necessità per proteggere se stesso e la sua famiglia dalla furia del boss: ora aveva davvero un motivo giusto, un motivo “whitianamente corretto” per farlo. Walter così può continuare a raccontarsi la bugia che sta facendo tutto ciò per proteggere la sua famiglia e ritrovarsi con un intero mercato da dover controllare. Una bugia alla quale tutti noi abbiamo creduto, ma di cui al tempo stesso conoscevamo benissimo la natura: Walt/Heisenberg in realtà ha manipolato anche noi. L’ammissione che fa a Skyler durante la magnifica ultima puntata è una liberazione non solo per sua moglie, ma anche per noi: “L’ho fatto per me, mi piaceva farlo ed ero molto bravo… E mi sono sentito.. vivo”. Una scena tra le migliori di tutta la serie, girata in maniera stupenda (a partire dalla macchina da presa che rivela la presenza di Walt dietro una colonna della casa), che chiude perfettamente il cerchio sul rapporto tra Walter e la sua famiglia: dà un vero addio a sua moglie, restituisce Hank a Marie e permette al cognato di avere la sepoltura che merita, rivede per l’ultima volta i suoi figli (le sue ultime carezze alla piccola Holly sono una stretta al cuore). Quindi, come dicevamo in apertura, c’è del malvagio in ogni buono, c’è del buono in ogni malvagio: Walt nel finale chiude i conti con il proprio passato. Non vuole vendicarsi per avere indietro i soldi che i nazisti gli hanno tolto, vuole soltanto togliere di mezzo la feccia e, inizialmente, togliere di mezzo Jesse, che secondo lui sta lavorando proprio con i suoi nemici. Quando scopre che il ragazzo è invece schiavo, ha pietà di lui e lo lascia andare. Il cenno d’intesa tra Walt e Jesse è come un tatuaggio che marchia i ricordi dei fan della serie, perché in quel cenno c’è tutto ciò che abbiamo visto: amicizia, gratitudine, ma anche dispiacere, malinconia. Jesse guida così verso la libertà, mischiando il suo pianto ad un accenno di sorriso, sfogando tutto lo stress accumulato negli ultimi due anni: la morte di Combo, Jane e Andrea, la tossicodipendenza, la rottura definitiva con la famiglia, le umiliazioni, i ricoveri in ospedale, le sparatorie in Messico, la fragilità, la debolezza, la pressione costante di Mister White… tutto finito, è libero di guidare verso una nuova vita (a proposito, quant’è bella nell’ultima puntata l’alternanza tra il flashback in cui costruisce una scatola di legno perfetta e la sua condizione di schiavo che cucina metanfetamine?).

L’ultima puntata è sublime per la sua semplicità: i cattivi muoiono tutti (ci si potrebbero fare magliette con quel grandioso “Goodbye Lydia”), Jesse è libero di sgommare via da tutti i fantasmi che lo attanagliano, Walt paga le conseguenze di ciò che ha fatto, morendo tra gli strumenti che gli hanno restituito il controllo sulla propria vita, sulle note di una canzone malinconica e perfettamente calzante, “Baby Blue” dei Badfinger (finezza totale che, inoltre, rimanda al colore della metanfetamina di Walt), che comincia nel momento in cui il nostro si aggira malinconicamente nel laboratorio: “Guess I got what I deserved”… Il finale chiude dunque perfettamente il cerchio anche su Heisenberg.

