Recensione “Ciano – A Fisherman’s Tale” (2018)

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La settimana scorsa, nella splendida cornice di Noto, in Sicilia, un poetico viaggio in compagnia di un pescatore ha raccolto la palma come miglior documentario al termine del Festival internazionale Corti di Mare: un premio prestigioso e senza dubbio meritato per un documentario che, attraverso la storia di un uomo e del suo mestiere, riesce ad ergersi a metafora di un mondo che va troppo veloce e che a causa dei suoi cambiamenti repentini sta probabilmente perdendo qualcosa di bello dietro di sé.

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Recensione “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” (“En duva satt på en gren och funderade på tillvaron”, 2014)

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Con questo film, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, il regista svedese Roy Andersson chiude la sua tragicomica trilogia dedicata agli esseri umani (composta dai precedenti “Canzoni dal secondo piano” e “You, the living”). Come da titolo, le trentanove scene di cui è composta la pellicola sembrano davvero una riflessione sull’esistenza umana elaborata da un osservatore esterno, seduto in alto a guardare tutte le assurdità e le ambiguità dei personaggi che vivono lo spazio sottostante. Forse è proprio lo spazio una delle chiavi di lettura per il film di Andersson: il film è composto da una serie di inquadrature fisse, delle vere e proprie cornici all’interno delle quali si gioca il teatrino della vita.

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Recensione “Philomena” (2013)

Quando il cinema trova il giusto equilibrio tra passione, intensità, dramma e ironia, quel che ne esce fuori è un film come questo. Stephen Frears, capace nella sua carriera di alternarsi tra “My Beautiful Laundrette” e “Alta Fedeltà”, tra “Lady Henderson Presenta” e “The Queen”, tanto per citarne alcuni, stavolta fa suo il progetto di Steve Coogan (produttore, sceneggiatore e co-protagonista del film) e realizza forse la sua opera più matura, una summa del suo cinema, in cui lo straordinario vigore di Judi Dench, ingenua ed elegante, si alterna alla fredda ironia del già citato Coogan, scaltro e acuto. L’istintività dell’una e l’intelletto dell’altro portano sullo schermo una strana e formidabile coppia, una madre addolorata e un giornalista deciso, cuore e mente di una storia indimenticabile, la vera storia di Philomena Lee.

Nell’Irlanda ultra-cattolica degli anni 50, Philomena, ancora adolescente, resta incinta. Ripudiata dalla famiglia, viene accolta in un convento dove può partorire ma vedere suo figlio soltanto un’ora al giorno. All’età di tre anni il suo bambino viene dato in adozione ad una facoltosa coppia di americani; Philomena, distrutta dal dolore, pensa di averlo perso per sempre. Negli anni 2000 il giornalista disoccupato Martin Sixmith viene per caso a conoscenza della storia di Philomena: deciso a realizzare un articolo importante, Martin aiuterà l’anziana donna nella ricerca del figlio scomparso.

Accompagnato dalle soffici melodie di Alexandre Desplat, Stephen Frears restituisce perfettamente la sensazione di trovarsi su un sentiero che non sappiamo dove condurrà: costantemente in equilibrio tra la voglia di sapere e la paura della verità, tra registro drammatico e ironico, tra la tenerezza dell’istinto e la rigidità dell’intelletto, tra il cinismo  e la disillusione di un ateo e la speranza e l’ingenuità di una credente. Una sorta di road-movie atipico in cui le regole vengono continuamente riscritte, dove le verità tornano a galla dopo anni di silenzi, dove il cinema sa raccogliere una storia realmente accaduta trasformandola in un trionfo dell’animo umano.

