“Blinded By The Light”: il trailer del film ispirato dalle canzoni di Springsteen

C’è un curioso rapporto tra il cinema e Bruce Springsteen. Il Boss, uno dei cantautori più amati al mondo, aveva partecipato ad un divertente cameo nel film cult “Alta Fedeltà” di Stephen Frears. Prima di allora Sean Penn, nel suo debutto alla regia, aveva basato il suo “Lupo Solitario” interamente sulla canzone “Highway Patrolman” del Boss. In seguito le sue canzoni hanno ispirato splendidi documentari (“Springsteen and I”) o ancora altri film (“Thunder Road”, meravigliosa pellicola ancora inedita in Italia, anche se qualcosa si sta muovendo).

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“Dear Basketball”, il corto di Kobe Bryant vincitore dell’Oscar

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Una delle grandi sorprese della Notte degli Oscar appena trascorsa è stata senza dubbio vedere con la statuetta in mano Kobe Bryant, leggenda dei Lakers e del basket mondiale. Il cortometraggio “Dear Basketball”, da lui scritto e interpretato, si è infatti portato a casa l’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione. Animato da Glen Keane e musicato da John Williams (!), il corto è una bellissima lettera d’amore scritta da Bryant nei confronti di uno degli sport più amati al mondo. Cinque minuti pieni di poesia, passione e amore puro. Buona visione.

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Oscar 2018: Le scene più belle dei candidati come Miglior Film

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Ho finalmente visto tutti e nove i film candidati come Miglior Film ai prossimi Academy Awards. Si tratta di nove film senza dubbio interessanti, alcuni bellissimi, altri un po’ meno, ma una cosa è certa: ognuno di essi è una conchiglia che racchiude una o più perle al suo interno. In ognuno di essi c’è (almeno) una scena che ci ha dato grandi emozioni, sensazioni che porteremo con noi fino alla cerimonia del 4 marzo, notte in cui si svolgerà la novantesima edizione degli Oscar. In seguito affronteremo l’annosa questione riguardante chi vincerà e chi spero che vinca (anche per quanto riguarda le altre categorie, stay tuned), nel frattempo andiamo a goderci una carrellata di scene selezionate e raccontate dal sottoscritto: una per ognuno dei nove film nominati come Best Picture. Ovviamente, per quanto riguarda i film che non avete ancora visto, è consigliabile saltare la lettura per evitare spoiler e rivelazioni importanti.

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Emozionare con la luce: il Direttore della Fotografia

La prima volta in cui ho sentito parlare di fotografia nel cinema ero davvero un bambino. Stavo vedendo un film, chissà quale, quando qualcuno, forse mia madre, disse: “La fotografia è davvero splendida”. Io, invece di chiedere lumi (scusate il gioco di parole), cominciai a fantasticare su come fosse possibile collegare la fotografia, che consideravo un’immagine statica, ad un film, che è immagine in movimento: ne dedussi che la Fotografia, nel cinema, fossero le inquadrature fisse, quelle che “sembravano essere una fotografia”, anche se al suo interno c’erano personaggi e oggetti che si muovevano. A parte questa storia dell’inquadratura fissa, che spero dimentichiate in fretta, non c’ero andato poi così lontano. Penso sia inutile spiegarvi cosa sia davvero la Fotografia nel cinema (non devo farlo, giusto?), quindi passerò direttamente a raccontarvi qualcosa in più a proposito della figura professionale che c’è dietro a questa arte: il Direttore della Fotografia (o DoP, come dicono quelli bravi).

Secondo la Treccani, “si definisce direttore della fotografia chi assicura una coerenza figurativa all’immagine lungo l’intero arco del film, secondo le necessità del racconto, attraverso la disposizione sul set delle fonti naturali e artificiali di luce”. Pensate solo che durante le riprese di un film, il direttore della fotografia è responsabile di moltissimi altri reparti, dagli elettricisti ai macchinisti, fino all’operatore di macchina, ovvero colui che effettua le riprese. In poche parole, il DoP è garante dell’immagine del film: si deve coordinare con lo scenografo per quanto riguarda la disposizione delle luci artificiali, con il reparto costumi per essere in sintonia con la scelta cromatica del film.

Questa figura professionale nasce negli Anni 20, quando il cinema cominciava lentamente a richiedere sul set professionisti specializzati, togliendo di fatto dalle mani del regista il compito di occuparsi di ogni cosa. Prima di allora la fotografia nel cinema era ancora piuttosto debole, non in grado di assumersi il compito di veicolare emozioni e di essere autonoma. I primi grandi nomi della fotografia cinematografica sono legati senza dubbio all’Espressionismo Tedesco: come sarebbero stati “M” di Fritz Lang o “Nosferatu” di Murnau senza la fotografia di Fritz Arno Wagner? Non lo sapremo mai, per fortuna. Questa corrente cinematografica aveva la necessità di mettere in scena la paura e l’angoscia, motivo per cui gli operatori furono costretti in qualche modo a dover maneggiare le ombre e il buio, una novità enorme per il cinema di quei tempi. Negli Stati Uniti però, prima del cinema tedesco, non si può mettere da parte il nome di Billy Bitzer, fondamentale per il suo regista David Wark Griffith, insieme (e per) al quale ha realizzato alcuni capisaldi del cinema come “Nascita di una nazione” o “Intolerance”.