Mi sono tenuto per ultimo quello che secondo me è il vero motivo che ha portato, da un punto di vista diegetico, all’esistenza di “Breaking Bad”: non il cancro di Walt, non il bisogno di lasciare denaro alla famiglia. Questi sì, sono tutti motivi validi, che però hanno semplicemente amplificato ciò che Walt aveva represso per tutta la vita: il suo rancore per Elliott e Gretchen, la sua frustrazione per il successo della Grey Matter. Alla sesta puntata dell’ultima stagione Walt spiega a Jesse il valore di quella società che aveva fondato: “2,16 miliardi fino a venerdì scorso. Controllo tutte le settimane. E io ho venduto la mia quota, il mio potenziale, per soli cinquemila dollari”. Ancora la parola “Controllo”. E poi, subito dopo, “Potenziale”. Quando Walt all’inizio dell’ultima puntata si introduce nella villa dei suoi ex-soci, sbattere i suoi milioni di dollari sul loro tavolo è la vittoria del Walter White professore di chimica, così come la sparatoria finale è la vittoria definitiva del genio di Heisenberg: in quel momento, tutti quei soldi sul tavolo, il fatto che Walt dica a Gretchen “Ti dispiacerebbe? Non vorrei che qualcuna andasse persa sotto i mobili”, oppure “voi non dovrete spendere un centesimo dei vostri soldi. Se ci saranno da pagare tasse o parcelle di avvocati li prenderete da qui. Userete i miei soldi, mai i vostri”, è in realtà la rivincita totale di Walter, come se mostrando quella montagna di soldi stesse dicendo: “Ce l’ho fatta anche senza restare nella vostra cazzo di società, stronzi!”. Non è solo il suo modo di far avere il denaro ai figli, è anche la sua rivincita sul passato, su tutto ciò che il suo genio aveva contribuito a creare senza ricevere nulla della bella vita dei due coniugi (e se notate c’è molto più che un pizzico di invidia in quel “mentre passeggerete a Santa Fe, a Manhattan o a Praga o dovunque sia, parlando delle quotazioni delle vostre innumerevoli azioni, senza preoccupazioni al mondo…”). Questa è la perfezione di “Breaking Bad”: la capacità di chiudere in maniera sublime ogni linea narrativa, sia manifesta che latente, associando la splendida regia, le incredibili interpretazioni ad una scrittura assolutamente coerente, coinvolgente e appassionante.

Ci sarebbe da scrivere un articolo a parte sulla morte di Gale Boetticher, che è forse uno dei momenti più alti di tutta la serie in cui il conflitto all’interno dello spettatore raggiunge dimensioni abnormi: sappiamo che la sua morte salverà Walt, eppure per un momento, confusi dalle lacrime di Jesse, pensiamo che tutto ciò non sia giusto, sappiamo perfettamente che Gale non merita questa fine e che Jesse non merita di trasformarsi in un assassino. Ma al tempo stesso vogliamo che tutto ciò accada. Mi rendo conto di aver scritto tanto, e vorrei dilungarmi ancora molto, ma temo di perdere il filo e soprattutto la vostra attenzione. Vorrei parlare di Hank, del personaggio di Skyler (che all’inizio trovavo insopportabile, mentre poi si rivela uno dei caratteri più interessanti di tutta la serie), di Mike, dello straordinario Gus Fring, di Walter Junior, Marie, Badger e Skinny Pete. Sarebbe doveroso fare un discorso a parte su Saul Goodman, forse la linea comica più intelligente mai scritta. Ma forse è proprio questo il grande valore di “Breaking Bad”: abbiamo a cuore la sorte di tutti i personaggi. Ci interessa di tutti, davvero di tutti, vorremmo addirittura sapere se Huell è ancora dentro quella casa, vorremmo assistere al funerale di Hank e ovviamente sapere cosa succederà a Jesse. Insomma, ci sarebbe ancora molto da dire, ma forse ho già detto troppo, e dopo aver visto “Breaking Bad” ci si ritrova allo stesso tempo affascinati e impotenti, come nella poesia dell’astronomo erudito di Whitman: “Quando ascoltai l’astronomo erudito, quando le prove e i numeri furono messi in colonna dinanzi a me, quando le carte e i diagrammi mi furono mostrati per aggiungerli, dividerli e misurarli, quando, seduto, udii l’astronomo e la sua conferenza tra gli applausi della sala, quanto presto, inspiegabilmente divenni stanco e sofferente, finché, scivolando via, non mi misi a vagare da solo, nella misteriosa e umida aria notturna e, di tanto in tanto, levai lo sguardo nel perfetto silenzio verso le stelle“.

Breaking-Bad

La notte degli Oscar in streaming con “Una vita da cinefilo”

Siete pronti a passare la notte a tifare per i vostri film preferiti? Preparato il caffè, la pizza, le patatine, la birra, quello che serve per affrontare le prossime ore? Bene, è il momento di preparare la tavola, le sedie, i piatti, i bicchieri, e soprattutto trovare un canale dove seguire la cerimonia degli Oscar in streaming. Se avete la tv quest’anno potete tranquillamente seguirli in chiaro sul canale 26 del digitale terrestre, grazie a Cielo. Se come il sottoscritto non siete in possesso di un televisore, potete comunque seguire lo streaming direttamente dal sito di Cielo a questo link: http://www.cielotv.it/streaming.html.