Recensione “L’arbitro” (2013)

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Uno dei film d’esordio più memorabili degli ultimi anni, soprattutto per quel che riguarda l’Italia. Paolo Zucca, già vincitore del David di Donatello per il miglior cortometraggio (l’omonimo “L’arbitro”, di cui questo film è lo sviluppo), irrompe sulla scena cinematografica nazionale con una commedia grottesca, ma al tempo stesso raffinata, elegante, girata con uno straordinario gusto per le immagini (e con l’eccellente fotografia in bianco e nero firmata da Patrizio Patrizi). Un film sì leggero, a tratti comico, ma anche epico, solenne. Si potrebbe parlare di una sorta di parabola del gioco del calcio, dalle ambizioni di un arbitro internazionale (Stefano Accorsi) fino alla sgangherata rivalità di due squadre della terza categoria sarda, il livello calcistico più infimo in Italia. In realtà Zucca racconta sogni e desideri di uomini diversi tra loro, la passione di un piccolo paese di provincia, il bisogno di riscattare una vita d’umiliazioni attraverso il senso dello sport, la gioia del pallone, il bisogno di qualcosa a cui attaccarsi per uscire dalla bassezza della vita di provincia. E infine racconta, inevitabilmente, l’amore.

L’Atletico Pabarile, ultima in classifica nel campionato di terza categoria sarda, subisce di continuo le prepotenze dei giocatori del Montecrastu, squadra rivale capitanata dal padrone delle campagne dove giocano alcuni calciatori del Pabarile, vessati in continuazione dal loro capo. Un giorno però ritorna in paese il giovane emigrato Matzutzi, un inaspettato goleador che risolleva le sorti della squadra (anche grazie all’amore che prova per la fioraia Miranda, figlia dell’allenatore), portando il Pabarile rapidamente in vetta al campionato. La competizione tra le due squadre è alternata alle vicende dell’arbitro internazionale Cruciani, che sogna di dirigere una finale di coppa europea, e alla storia di due cugini calciatori, coinvolti in uno scontro legato ai codici della terra.

La bellezza del film di Zucca è il segno di una ricerca estetica approfondita, mai banale (vedi la scena in cui i giocatori del Pabarile discutono di tattica a tavola seduti come nel quadro dell’ultima cena), dove toni e generi cinemotografici si mescolano creando spunti originali e divertenti: Cruciani in una scena esprime la sua gioia cantando e ballando come in un musical, mentre alcune sequenze ambientate a Pabarile fanno pensare immediatamente allo spaghetti-western (ad esempio quando Brai, capitano del Montecrastu, entra a cavallo all’interno di un bar per sfidare i presenti). Infine si toccano punte di grottesco nel geniale cameo di Francesco Pannofino, nei panni del corrotto arbitro Mureno (che fa subito pensare al maledetto Byron Moreno di Italia-Corea del Sud del 2002). Il film di Paolo Zucca, che apre le Giornate degli Autori del Festival di Venezia, arriva sugli schermi il 12 settembre. Uno di quei film che danno fiducia al cinema italiano: tanti applausi dunque, i fischi stavolta li lasciamo fare solo all’arbitro…

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Capitolo 183

L’autunno è la mia stagione preferita, su questo non ci sono dubbi. Ad alimentare il fascino per questa magnifica malinconia di fine estate c’è anche l’arrivo al cinema di tanti nuovi film, tanta carne per lo scoppiettante fuoco di questa rubrica, che con questo capitolo (numero 183!) inaugura la sua quinta stagione insieme a voi. Questa volta abbiamo qualche film arrivato direttamente dal Festival di Venezia: occhio perché in questa lista si cela un capolavoro.

Eva (2011): Che sorpresa questo film spagnolo di Kike Maillo. Fantascienza d’autore, con lontani echi di “A.I.” (ma per fortuna meno buonista), citazioni kubrickiane (il labiale rivelatore è un chiaro omaggio a “2001”) e antichi sentimenti che danzano sulle note di “Space Oddity” di Bowie, il lento più originale mai ballato sul grande schermo. Un futuro che in qualche modo ci somiglia, ci sembra familiare, e forse è per questo che le sensazioni che suscita sono così reali. Una delle sorprese più belle della stagione cinematografica.

