Capitolo 212

La primavera lentamente ci abbandona per lasciare spazio all’estate, ciò significa che i cinema stanno per chiudere i battenti in attesa della nuova stagione (occhio alle arene estive e alla programmazione speciale a 3 euro però, c’è tanto da recuperare!). Altri cinque film in questo nuovo capitolo di “Una Vita da Cinefilo”, tutti film recenti tranne un cult degli anni 80, che sono finalmente riuscito a vedere e la solita consapevolezza che non vivremo mai abbastanza per vedere, recuperare e rivedere tutti i film che vogliamo vedere.

Marguerite & Julien (2015): Valerie Donzelli, dopo “La guerra è dichiarata” che ho amato, e “Main dans la main” che ho apprezzato tanto, un anno fa si presentava a Cannes con un film scritto nientepopodimenoche per Truffaut. Io impazzivo all’idea di vederlo, ma le aspettative, si sa, sono sempre pericolose. Alla fine questo film sembra una sorta di “Adele H” girato tipo da me. La storia è anche coinvolgente, ma la messa in scena è molto superficiale. Dimenticabile.

Breakfast Club (1985): Questo è uno di quei film che avrei dovuto vedere una quindicina di anni fa, perché poi finisce che viene citato in milioni di telefilm, film e cartoni animati (Simpson su tutti) e lo vai a capire solo adesso. Un cult di John Hughes dove si ride e si pensa, un bellissimo ritratto generazionale pieno zeppo di stereotipi, ma in fondo chi se ne importa: è un film bellissimo. Gli anni 80 sono stati il decennio migliore per i teen movie, e questo è uno dei suoi tanti picchi. Nostalgia.

Julieta (2016): Pedro Almodovar ultimamente doveva farsi perdonare qualcosa. A chi lo accusava di aver perso l’ispirazione, il regista spagnolo dal capello discutibile torna con un film bellissimo che non viene intaccato neanche da una forzatura nel finale grossa quanto tutta Madrid. Una splendida esplosione di colori, all’interno dei quali si muove la sorprendente Adriana Ugarte (alla quale do il benvenuto nel club delle 485 donne della mia vita). Bello.

Neon Demon (2016): Io a Refn voglio decisamente bene: non mi interessano i buchi nella sceneggiatura e neanche ci faccio tanto caso se il film si perde per strada. Le sue pellicole sono girate talmente bene che resterei a guardarle per ore, le sue inquadrature, l’uso delle luci, il modo in cui si muovono i personaggi, è tutto talmente affascinante che alla fine non è più neanche importante se il film è bello o brutto, è semplicemente una goduria visiva. Per lo spettatore meno interessato all’estetica si può dire che “Neon Demon” parte bene, poi però a metà film decide di trasformarsi in qualcos’altro, perdendosi nella follia. Parafrasando la frase più importante del film, secondo Refn si potrebbe dire che “la bellezza delle immagini non è tutto, è l’unica cosa”.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Me lo sono lasciato per ultimo, come un dessert. Premetto che Richard Linklater è uno dei miei registi preferiti in assoluto, ma questo già si sa, anche perché se guardate l’immagine di profilo del blog potete trovare il piccolo protagonista di “Boyhood”. Durante i primi minuti ero terrorizzato dall’idea che “Everybody wants some” potesse deludermi. La storia si evolve quasi subito (“Dazed and Confused” è dietro l’angolo), si capisce che per fortuna questo film non vuole essere né “Animal House” né tanto meno “Porky’s” (due filmoni, comunque) e mi si stampa in faccia un sorriso che non finisce più. Sui titoli di coda avevo lo sguardo perso nel vuoto, immerso nei ricordi e nella malinconia di un tempo ormai passato. Una grande presa a bene, ma anche il colpo di grazia per ogni trentenne nostalgico. Tanta follia, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

ews

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Recensione “Tutti vogliono qualcosa” (“Everybody wants some”, 2016)

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Considerato il seguito spirituale di “Dazed and Confused” (in italiano “La vita è un sogno”), il nuovo film di Richard Linklater riprende molti dei temi cari al suo cinema: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’ossessione per il tempo che passa e la necessità di vivere ogni momento senza l’oppressione del domani. Il regista texano prende in prestito il titolo di una canzone dei Van Halen (“Everybody wants some!!”, per l’appunto) e torna dunque a rivivere quegli anni d’oro che tanto ricorrono nel suo cinema: con il film d’esordio, il già citato “Dazed and Confused”, Linklater ci raccontava l’ultimo giorno di liceo di un gruppo di amici; “Boyhood” invece si concludeva con l’arrivo al college del protagonista. Stavolta la storia si apre con l’arrivo in macchina della matricola Jake, raccontandoci l’incontro con i suoi compagni di squadra e l’inevitabile weekend fuori di testa prima dell’inizio delle lezioni.

1980. Dopo il liceo Jake, promettente giocatore di baseball, si trasferisce al college grazie ad una borsa di studio che gli permette di vivere nella stessa grande casa dove già alloggiano i suoi compagni di squadra. Mancano tre giorni all’inizio delle lezioni, tre giorni in cui Jake e i suoi nuovi amici, alcuni veterani, altri matricole come lui, si immergeranno in un tour de force di feste, serate, concerti, allenamenti e soprattutto nuovi incontri, nonostante i due dettami del coach: no alcool, no donne…

Una colonna sonora zeppa di classici del rock (da “My Sharona” dei Knack a “Heart of Glass” di Blondie, passando per i Devo, i Dire Straits e molti altri, inclusi ovviamente i Van Halen), un cast di giovani sconosciuti di talento e la solita attenzione per i dialoghi che, anche se a tratti rivelano la superficialità di alcuni personaggi, sono perfetti per la caratterizzazione di questo gruppo di giovani promesse, talenti spediti in una mischia dove la competizione è tutto, ma dove anche l’unione fa la forza. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore, e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. La vita è dunque una candela da bruciare da entrambi i lati, hic et nunc, senza freni, senza paura, con la mente aperta, dove i cliché si confermano ma al tempo stesso si ribaltano, e dove una telefonata in split screen ci gonfia l’anima di magia. Come afferma uno dei protagonisti nel finale, stravolto dopo l’ennesima nottata fuori dall’ordinario: “Sarà un anno bellissimo”. Tanta nostalgia, in senso buono, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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