Recensione “Noi” (“Us”, 2019)

“Funny Games” di Haneke incontra “Fear and Desire” di Kubrick: l’invasione domestica e nella vita quotidiana arriva proprio in un periodo storico in cui il lato oscuro di ognuno di noi emerge con più facilità, basti pensare alla deriva destrorsa e mostruosa che lentamente è uscita dalle fogne di un’Italia dove l’odio nei confronti del prossimo è all’ordine del giorno. C’è chi sa tenere a bada il proprio io-ombra, la bestia che dorme dentro, c’è invece chi la lascia uscire dall’anima, provocando disastri: in questo caso gli Stati Uniti di Trump sono il terreno di gioco ideale per il nuovo film di Jordan Peele, sempre sottile nell’analizzare la società statunitense all’interno di un film che, apparentemente, parla di tutt’altro.

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “Il Sacrificio del Cervo Sacro” (“The Killing of a Sacred Deer”, 2017)

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Era da tempo che non vedevo un film così disturbante e al tempo stesso ipnotico, affascinante. Recentemente solo “Madre!” era riuscito ad essere inquietante in egual misura, ma al film di Aronofsky mancava forse il fascino e l’eleganza di questo gioiello di Yorgos Lanthimos, premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes dello scorso anno. Come spesso accade con il regista greco la messa in scena è compassata, così come i suoi personaggi, almeno fino all’arrivo del punto di rottura che apre le porte al caos.

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Recensione “Memories of Murder” (“Sar-in-ui chu-eok”, 2003)

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Qualche giorno fa sulla pagina Facebook di Una Vita da Cinefilo avevo deciso di invertire i “ruoli” chiedendo a voi consigli su un film da vedere. Ne è uscita fuori una lista piena di titoli davvero interessanti (ho i lettori migliori del mondo, è ufficiale), tra questi c’era questo film coreano del 2003 firmato da Bong Joon-ho, regista di “Snowpiercer” e “Okja”. Considerato uno dei migliori film coreani di questo secolo, “Memories of murder” è un thriller che non ha assolutamente nulla da invidiare ai titoli più blasonati di Hollywood e anzi è strano che la macchina da film statunitense, sempre pronta a rigirare i migliori film del cinema asiatico (e non solo), abbia rinunciato alla tentazione di un remake.

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Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Recensione “In Trance” (“Trance”, 2013)

Danny Boyle è senza dubbio uno dei registi più versatili e interessanti sulla scena mondiale. I suoi film da sempre mescolano il dinamismo delle scene ad un gusto quasi esagerato per la sperimentazione visiva. Dall’esordio con “Piccoli omicidi tra amici” al fortunatissimo “The Millionaire”,  passando per il cult “Trainspotting”, il discusso “The Beach” o l’interessante “28 giorni dopo”, Boyle ha sempre saputo reinventarsi, cambiare genere, costruire una carriera basata ogni volta su un “nuovo film d’esordio”, come dice lui stesso. Con “In trance” prova la via del thriller psicologico, ma stavolta fallisce il colpo. I personaggi non danno mai l’impressione di essere credibili, i tanti colpi di scena seminati lungo lo script non risultano mai davvero avvincenti, e sembrano quasi buttati nel film tanto per cercare la reazione nello spettatore. Il risultato è un thriller che, seppur pieno di ritmo, non riesce a staccarsi dalla mediocrità nella quale è scaduto il genere negli ultimi anni, con una serie di titoli destinati al dimenticatoio.

Simon lavora come assistente in una importante casa d’aste. D’accordo con la banda del malavitoso Frank, organizza la rapina di un quadro di Goya dal valore inestimabile. Durante il colpo subisce però un colpo alla testa: quando si risveglia è colto da un’amnesia che gli impedisce di ricordare dove ha nascosto il quadro rubato. Sollecitato dai metodi duri di Frank e la sua banda, che dubita di lui, si rivolge ad una psicoterapeuta esperta in ipnosi per cercare di ritrovare la memoria. Ma ci sono alcune cose che sarebbe meglio non ricordare…

Sarò superficiale, ma l’unico vero sussulto avuto in tutta la pellicola è stato alla vista di Rosario Dawson come mamma l’ha fatta. Non è poco (!), ma non abbastanza per un regista premio Oscar, celebre per non essere mai scivolato su film banali. Intendiamoci, “In Trance” non è un brutto film: ha ritmo, il sempre azzeccato Vincent Cassel e delle buone idee in fase di regia (e ci mancherebbe!). Il problema è una sceneggiatura confusa, che rende un po’ sciocco anche un fenomeno affascinante come l’ipnosi. Boyle ha fatto quel che poteva, nonostante ovviamente non avesse tra le mani la meravigliosa sceneggiatura di “The Millionaire”. Dispiace dirlo, ma sarà una delle prime delusioni della nuova stagione cinematografica.