Bella addormentata (2012): C’era tanta attesa per il film di Marco Bellocchio, un regista che personalmente stimo, o forse stimavo, prima delle sciocche polemiche post-Venezia. Il suo ultimo film fa entrare talmente tanto nell’atmosfera del titolo che per poco non ci si addormenta davvero. Una serie di personaggi e scene differenti si muovono sullo sfondo della vicenda di Eluana Englaro. Film noioso, senza ritmo, senza pathos, con alcune scene forzatissime. Delusione veneziana.

È stato il figlio (2012): Il film di Ciprì è un vero gioiello, capace di raccontare drammi e tragedie con un’ironia di fondo piena di quei colori e di quella vitalità che forse solo il Sud Italia, e in particolare la Sicilia, riesce ad esprimere. La storia di “uno che, per un graffio alla macchina, ammazzò suo padre”, come recita l’incipit della pellicola: una storia così folle, drammatica, ironica, si può raccontare solo in Italia. È in film come questo, in cui il nostro Paese viene raccontato con gli ingredienti di cui sopra, che il cinema italiano riesce a trovare vitalità, originalità, carattere.

La cinquième saison (2012): Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti: mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di uno dei personaggi (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

Apres-mai (2012): Venezia a Roma. Il film di Assayas comincia in modo piuttosto banale, cercando di riprendere le atmosfere del 68 francese. Purtroppo la proiezione del cinema Greenwich ha subito numerose interruzioni per un problema alla macchina dei sottotitoli, motivo per cui ogni tentativo di gustarsi la pellicola è caduto come la pioggia che imperversava fuori dalla sala. Dopo mezzora di film, interrotto due volte, ho abbandonato la sala e ripreso i soldi del biglietto. Anche se penalizzato dalla situazione, il film non mi è sembrato un granché, per quello che ho visto.

Sogni d’oro (1981): Film di Nanni Moretti, che sono stato praticamente costretto a vedere da un amico: “non puoi non averlo mai visto! Tieni, guardalo!”, mi ha detto, passandomi il suo hard disk esterno. Un regista intellettuale cerca di riaffermare la propria visione di cinema in una società qualunquista, in cui Moretti mostra un’Italia quasi surreale, fatta di isterie e complessi. Alcune scene sono diventate un cult, dal tormentone sulla casalinga di Treviso, il bracciante lucano e il pastore abruzzese, all’indimenticabile arringa su chi parla di cinema senza conoscerlo: “Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!”. Dulcis in fundo, c’è Remo Remotti che intepreta Freud (!!!).

Woody (2012): Documentario dedicato alla carriera di Woody Allen, presentato a maggio al Festival di Cannes. Come si fa a raccontare un genio? Lasciando a lui stesso il compito di raccontarsi, attraverso una bella intervista e le immagini tratte dai suoi film e dalle sue comparsate televisive. Si ride, quasi ci si commuove nel sentire Allen raccontare la semplicità con la quale ha regalato al mondo le più belle commedie romantiche della storia del cinema, come “Annie Hall” e “Manhattan”. Quasi due ore di morbide risate e l’atmosfera sempre piacevole di passare un po’ di tempo con un vecchio amico al quale si vuole davvero un gran bene. Correte al cinema a vederlo.

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Recensione “La quinta stagione” (“La cinquième saison”, 2012)

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Peter Brosens e Jessica Woodworth, dopo aver indagato a livello quasi antropologico Mongolia e Perù, tornano nella loro patria, il Belgio, per chiudere questa sorta di trilogia fantastica che ha visto coinvolti tre differenti angoli della Terra. La tela sulla quale hanno girato il film, “dipinto” dalle meravigliose atmosfere fotografate da Hans Bruch Jr, richiama inevitabilmente alle opere dei pittori fiamminghi, in particolare i racconti di vita contadina ritratti da Bruegel. Al limite del grottesco, del caricaturale, i peccati e le debolezze umane dipinte dal fiammingo, talvolta condite da una crudele ironia, nel film si trasformano in tragedia greca, in cui l’innocenza (i bambini) viene castrata e ammutolita, e dove la morte del pensiero (il filosofo) rappresenta l’inizio del caos.

