Capitolo 177

Giugno. Invece di andare al mare sono qui a vedere film per me, per noi, e anche un po’ per voi. Sono cominciati gli europei di calcio, ma ci interessano davvero ben poco, visto che non c’è neanche una maglia giallorossa in campo; piuttosto è cominciato Cannes a Roma, quindi nel prossimo capitolo vedrete qualche chicca proveniente dal festival del mese scorso (aspetto di vedere il film di Wes Anderson quasi con la stessa intensità con cui aspetto di vedere la Roma di Zeman).

The game of their lives (2005): Beccato sul digitale terrestre in orari notturni, è la storia della nazionale statunitense di calcio, invitata a partecipare al Mundial in Brasile del 1950. Dati per spacciati da tutti, riescono a vincere contro la blasonata Inghilterra, la patria del calcio. Con Gerald Butler. Carino, ma un po’ sciatto, sembra un film per la tv.

La guerra è dichiarata (2011): Il film del mese probabilmente. La vera storia della regista Valerie Donzelli, anche sceneggiatrice e interprete insieme al suo compagno, che ha portato sullo schermo l’avventura della sua vita: la lotta contro un tumore al cervello del loro bambino appena nato. La bellezza del film è nella leggerezza, nella grande forza sprigionata dai suoi protagonisti, nella voglia di vivere, nei brividi che scorrono lungo la schiena. Meraviglioso.

Frequency (2000): Sono passati più di dieci anni da quando lo vidi al cinema in un freddo pomeriggio di novembre. L’ho ritrovato in tv dopo tanto tempo e ricordavo di averlo amato. Tanti anni e un milione di film dopo ha perso sicuramente qualcosa in quanto a qualità, ma resta un buon thriller, appassionante, piacevole. Con Dennis Quaid e Jim Caviezel.

Detachment (2011): Un film cupo, soffocante, bello e deprimente. Adrien Brody è un supplente mandato in una scuola di periferia, con i peggiori soggetti del quartiere. Cercherà di salvare le anime dei suoi studenti e soprattutto di una giovane prostituta, visto che la sua ormai se l’è bella che giocata. Bravissimo Adrien Brody, interessante regia dal punto di vista stilistico. Dal 22 giugno al cinema.

Cosmopolis (2012): Anche per Cronenberg passano gli anni. Una storia molto bella, una splendida idea lasciata affogare dentro una regia confusa, appesantita da un fiume di dialoghi e dall’orrido Robert Pattinson. New York è buia, caotica, infiammata, ed è soprattutto nelle scene in esterno che il film prende forza (ma gran parte della pellicola è girata in una limousine). Per fortuna c’è Paul Giamatti, da sempre l’attore più sottovalutato di Hollywood (oltre ad un gustoso cameo del sempre ottimo Mathieu Amalric). C’è Pollock sui titoli di testa e Rothko su quelli di coda: tutto quel che c’è in mezzo poteva esser fatto meglio.

Un amore di gioventù (2011): Mia Hansen-Love è una delle più promettenti registe francesi. Ha trent’anni ed è al suo terzo, bellissimo, film. Stavolta mette insieme l’amore e l’adolescenza, due parole che hanno sempre avuto un rapporto delicato tra di esse: in Italia di queste cose si occupa Moccia, in Francia la Hansen-Love, e questo è indicativo di quanto stiamo indietro a livello cinematografico. Perché noi non siamo in grado di girare un film così profondo, onesto, sincero, in grado di raccontare una storia d’amore con semplicità, tenerezza, senza un’ombra di superficialità? Applausi per la protagonista Lola Créton: 19 anni, il futuro è suo.

pubblicato su Livecity

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Recensione “Un amore di gioventù” (“Un amour de jeunesse”, 2011)

Kierkegard diceva: “La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”. Mia Hansen-Love, una delle più promettenti registe francesi degli ultimi anni, sembra abbia incentrato la sua terza pellicola intorno a questa citazione, affidando alla strepitosa Lola Créton, quasi esordiente, il compito di condurre l’altalena di emozioni di Camille, la protagonista del film. La regista trentenne cambia totalmente atmosfera rispetto alla sua pellicola precedente (“Il padre dei miei figli”, film bellissimo), portando sullo schermo uno dei connubi più celebri della storia dell’umanità: amore e adolescenza. Un tema già affrontato in decine di altri film, che qui però riesce a trovare una strada propria, con onestà e passione, senza un’ombra di superficialità.

Camille e Sullivan sono giovani, si amano, sembrano essere inseparabili. Per lei l’amore è tutto, per questo quando Sullivan decide di partire per il Sudamerica, la situazione precipita. Camille resta così da sola con i suoi ricordi, strazianti, amplificati dai sogni e dalle illusioni dell’adolescenza. Il tempo passa, le lettere di Sullivan diventano sempre più sporadiche finché lui non decide di interrompere la loro relazione. Passano gli anni, Camille non sembra riuscire a dimenticare il suo grande amore, almeno finché non incontra Lorenz, un architetto di cui diventa assistente e amante. Proprio quando Camille sembra aver ritrovato la sua strada, Sullivan torna nuovamente nella sua vita.

La splendida voce della cantautrice cilena Violeta Parra (“Volver a los 17” e soprattutto “Gracias a la vida”) accompagna i silenzi e le assenze, l’inverno dell’anima di Camille, in attesa di un futuro che sembra correre più veloce di lei. Lo sguardo della Hansen-Love non è mai invadente, è anzi tenero, discreto, è lo sguardo di qualcuno che sembra stia raccontando qualcosa che ha conosciuto, che ha toccato con mano, un mondo che forse appartiene a gran parte di noi. Lola Créton da parte sua si consacra come una delle nuove muse del cinema francese, con i suoi 19 anni il futuro è suo (e di Mia Hansen-Love). Un film che vibra tra i vicoli di Parigi e il cielo della campagna francese, risuonando come un soffio di leggerezza nella grande orchestra del cinema francese.

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