Capitolo 274

Giorni di pioggia e di tempesta, acqua alta, alberi abbattuti, strade allagate e l’assolo di November Rain che, seppur bellissimo, ci ha francamente scassato: adesso vorremo un po’ di sole. Unico lato positivo è che ho potuto chiudermi in casa senza troppi sensi di colpa per vedere caterve di film. Come sempre accade prima di un viaggio vi propongo un nuovo capitolo per mettere un punto, o una virgola, sulla situazione. Oggi pomeriggio volo in Giordania per una tre giorni lavorativa e, se da un lato sono felicissimo per l’opportunità, dall’altro mi mangio le mani al pensiero che non potrò visitare Petra, dove si trova il Graal di Indiana Jones e dove è stata girata la scena finale de “L’ultima crociata”. E il pensiero è: chissà che film troverò in aereo o in albergo? Mi terrò questo quesito fino al prossimo capitolo…

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Recensione “Un giorno di pioggia a New York” (“A Rainy Day In New York”, 2019)

Ci sono alcuni film che, se si vedessero senza sapere il nome del regista, si riuscirebbe comunque a riconoscerne la mano: ad esempio, se troviamo battute fulminanti, un’abissale nostalgia provocata da un pezzo jazz, atmosfere romantiche e situazioni paradossali, beh, facile pensare che stiamo vedendo un film di Woody Allen. “Un giorno di pioggia a New York” ha tutto ciò che abbiamo elencato sopra e tutto ciò che potremmo chiedere al regista newyorkese che, come spesso accade, più è vicino alla sua città e più riesce a regalarci un racconto ispirato (nonostante un finale un po’ troppo telefonato).

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