Recensione “Confessions” (“Kokuhaku”, 2010)

Forte del premio della critica conquistato nella passata edizione del Far East Film Festival, oltre all’inserimento nella lista iniziale dei migliori film stranieri candidati agli Oscar, arriva nelle sale italiane “Confessions” di Tetsuya Nakashima. L’ennesima variazione su un tema amatissimo dalle cinematografie orientali, la vendetta, che in questo caso si arricchisce di numerose trame e sottotrame che rendono il film un piccolo gioiello, a tratti faticoso da seguire, ma senza dubbio affascinante e raffinatissimo nella messa in scena. Diviso in vari capitoli (ognuno corrispondente ad una confessione), la struttura romanzesca viene confermata da una voce fuori campo onnipresente, che confida e confessa al pubblico i fatti che avvengono sullo schermo, raccontanti ogni volta da un protagonista differente.

Un’insegnante delle scuole medie annuncia di lasciare il suo incarico. Durante il suo discorso di addio vuole in realtà lasciare alla classe un’ultima lezione sul valore della vita. Infine accusa due studenti di essere stati gli assassini della sua bambina e che per questo motivo ha contagiato il latte dei due ragazzi con del sangue infetto. Al posto di lei arriva l’ingenuo professor Terada, che con il suo ottimismo peggiora ulteriormente la situazione, mentre per i due studenti la vita cambia completamente: uno si chiude in casa, l’altro diventa vittima del bullismo dei compagni. La vendetta della professoressa però non è ancora finita.

Nakashima dimostra senz’altro di avere un gusto sopraffino per le immagini, ricercate, pulitissime, spettacolari e al tempo stesso definite in ogni dettaglio, in ogni singolo particolare. Ad appesantire il film però c’è la pecca di un finale esageratamente didascalico e una colonna sonora bellissima quanto invadente (nella quale spicca “Last Flowers” dei Radiohead e il sempre meraviglioso “Concerto in Fa minore per pianoforte” di Bach). Un film d’autore che però sa essere tragico e potente, cattivo e infame, in alcuni momenti addirittura superbo nella sua drammaticità. Mentre scriviamo ci lasciamo cullare dalla voce di Thom Yorke; vi consiglio di fare lo stesso nella lettura: morirete dalla voglia di vedere questo film.

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Recensione “Vendicami” (“Fuk sau”, 2009)

Un gangster movie all’americana, tinto di noir alla francese e infine immerso nelle frenetiche e sordide atmosfere di Hong Kong: questo il mix di Johnnie To, maestro per eccellenza del cinema noir asiatico, che ci propone una splendida variazione su quel tema della vendetta tanto caro da quelle parti, basti pensare alla trilogia del coreano Park Chan-Wook, per fare un esempio. A cercare giustizia in questo caso è uno “straniero”, il francese dagli occhi di ghiaccio Johnny Hallyday, idolo musicale delle masse (in Francia ha venduto oltre 100 milioni di dischi) e attore carismatico.

Una donna è in fin di vita a causa di una strage nel suo appartamento: tre sicari hanno ucciso senza pietà il marito e i suoi due bambini. Arriva ad Hong Kong il padre di lei, Francis Costello, un enigmatico cuoco francese dal passato losco: vent’anni prima era un killer, ora è costretto a impugnare nuovamente la pistola per vendicare sua figlia. Costello si avvale dell’aiuto di altri tre killer per rintracciare gli esecutori della strage e soprattutto il mandante, servendo le strade di Hong Kong come un piatto dove assaporare il freddo gusto della vendetta.

Johnnie To esalta il film con una serie di scene madri, e non molla lo spettatore neanche per un momento: dalla piovosa sparatoria sotto i neon della città, alla resa dei conti nella discarica, il suo film salta da un’atmosfera ad un’altra senza mai perdere di vista l’intensità. Quella stessa intensità racchiusa nello sguardo sofferto del protagonista, al quale il “monsieur vendetta” Hallyday regala i suoi occhi glaciali e allo stesso tempo pieni di un’umanità che commuove, gli occhi di un padre che cerca giustizia per una famiglia spazzata via da magnum e da fucili a canne mozze. E se una figlia esanime indica con il suo dito la parola «vendicami», cos’altro può fare un padre?

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