Se cercate invece uno streaming in inglese nudo e crudo, senza traduzioni simultanee e soprattutto senza collegamenti dallo studio in Italia, tenete d’occhio questo post perché lo aggiornerò durante la notte con i migliori link per lo streaming. Questo, per ora, sembra il migliore: http://goatd.net/73875/watch-live-from-the-oscars

Inoltre, potete contemporaneamente seguire la mia diretta su Twitter, dove commenterò, tra una battuta e un’altra, l’intera nottata di cinema, a partire dal red carpet fino all’ultima statuetta consegnata… Buona notte!

Si avvicina la Notte degli Oscar: chi vincerà?

Mancano pochi giorni alla cerimonia di premiazione più seguita dell’anno: gli Accademy Awards. Chi vincerà l’Oscar, tra gli appassionati di cinema, è un argomento sul quale si discute già in autunno, si comincia a fare pronostici subito dopo le nomination, fino alla vigilia, dove le nostre previsioni (e il nostro tifo) verranno premiate o resteranno deluse. Andiamo a spulciare le categorie principali per vedere chi vincerà gli Oscar, chi potrebbe vincerlo e chi dovrebbe vincerlo.

Miglior Film
Chi vincerà: Corsa a due tra “Boyhood” e “Birdman”. Difficilissimo fare pronostici, ma puntiamo sul primo.
Chi vorremmo che vincesse: “Boyhood”.

Miglior Regia
Chi vincerà: Sembra Richard Linklater il favorito, ma il lavoro di Inarritu merita l’Oscar.
Chi vorremmo che vincesse: Il cuore dice Linklater.

Miglior Attore
Chi vincerà: Eddie Redmayne ha vinto tutto, vincerà anche l’Oscar.
Chi vorremmo che vincesse: Michael Keaton, meraviglioso in “Birdman”.
Chi potrebbe vincere: Speranze minime per Keaton, così come per Bradley Cooper, arrivato alla terza nomination consecutiva.

Miglior Attrice
Chi vincerà: Julianne Moore, splendida in “Still Alice”.
Chi vorremmo che vincesse: Scusate, ma sono innamorato di Marion Cotillard.
Chi potrebbe vincere: Reese Witherspoon regge “Wild” interamente sulle sue spalle. Strepitosa anche Rosemund Pike in “Gone Girl”.

Miglior Attore non protagonista
Chi vincerà: Non può non vincere J.K. Simmons per “Whiplash”.
Chi vorremmo che vincesse: Adoro Ethan Hawke, ma Simmons se lo merita e vincerà.
Chi potrebbe vincere: Edward Norton è l’unico che conserva una piccolissima speranza.

Miglior Attrice non protagonista
Chi vincerà: Patricia Arquette ha già la statuetta in mano.
Chi vorremmo che vincesse: Patricia Arquette, senza dubbio.
Chi potrebbe vincere: Diciamo Emma Stone, tanto per riempire la voce.

Miglior sceneggiatura originale
Chi vincerà: “The Grand Budapest Hotel” è il tipico film da statuetta per la sceneggiatura.
Chi vorremmo che vincesse: “Boyhood” perché lo abbiamo amato alla follia.
Chi potrebbe vincere: “Birdman” potrebbe rovinare la festa a Wes Anderson, ma è dura.

Miglior sceneggiatura non originale
Chi vincerà: “Whiplash” favoritissimo.
Chi vorremmo che vincesse: Per la follia e per la totale assenza dalle altre candidature direi “Vizio di forma”.
Chi potrebbe vincere: “The imitation game” ha qualche chance? Improbabile.

Miglior film straniero
Chi vincerà: Mi rifiuto di pensare che “Storie pazzesche” possa spuntarla contro “Ida” o “Leviathan”. Sfida aperta, ma l’argentino è clamorosamente favorito.
Chi vorremmo che vincesse: “Ida” è un capolavoro e se il mondo fosse giusto vincerebbe l’Oscar.

Quanto ci siamo avvicinati alla realtà? Secondo me parecchio, ad ogni modo per tutte le risposte bisognerà aspettare domenica notte. Preparate i caffè…

Una settimana ai Premi Oscar: chi vincerà?