Se negli anni 30 l’illuminazione del cinema favoriva un set tutto illuminato (di cui è figlio il Duccio di “Boris”, con la classica indicazione “Apri tutto!”), i film di genere, grazie anche a molti direttori della fotografia fuggiti dalla Germania nazista, trovarono una loro illuminazione di riferimento poi fondamentale nella nascita del cinema Noir.

L’avvento del colore ovviamente cambierà ancora di più le carte in tavola, con addirittura la nascita di un Premio Oscar apposito (ai tempi diviso in “Fotografia a colori” e “Fotografia in Bianco e Nero”). Senza scomodare la storia del cinema, possiamo affermare che con il passare degli anni il ruolo del direttore della fotografia, grazie anche a pellicole e lenti sempre più evolute (per non parlare della tecnologia digitale e della color correction in fase di post-produzione), ha rappresentato una fetta sempre più importante nella realizzazione visiva della fantasia del regista, portando spesso ad alcune collaborazioni storiche: pensate a Terrence Malick ed Emmanuel Lubezki, o a Ingmar Bergman e Sven Nykvist, per fare un paio di esempi, oppure a Paolo Sorrentino e Luca Bigazzi, se vogliamo restare nei confini nazionali.

Il regista può essere paragonato ad un direttore d’orchestra: la sua idea, la sua visione, è quella che tutti gli altri professionisti dovranno impegnarsi a realizzare. Ma a creare le suggestioni visive nello spettatore, a sapere quale emozione conferire ad una scena, è proprio il direttore della fotografia: dalla scelta delle luci, dalla posizione delle stesse, dalla temperatura e da molti altri fattori un ambiente, o un personaggio, possono sembrare rassicuranti o inquietanti, romantici o drammatici, cupi, claustrofobici o intimisti. Insomma, tanto per usare un’altra metafora, se il mostro di Frankenstein fosse un film, il regista sarebbe lo scienziato che si occupa di dargli vita, mentre il direttore della fotografia sarebbe colui che dovrà modellare la sua anima, il suo carattere, la sua natura (ovviamente in base alle indicazioni del regista).

Dopo tutto questo polpettone mi sembra il caso di darvi finalmente qualche altro nome. Per quanto riguarda gli Oscar, i più premiati in questa categoria, con 4 statuette ciascuno, sono stati Joseph Ruttenberg (“Il grande Valzer”, “La signora Miniver”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Gigi”) e Leon Shamroy (“Il cigno nero”, “Wilson”, “Femmina folle”, “Cleopatra”). Ad avere più nomination invece, 18 insieme a Shamroy, è stato Charles Lang (Oscar per “Addio alle armi” e DoP, tra gli altri, di “Sabrina”, “A qualcuno piace caldo” e “Sciarada”). Altri nomi? Se avete amato “Quarto Potere” non potete non conoscere il nome di Gregg Toland, una sorta di leggenda per quanto riguarda questa figura professionale. Tra quelli contemporanei bisogna citare il dio Lubezki (“The Tree of Life”, “I figli degli uomini”, “Gravity”, “Birdman”, “Revenant”), Roger Deakins (storico collaboratore dei fratelli Coen, al quale abbiamo dedicato questo articolo), Janusz Kaminski (“Schindler’s List”, “Salvate il soldato Ryan”, “Minority Report”), Robert Yeoman (“Il treno per il Darjeeling”, “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel”) oppure Bruno Delbonnel (“Il favoloso mondo di Amelie”, “A proposito di Davis”, “Faust”). Ovviamente sto tralasciando qualche nome importante. E tra gli italiani? Impossibile non nominare il tre volte vincitore del Premio Oscar Vittorio Storaro (“Apocalypse Now”, “Reds”, “L’ultimo imperatore”) o il maestro Peppino Rotunno (“Rocco e i suoi fratelli”, “Amarcord”, “Il Gattopardo”). Tra gli altri vanno ricordati il già citato Luca Bigazzi (“La grande bellezza”), Tonino Delli Colli (“Il buono il brutto il cattivo”, “C’era una volta in America”), Pasqualino De Santis (Oscar per “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli) e Dante Spinotti (“Nemico Pubblico”, “L.A. Confidential”).

Vi propongo un gioco: riguardate un film che amate molto e concentratevi sull’uso della luce. Andate poi a cercare il nome del direttore della fotografia e date un’occhiata alla sua filmografia: scommettiamo che in quella lista troverete molti altri film che amate?

Vi lascio con un bel video che raccoglie tutti gli Oscar per la Fotografia dal 1927 al 2016. Se vi interessa l’argomento restate da queste parti, perché nelle prossime settimane vi farò conoscere, uno alla volta, tutti i più grandi direttori della fotografia della storia del cinema. Poi non andate a dire che non vi voglio bene.

