Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 3

Sabato 15 Ottobre.
Giornata intensa oggi al Festival. Prima sveglia alle 7 per me, una cosa che succede solo a ottobre per quanto mi riguarda, andando a stravolgere totalmente il mio personalissimo fuso orario. E così con cinque ore di sonno mi avvio con la mia 600 blu per il meraviglioso Lungotevere del sabato mattina: il sole bacia Castel Sant’Angelo, i pochi turisti del primo mattino ammirano l’Ara Pacis e l’Auditorium sembra davvero dietro l’angolo. Prima proiezione della giornata è “Sole, cuore, amore” di Daniele Vicari, la storia di una donna costretta ogni giorno a raggiungere l’altro capo di Roma per lavorare come barista e mantenere il marito e i quattro (4!) figli. L’odissea della precarietà, l’avventura suburbana di chi cerca di sorridere nonostante la guerra quotidiana con l’inferno cittadino: autobus, metropolitane, l’arduo ricatto del lavoro senza soste. Sembra un film di Ken Loach, e questo è il miglior complimento che si possa fare a Vicari. D’altro canto, senza entrare nei dettagli, il finale è sembrato un po’ troppo esagerato, volutamente esagerato, cosa che lo ha reso leggermente meno attinente alla credibilità che fino a quel momento la faceva da padrona. Ciononostante il film resta comunque validissimo, prezioso, emozionante e, cosa fondamentale, anche divertente. Riesce ad aprire tante sottotrame e le chiude tutte con grande bravura di scrittura. Isabella Ragonese poi è praticamente la sosia di una mia cara amica e in questo film ancor di più del solito, una cosa che mi ha spiazzato per tutto il tempo.

Neanche il tempo di gustarsi i titoli di coda che subito ero di corsa giù dalle scale della Sala Sinopoli per lanciarmi su quelle della Sala Petrassi: alle 11 toccava a “The birth of a nation”, di Nate Parker. Quando alle 9 si vede un bel film è molto dura per quello delle 11 reggere il confronto, ma non solo per questo il film di cui si è detto un gran bene al Sundance (ha vinto il premio del pubblico e quello della giuria) mi ha davvero deluso. Sembra una sorta di “12 anni schiavo” che a un certo punto si trasforma in “Braveheart”, ma non ha né lo stile visivo del primo né il carisma e la potenza del secondo. Ho avuto la tentazione di lasciare la sala a metà film, ma sapevo che stava per arrivare una seconda parte più interessante (cosa che di fatto non è successa), e così sono rimasto. Dovete sapere che una mia regola d’oro e di non guardare mai l’ora durante la proiezione di un film. Non so perché, ma non voglio sapere quanto manca alla fine o quanto tempo è passato. Bene, stavolta purtroppo ho violato questa regola, e quando pensavo che fosse già passata un’ora e mezza in realtà era passata soltanto un’ora. Non vuol dire molto lo so, e dalla sua ha la grande attenuante di essere un film visto di mattina subito dopo un altro, con poche ore di sonno sulle spalle. Però mi è sembrato uguale a mille film sulla schiavitù, ad un certo momento non ne potevo più di indovinare cosa sarebbe successo nella scena successiva. Insomma, nonostante pareri contrastanti, a me non è piaciuto (non so se si era capito).

In mattinata c’è stata anche la proiezione di “Sing Street”, che recupereremo domani, mentre nel pomeriggio l’attenzione è stata monopolizzata da Napoli-Roma, aiutata anche da un’assenza quasi totale di proiezioni alle ore 15. Insomma, è stato come se avessero inserito la partita della Roma nel programma del Festival, anche se invece di proiettarla in sala è stata proposta da un volenteroso giornalista in una sala stampa gremita, dove in molti sono passati anche solo per un minuto per aggiornarsi sul risultato della partita. Ok, non dovrei parlare di calcio in un diario che parla della giornata del Festival, ma che diamine, domani è il mio compleanno, concedetemi questo piccolo piacere. Eh sì, domani sono 35 anni per chi vi scrive da 11 edizioni consecutive del Festival sempre su queste pagine, sarà una giornata speciale (tre film). La sveglia, implacabile, è sempre alle 7. Auguri.

solecuoreamore

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Capitolo 171

Aprile. Mettete da parte la Pasqua, le uova, la cioccolata: c’è tanta bella roba da vedere al cinema, o in televisione, o in dvd. Fate voi, ma oltre a godervi lo splendore di questa primavera, tenetevi sempre un paio di ore buone per un bel film, ne vale sempre la pena. In questo capitolo tanta carne al fuoco, tanto ottimo cinema italiano (che gioia), tanto cinema insomma, che bene o male non ci facciamo mai mancare.

A simple life (2011): L’attrice ha vinto la coppa Volpi a Venezia, e i commenti a proposito del film parlano di un gioiello imperdibile. È un film molto bello, senza dubbio, ma ad un certo punto non vedevo l’ora che finisse. Molto tenero, molto semplice (come da titolo), però manca una vera e propria evoluzione, e soprattutto manca un personaggio negativo. Bello, e attori meravigliosi, ma ora come ora una vecchia signora asiatica in un centro per anziani non mi emoziona più di tanto.