In una anonima e fredda campagna delle Ardenne la comunità aspetta la fine dell’inverno per festeggiare l’inizio della nuova stagione, la tanto attesa primavera. L’inverno però sembra non finire mai: le api non fanno più miele, le mucche non producono latte e tutti i raccolti sono andati persi. Mentre il paesino piomba nel baratro della povertà e della crisi, i giovani Alice e Thomas trovano un barlume di spensieratezza grazie alla compagnia dello straniero Pol, un apicoltore accompagnato da un bambino disabile. La rabbia e l’invidia della comunità sono però dietro l’angolo, e la ricerca di un capro espiatorio trova in Pol la più crudele delle risposte.

Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti, che coinvolge con la stessa freddezza umana del Von Trier di “Dogville”, che inquieta con lo stesso pessimismo di Kubrick, che probabilmente questo film lo avrebbe amato. Mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di Pol (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

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Recensione “È stato il figlio” (2012)

Prendete Daniele Ciprì, un artigiano del cinema, più noto come direttore della fotografia piuttosto che come regista. Prendete Toni Servillo, uno dei volti più importanti del cinema italiano dell’ultimo decennio, qui protagonista totalmente sopra le righe, a metà strada tra Homer Simpson e Michael Corleone. Prendete anche Alfredo Castro, star del cinema cileno e narratore della vicenda, indimenticabile Tony Manero nel film omonimo di Pablo Larrain. Buttateci dentro qualche bel caratterista siciliano, Palermo poi fa il resto. Con questi ingredienti genuini Ciprì mette insieme uno dei migliori film italiani visti quest’anno al Festival di Venezia, capace di raccontare drammi e tragedie con un’ironia di fondo piena di quei colori e di quella vitalità che forse solo il Sud Italia, e in particolare la Sicilia, ci può raccontare.

La storia di “uno che, per un graffio alla macchina, ammazzò suo padre”, come recita l’incipit della pellicola. È la storia della famiglia Ciraulo, padre, madre, figlio grande, bambina piccola e nonni, tutti nella stessa casa alla periferia di Palermo. Nicola, il capofamiglia, è l’unico che lavora e sostiene la famiglia. Un giorno, di ritorno dal mare, la piccola Serenella resta uccisa per sbaglio durante un regolamento di conti tra bande rivali. Incombe la disperazione, ma anche la speranza di una svolta economica: lo Stato infatti riconosce un risarcimento per le vittime della mafia. I soldi tardano ad arrivare, mentre la famiglia si indebita sempre di più, finendo anche nelle mani di un usuraio. Quando finalmente arriva il denaro, pagati tutti i debiti, l’importo iniziale si è notevolmente ridotto, costringendo i Ciraulo a pensare al modo di investirli.

Una storia così folle, drammatica, ironica, si può raccontare solo in Italia. È in film come questo, in cui il nostro Paese viene raccontato con gli ingredienti di cui sopra, che il cinema italiano riesce a trovare vitalità, originalità, carattere. Quelle stesse peculiarità che, per restare in un tema caldo dei giorni scorsi, mancano alla “Bella addormentata” di Bellocchio, che al contrario è atrocemente italiano, se mi si concede il termine. Un film che accenna all’Italia senza scadere in patetismi, seppur accarezzandone i cliché, ma voltandoli a proprio favore (come le scene dall’usuraio, con il tormentone del prestito le cui condizioni vengono sempre negate allo spettatore a causa di un treno di passaggio). Quello di Ciprì è un cinema matto, che è serio senza però prendersi troppo sul serio. Citando il regista stesso: «Viva la follia, viva il cinema».

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