Meno di sette giorni alla cerimonia di premiazione più seguita dell’anno: gli Accademy Awards. Chi vincerà l’Oscar, tra gli appassionati di cinema, è un argomento sul quale si discute già in autunno, si comincia a fare pronostici subito dopo le nomination, fino alla vigilia, dove le nostre previsioni (e il nostro tifo) saranno premiate o resteranno deluse. Andiamo a spulciare le categorie principali per vedere chi vincerà gli Oscar, chi dovrebbe vincerlo e perché. Tutte le nomination le trovate qui.

Miglior Film
Chi vincerà: Corsa a due tra “12 Anni Schiavo” e “Gravity”. La spunterà il primo.
Chi vorremmo che vincesse: “Her” e “Nebraska” sono i migliori film in lizza.
Chi manca: Incredibile l’assenza di “A proposito di Davis”, snobbato da tutte le categorie.

Miglior Regia
Chi vincerà: Alfonso Cuaron se lo merita tutto, e vincerà.
Chi vorremmo che vincesse: Il cuore dice Alexander Payne. Sarà per il prossimo film
Chi manca: Anche qui i Coen ci sarebbero stati bene, ma è una cinquina comunque meritevole.

Miglior Attore
Chi vincerà: Sembra decisamente l’anno di Matthew McConaughey.
Chi vorremmo che vincesse: Leonardo Di Caprio lo merita da anni. Arriverà il suo momento.
Chi manca: Joaquin Phoenix e Oscar Isaac non avrebbero sfigurato in questa bella cinquina. Ma chi togliere?

Miglior Attrice
Chi vincerà: Cate Blanchett se lo merita, quasi certa la sua vittoria.
Chi vorremmo che vincesse: Cate Blanchett, troppo brava.
Chi manca: L’eccellente Emma Thompson di “Saving Mr. Banks”.

Miglior Attore non protagonista
Chi vincerà: Probabilmente Jared Leto farà il paio con il premio a McConaughey per “Dallas Buyers Club”.
Chi vorremmo che vincesse: Lo strepitoso Michael Fassbender di “12 Anni Schiavo”.
Chi manca: Daniel Bruhl meritava una candidatura per la sua splendida interpretazione in “Rush”.

Miglior Attrice non protagonista
Chi vincerà: Lupita Nyong’o è magnifica in “12 Anni Schiavo”.
Chi vorremmo che vincesse: June Squibb è troppo simpatica, il nostro tifo andrà (inutilmente) a lei.
Chi manca: Il Festival di Roma ha premiato la voce di Scarlett Johansson in “Her”. Magari si sarebbe potuto fare un pensierino anche su di lei.

Miglior sceneggiatura originale
Chi vincerà: “Her” di Spike Jonze non può perdere contro “American Hustle”.
Chi vorremmo che vincesse: “Nebraska” di Payne, sarebbe il terzo Oscar alla sceneggiatura per lui (ma se vince Jonze siamo contenti lo stesso).
Chi manca: Quando si parla di sceneggiatura è impensabile non trovare i fratelli Coen.

Miglior sceneggiatura non originale
Chi vincerà: Probabilmente “12 Anni Schiavo”, ma forse non lo merita. Chance nulle per “The Wolf of Wall Street”.
Chi vorremmo che vincesse: L’Oscar del cuore è già assegnato a “Before Midnight”, gli altri non ci interessano.
Chi manca: L’assenza de “La vita di Adele” è semplicemente scandalosa.

Miglior film straniero
Chi vincerà: Vincerà Sorrentino con “La grande bellezza”, ma è stato graziato dall’assenza di Kechiche a causa di uno stupido cavillo del regolamento.
Chi vorremmo che vincesse: “Il sospetto” è un film meraviglioso, ma comunque saremo contenti per il cinema italiano.
Chi manca: “La vita di Adele” non è qui a vincere un Oscar strameritato solo perché il film è uscito in Francia a ottobre e non a settembre, come vuole il regolamento dell’Accademy.

Per quanto riguarda il resto, per il miglior film d’animazione vincerà “Frozen”, ma vorremmo tanto vedere ancora una volta l’Oscar a Miyazaki, mentre per quanto riguarda il miglior documentario dovrebbe vincere meritatamente “The Act of Killing”. Ad ogni modo per tutte le risposte bisognerà aspettare domenica notte. Preparate i caffè.