Il treno per il Darjeeling (2007): Ritrovato in tv nonostante lo avessi in dvd, uno di quei film che non ci si stanca mai di vedere. Divertente, pazzo, malinconico, amabile: semplicemente Wes Anderson. Viaggio in India per tre fratelli assurdi, con i quali viaggiamo tra i serpenti e le divinità indiane, con Natalie Portman che ci aspetta in un hotel a Parigi. In più, tanta bella musica. Meraviglioso.

Young adult (2011): Il tipico film americano che detesto. Si salva il finale, ma per il resto l’ho detestato per tutto il tempo, e dopo il bellissimo “Juno” si tratta un passo indietro totale per Reitman e Diablo Cody. In questo film c’è tutto ciò che non mi piace degli Stati Uniti, e neanche Charlize Theron è riuscita a smuovermi dalla mia assoluta indifferenza.

Diaz (2012): Il film dell’anno, per il momento. Il film europeo più bello e necessario degli ultimi 5-10 anni, a mio modesto parere. Forse ho dei problemi di memoria, ma non ricordo un film tanto forte, tanto bello, tanto vero, che mi abbia fatto uscire dal cinema con così tanta indignazione, e così tanta voglia di abbracciare il regista. Uscirà in sala il prossimo venerdì, e io spero sinceramente che lo andiate a vedere tutti, vi farà male, vi colpirà come una manganellata, ma è necessario. Che altro devo aggiungere?

Romanzo di una strage (2012): Altro film che mi è piaciuto molto, a riprova che il cinema italiano può ancora regalarci tante belle soddisfazioni. Interpretazione meravigliosa di Mastandrea e Favino, ma soprattutto molto interessante l’idea di raccontare Piazza Fontana attraverso la lealtà e i punti di vista di questi due “rivali”. Un po’ come Pacino e De Niro in “Heat”, il commissario e l’anarchico si incontrano, si parlano, si rispettano, mentre intorno a loro c’è uno Stato che è pronto a schiacciarli, troppo leali per un Paese pieno di sotterfugi. Molto bello.

Sciarada (1963): Perla del digitale terrestre. Un bellissimo thriller con Cary Grant e Audrey Hepburn: c’è Parigi, c’è di mezzo la CIA, ci sono tre cattivi ma non troppo, c’è tanta ironia e leggerezza, nonostante morti e intrighi. Uno di quei film di una volta, con attori meravigliosi e sceneggiature brillanti. E quei colori poi, non ne fanno più.

pubblicato su Livecity

Recensione “Diaz” (2012)

“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Su questa dichiarazione di Amnesty International Daniele Vicari realizza uno dei film europei più belli e necessari degli ultimi anni, elettrico e intenso, forte come una manganellata, atroce nella sua cruda realtà. Vincitore del premio del pubblico all’ultima Berlinale, “Diaz” ci riporta dopo quasi undici anni nel clima irreale della Genova del maledetto G8 del 2001, dove Carlo Giuliani perse la vita e dove un’orda di agenti di polizia fece irruzione in una scuola-dormitorio (la Diaz del titolo), massacrando a colpi di tonfa e manganello chiunque capitasse a tiro: studenti, giornalisti, fotografi, gente di passaggio.

Dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, un giovane fotoreporter decide di recarsi a Genova per vedere con i propri occhi ciò che sta accadendo. Alma è una ragazza tedesca che, dopo aver assistito di persona alle violenze degli scontri, decide di occuparsi della ricerca dei dispersi insieme a Marco, uno degli organizzatori del Genoa Social Forum. E ancora, un giovane manager di passaggio a Genova per assistere ad un convegno, un militante della CGIL, i black bloc Etienne e Cecile, un vicequestore romano che non vede l’ora di andarsene dall’inferno genovese e molti altri: tutti questi personaggi incrociano le loro vite nella sanguinosa notte del 21 luglio 2001. La storia di una violenza ingiusta e insopportabile, che per alcune vittime prosegue nella caserma-carcere di Bolzaneto, dove il loro incubo continua sottoforma di torture e umiliazioni.

La “democratica” Italia del 2001 è il teatro degli orrori: il film di Vicari non appare fazioso, mostra tutte le facce di una medaglia insanguinata, mantenendo a livelli altissimi il clima di suspense nei confronti di uno spettatore onnisciente, costretto a subire l’elettricità della splendida mezzora d’apertura. Sulla pelle si insinua una forte sensazione di disagio nell’attesa di ciò che accadrà; minuto dopo minuto si tramuta in qualcosa di ancora più potente, che commuove e fa male. Un film meraviglioso, che va visto per far sì che tutto ciò non vada sotterrato, non resti sopito nel ricordo, per far sì che tutto ciò non accada più. E allora non pulite questo sangue, lasciatelo lì, sui corridoi della Diaz. È così che il cinema ci aiuta a ricordare, e a indignarci, con un film intenso e una messa in scena emozionante. Grazie Vicari.

pubblicato su Livecity