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Recensione “Bed time” (“Mientras duermes”, 2012)

In Spagna di certo sanno come far girare il pallone, lo dimostra il Barcellona e la nazionale di calcio iberica, ma al tempo stesso sanno anche come girare un thriller. La conferma arriva da uno dei registi più interessanti di questa “nueva ola” del cinema spagnolo, Jaume Balaguerò, che già con “Rec” aveva conquistato il pubblico e che con questo nuovo film si appresta a bissare il successo.

In uno stabile di Barcellona il portinaio Cesar osserva costantemente la vita degli inquilini. Cesar è un uomo disturbato, che si nutre del dolore e dell’infelicità altrui per il proprio piacere personale: la bella Clara, sempre con il sorriso sul volto e piena di vita, diventa presto la sua ossessione. L’operato invisibile del portinaio oltrepasserà ogni limite, con lo scopo di rendere la vita di Clara un inferno.

Un thriller originale, diverso dagli altri, in cui gli eventi sembrano appartenere alla quotidianità, ma che invece sono guidati dalla mano invisibile di un personaggio memorabile, ben scritto e ottimamente interpretato da Luis Tosar (già apprezzato in “Cella 211” nel ruolo di Malamadre): una pellicola che mina le certezze di tutti i giorni in un luogo, la nostra casa, dove normalmente abbassiamo la guardia, dove ci sentiamo protetti e al sicuro, e che invece è il campo da gioco ideale per il sadico Cesar. Uno dei film migliori dell’estate.

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Recensione “M il mostro di Dusseldorf” (“M”, 1931)

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L’alfabeto dei serial killer cinematografici, a differenza di ogni normale convenzione, comincia dalla lettera M, una lettera che basta da sola ad evocare cinema, arte, espressionismo tedesco ed il fischio inquietante di un assassino di bambini. M, come il meraviglioso film di Fritz Lang del 1931, girato quattro anni dopo un altro capolavoro dello stesso regista, “Metropolis”, nel quale curiosamente ricorre la stessa lettera iniziale. In questa pellicola il cinema si cimenta per la prima volta nella sua storia con la caccia ad un serial killer, un introvabile mostro di bambine che ha gettato terrore sull’intera città, in un film nel quale Lang prosegue il percorso del cinema tedesco all’interno della corrente artistica espressionista, evidente nel forte contrasto del bianco e nero della fotografia e nell’uso delle ombre come minacciose sagome che si stagliano sui muri (è memorabile la silhouette dell’assassino su un manifesto, mentre avvicina la sua ultima vittima).

“Scappa, scappa, monellaccio, se no viene l’uomo nero col suo lungo coltellaccio per tagliare a pezzettini proprio te”. Questo l’incipit del film: una cantilena infantile che evidenzia come i bambini siano i primi a cercare di esorcizzare le loro paure, rappresentate dall’uomo nero, il mostro, l’assassino che sta creando sgomento e dolore nelle famiglie di una città tedesca (in Italia identificata in Düsseldorf, le cui vicende di un vero assassino hanno ispirato il film, ma in realtà la pellicola è stata girata a Berlino). Già nove bambine sono state uccise, la polizia brancola nel buio, l’unica risorsa è fare continue retate nei quartieri malavitosi. Ma i criminali sono i primi a odiare questo assassino: la sua presenza ha aumentato la pressione della polizia e questo significa impossibilità di movimento, crollo degli affari, fine delle attività. Le organizzazioni criminali decidono così di dare la caccia al mostro, seminando per la città un esercito di mendicanti/informatori, in modo tale da non permettere a nessun bambino di fare un solo passo senza che loro lo vengano a sapere. Anche la polizia comincia a seguire una traccia finalmente concreta: per l’assassino (Peter Lorre, nel ruolo che gli ha aperto le porte di Hollywood) la vita si fa dura, la caccia è serrata, e ben preso si ritroverà con un marchio di gesso sulla spalla del suo cappotto, impresso dai suoi aguzzini per non perderlo di vista: la lettera M.

Opera magistrale di Lang, il quale utilizza con la solita maestria la grande esperienza acquisita durante gli anni del muto, mescolata con le nuove risorse offerte dal cinema sonoro: in tal senso restano indimenticabili il rimbombo dell’urlo di una madre e soprattutto il motivo fischiettato dal mostro, che si rivelerà fondamentale ai fini della storia. Allo stesso tempo il cineasta tedesco ci regala l’immagine di un serial killer umano, un uomo malato che deve la sua attitudine omicida ad un impulso incontrollato e incontrollabile, non ad un piacere personale dettato da pura violenza, come a volte ci ha abituato il cinema degli ultimi anni. Il mostro di Peter Lorre è invece una persona che sembra non essere consapevole del male che causa, e soprattutto detesta i suoi impulsi; non è niente più che un uomo spaventato, dallo sguardo infantile, che cerca di capire e controllare se stesso (“Chi può sapere come sono fatto dentro? Che cos’è che sento urlare dentro al mio cervello?”, questo urla durante il suo stupendo monologo finale). Un capolavoro del cinema di genere, che ha consegnato una semplice lettera dell’alfabeto agli annali di storia del cinema: M, semplicemente Meraviglioso.

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