 

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Emmanuel Lubezki (Revenant, Birdman, The Tree of Life e I figli degli uomini)

“It” sta tornando: ecco trailer e locandina

Pennywise, il clown che ha infestato i nostri incubi quasi trent’anni fa, sta tornando. Il mostro creato dalla penna di Stephen King, dopo il film tv del 1990, arriva finalmente sul grande schermo (in due parti) e sembra essere davvero spaventoso. Ieri è uscito il poster del film, oggi invece è il giorno del primo trailer ufficiale. Fino al 21 settembre, data dell’uscita italiana, dovremo fare tutti più attenzione ai palloncini rossi…

 

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Ecco perchè il teaser di “Star Wars episodio VII – Il risveglio della Forza” ci è piaciuto tanto

C’è voluto qualche giorno per assorbirlo completamente. Così come voi, abbiamo dovuto vedere e rivedere a ripetizione il teaser del nuovo episodio di “Star Wars”, non ci abbiamo dormito dalla voglia di vederlo ancora, e adesso che l’entusiasmo si è leggermente raffreddato, possiamo parlare con più calma di ciò che abbiamo effettivamente visto e soprattutto capire perché ci è piaciuto così tanto. Ovviamente si tratta soltanto di un teaser, che mostra sicuramente qualcosa e al tempo stesso quasi niente: J.J. Abrams sa come accattivarsi le simpatie del pubblico, e questo teaser ne è la conferma. Sono bastati ottanta secondi per fomentare gli appassionati di tutto il mondo, senza neanche mostrare i protagonisti della trilogia originale, ovvero Mark Hamill, Carrie Fisher e Harrison Ford. Come è stato possibile?

Il teaser si apre con una lunga dissolvenza dal nero, quindi vediamo qualcosa che ci è decisamente familiare: il deserto di Tatooine, lo stesso dove finiscono i droidi nel primo film di “Guerre Stellari”, lo stesso dove sono cresciuti Anakin e Luke Skywalker. La voce fuori campo ci annuncia che “c’è stato un risveglio”, e ci domanda se l’abbiamo percepito. Quindi ecco qualcosa che ci sorprende: l’attore John Boyega, spaventatissimo, indossa l’uniforme dei soldati imperiali, che però sappiamo essere tutti cloni del cacciatore di taglie Jango Fett. Quindi possiamo dedurre che il personaggio si sia travestito da soldato imperiale, come fecero Han Solo e Luke nel primo film (ovvero nell’episodio IV). Ecco allora un nuovo, simpaticissimo, droide che “corre” all’impazzata, sembra fuggire da qualcosa e la musica in sottofondo ci suggerisce un pericolo. Infatti subito dopo vediamo i soldati imperiali armarsi con le loro pistole e il portello di un’astronave che si apre, pronto a farli scendere in battaglia. Quindi l’impero non è ancora caduto del tutto? Ma chi lo guida, se sia l’imperatore che Darth Fener sono morti? Torniamo per un momento su Tatooine, c’è un altro nuovo personaggio, vestito proprio come gli abitanti del pianeta desertico, interpretato da Daisy Ridley: anche lei come il droide sembra stia fuggendo da qualcosa, e lo fa a bordo di un rozzo e rumoroso mezzo di trasporto, che sembra in linea con la poetica inventata da Lucas di voler raccontare una fantascienza dove la tecnologia è rovinata, usata, talvolta malfunzionante. Altro stacco e altro personaggio: Oscar Isaac è a bordo di un caccia X-Wing, volto preoccupato, in volo su una sorta di lago tra le montagne. Sembra dunque che ci sarà da combattere, ma stavolta non nello spazio, come ci eravamo abituati nei film precedenti (anzi, lo spazio in questo teaser non si vede mai, a parte come sfondo per il titolo, alla fine). Bene, in pochi secondi abbiamo fatto la conoscenza dei buoni, adesso però bisogna vedere contro chi stanno combattendo: un bosco innevato, un individuo incappucciato cammina di spalle e mentre la voce off afferma che stiamo osservando “il lato oscuro”, il sith attiva la sua spada laser dalla lama rossa, che ci regala subito una grande novità: in un secondo tempo si attivano anche altri due piccole lame laterali, un po’ come alcune antiche spade medievali. Schermo nero, la voce ci presenta infine “la luce”: la musica di John Williams sparata a tutto volume accompagna il volo del Millennium Falcon, l’indimenticabile astronave pilotata da Han Solo (sì, proprio lei, quella che ha fatto la rotta di Kessel in meno di 12 parsec!). Siamo tornati nel pianeta desertico di cui sopra (che pensiamo sia Tatooine, ma ovviamente non è un dato certo), e il Falcon sembra essere inseguito da due caccia imperiali. Quindi titolone, la musica raggiunge l’apice, e l’attesa può cominciare.