Recensione “La gabbia dorata” (“La jaula de oro”, 2013)

Il primo lungometraggio di Diego Quemada-Diez è un’odissea amara e indimenticabile, in cui il mito della frontiera e del sogno americano rivivono in chiave latinoamericana. Il regista iberico si è avvicinato al cinema nel 1995, come assistente di Ken Loach, che gli ha senza dubbio insegnato la lezione principale del suo modo di fare cinema: restare sempre ancorati alla realtà, magari con attori non professionisti, girare in luoghi reali sfruttando la luce naturale e con la macchina da presa perennemente in spalla. È una regia silenziosa, che lascia grande spazio a ciò che succede intorno ai suoi protagonisti e alle loro sensazioni. Ciò che ne esce fuori è un film vero, autentico, reale e leale, che non vuole strizzare l’occhio allo spettatore, ma che semplicemente cerca di renderlo partecipe di un viaggio, di un desiderio, di un sogno.

Juan e Sara, ragazzi dei quartieri poveri del Guatemala, si imbarcano in un viaggio impossibile verso gli Stati Uniti, alla ricerca di miglior fortuna. Durante il cammino incontrano Chauk, un giovane indio dal cuore grande, che però non parla spagnolo. I tre condividono il lungo viaggio e le paure, i vaghi attimi di gioia, le grandi difficoltà e i treni da rincorrere.

Si imparano tante cose lungo il cammino, un viaggio fisico e mentale dove tutti si preoccupano delle stesse cose, dove tutti imparano a condividere e a capire che la più grande risorsa che abbiamo a disposizione sono gli esseri umani. In quanto tali, nessuno è clandestino. Il film è bellissimo proprio per questo, perché racconta tutto ciò senza apparire mai furbo, mette al centro della scena l’essere umano con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Racconta l’emigrazione come se fosse una legge di natura, quella frontiera una volta sinonimo di conquista, ora intesa come terra di sogni e di speranza. Inseguendo un treno, quel treno che porta anime perse in cerca di un futuro.

pubblicato su Cinema Invisibile

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Cannes 65: vince Haneke, a Garrone il Grand Prix della Giuria

Si è chiusa la 65a edizione del Festival di Cannes dopo dieci giorni di pioggia e freddo. Qualcuno direbbe che questa edizione del festival sarà ricordata più per il maltempo che per la qualità dei film in concorso, ad ogni modo la premiazione ha messo più o meno tutti d’accordo, nonostante qualche assenza eccellente. È dunque Michael Haneke il trionfatore di Cannes, al suo quarto premio sulla Croisette (dopo “La pianista”, Grand Prix nel 2001, “Niente da nascondere”, miglior regia nel 2005, e il capolavoro “Il nastro bianco”, Palma d’oro nel 2009). Il suo “Amour”, storia d’amore tra due pensionati, ha dominato il concorso fino ad essere accolto sul palco dei vincitori da una standing ovation che non ha risparmiato i due straordinari interpreti, Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva.

Un po’ di orgoglio anche per l’Italia, con Matteo Garrone che centra il suo secondo Grand Prix consecutivo (dopo quello per “Gomorra”, nel 2008): “Reality” è una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, e sul ruolo della televisione al suo interno. La giuria presieduta da Nanni Moretti, che a Cannes è di casa, ha infine premiato la regia di Carlos Reygadas per “Post Tenebras Lux” (probabilmente il premio più discusso e immeritato), la sceneggiatura di “Beyond the hills” (firmata da Cristian Mungiu, già vincitore della Palma nel 2007 con il bellissimo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”), l’interpretazione maschile di Mads Mikkelsen per “The hunt” di Vinterberg e infine quelle femminili di Cristina Flutur e Cosmina Stratan per “Beyond the hills” (lasciando a bocca asciutta la splendida Marion Cotillard di “Rust and bone” di Audiard). Il premio della giuria è invece andato a Ken Loach, per il bel “The angels’ share”.

Tra i film che ricorderemo di questo non proprio memorabile Cannes 65 c’è senza dubbio il meraviglioso “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, e lo stravagante “Le grand soir”, diretto dagli inseparabili Benoit Delépine e Gustave de Kervern (già registi degli strepitosi “Louise-Michel” e “Mammuth”), meritato vincitore del premio speciale della giuria nella sezione Un certain regard. “Rust and bone” di Audiard è sembrato invece l’unico in grado di competere con Haneke per la conquista della Palma, mentre la grande delusione è stata rappresentata da uno dei film più attesi, “On the road” di Walter Salles, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Jack Kerouac, le cui atmosfere sono sembrate solo un lontano ricordo.

pubblicato su Livecity