Oscar 2019 – La Diretta

Tutto pronto, o quasi, per la Novantunesima edizione della Notte degli Oscar. Chi si porterà a casa la statuetta? Come da tradizione Una Vita da Cinefilo seguirà la cerimonia in diretta (che in Italia verrà trasmessa su Sky e in chiaro su La8, in tv e in streaming): su questo post aggiornamenti in tempo reale con commenti, chiacchiere, battutine cretine, fotografie e tutto ciò che dovete sapere per seguire la serata. Se preferite, potete seguire la nostra diretta live anche su Twitter.

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Verso gli Oscar 2018: Chi Vincerà?

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Meno di una settimana alla Notte degli Oscar. Siete pronti per la maratona (doppia, contando anche quella elettorale)? Chi vincerà? Chi vorremmo che vincesse? Chi mancherà? Chi siamo? Da dove veniamo? Dove Andiamo? Carbonara o Gricia? Che fine ha fatto Carmen Sandiego? Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ecco la risposta a tutte le vostre domande. La Novantesima edizione degli Academy Awards si avvicina a grandi falcate, vi state preparando? Io sono riuscito a vedere tutti i film candidati come Miglior Film e buona parte degli altri, quindi mai come quest’anno mi sento bello carico, pronto a sparare pronostici e rassegnato all’idea di fallirli miseramente…

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Oscar 2017 – La diretta

23.49 – Appena tornato a casa dopo una gran serata di calcio. Datemi il tempo di un piatto di pasta e apriamo le danze. Sarà una lunga notte di cinema, birra e taralli.

0.12 – Per chi, come me, non avesse il televisore, la diretta della notte si può seguire in streaming sul sito di La8, ovvero qui: http://tv8.it/streaming.html

0.19 – Non c’è Natalie Portman ma c’è Diletta Leotta. Accontentamose.

0.25 – Vi ricordo che potete seguire la cerimonia con me anche su Twitter. Oppure F5 a manetta su questo post.

0.34 – Io mi schiero subito: tifo La La Land e Manchester By The Sea. Se questi due film vincono tutto andrò a dormire contento.

0.48 – Altro che La La Land o Moonlight. Il grande dubbio adesso è: birra o caffè?

1.04 – Tenete Andrew Garfield lontano dal Giappone per favore.

1.13 – Dev Patel sta tutto il film con un cappuccio in testa a spizzare Google Maps. E ha preso una nomination agli Oscar. Boh.

1.21 – Fermi tutti. Ci sta Marty McFly!
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1.24 – Non ho amato Moonlight ma Mahershala Ali è grandioso.

1.39 – Arrivata Emma Stone. Daje.
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1.55 – Domanda a Casey Affleck: “Perché i film girati nella zona di Boston piacciono così tanto?”. Ah, io pensavo fosse una cosa solo mia, adoro i film girati in Massachusetts. Quindi è una cosa comune. Curioso.

2.03 – Nicole Kidman sembra l’aliena di Mars Attacks.
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Festival di Roma 2014: Che Festival è stato?

Si è conclusa dopo dieci giorni frenetici la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima dell’era Marco Muller. Quando si torna alla vita dopo un festival ci si sente un po’ come reduci di guerra: è da ieri infatti che giro per casa con il pass al collo, penso che la cucina sia la sala Petrassi e per andare al bagno faccio la rush line. Al di là di questi problemi, uscire dall’Auditorium e rivedere le stelle è sempre una buona cosa, si incontrano gli amici che ti domandano “Com’è andato il Festival?”. Che rispondere? Adesso che sono passate 48 ore dalla premiazione possiamo fermarci un attimo, chiudere gli occhi e ripensare un momento a tutto ciò che abbiamo visto in questi dieci giorni. Per fare questa analisi diamo rapidamente un’occhiata alle varie sezioni…

Gala: La categoria principale del Festival non ha deluso le attese, ha avuto picchi di bellezza molto importanti (il vincitore “Trash” di Daldry, un premio del pubblico facilmente individuabile, e due filmoni prettamente da festival come “Eden” e “Phoenix”, senza dimenticare l’ottimo “Gone Girl”) e cadute di stile imbarazzanti (“Soap Opera” e “Andiamo a quel paese”). Molto interessanti anche “Still Alice” e “A most wanted man”, a dimostrazione che la sezione Gala ha regalato ottime pellicole.

Cinema d’Oggi: La sezione sulla carta più interessante del Festival, con quelli che si possono definire proprio film da Festival, in realtà ha goduto di pochi exploit. Il nostro film preferito è stato senza dubbio il tedesco “We are young, we are strong”, almeno una spanna sopra tutti gli altri concorrenti il lizza (anche sul film che ha vinto la sezione, il cinese “12 citizens”, ennesimo remake del capolavoro di Lumet “La parola ai giurati”). Leggermente deludenti rispetto alle aspettative i tanti film latinoamericani, pur regalando qualche ottimo momento di cinema (pensiamo al peruviano “NN” o all’argentino “Lulu”).

Mondo Genere: Dalle ceneri della meravigliosa sezione Extra dei festival dell’era De Tassis nasce la sezione “Mondo Genere”, dove abbiamo visto probabilmente il film più interessante dell’intero Festival, il gringo-persiano “A girl walks home alone at night”. Molto interessanti anche il vincitore “Haider” (l’Amleto shakespeariano in versione indiana), “Nightcrawler” e il noir francese “La prochaine fois je viserai le coeur”. Assurdo e forse un po’ deludente l’atteso “Tusk” di Kevin Smith e soprattutto il pessimo “Stonehearst Asylum”, probabilmente il peggior film del Festival dal punto di vista del rapporto cast/aspettative/ambizioni/riuscita.

Prospettive Italia: La sezione italica del Festival, divista tra film di finzione e documentari, ci ha mostrato un po’ cosa hanno da dire i cineasti emergenti del nostro Paese. Tantissimi applausi e consensi per il bellissimo “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson (che già ci aveva colpito con l’ottimo “I primi della lista”), che ha vinto il premio come miglior film della sezione, per il resto più bassi che alti.

Alice nella città: La sezione indipendente del Festival, dedicata al cinema per ragazzi, si conferma una realtà bellissima. Molto buono il vincitore “The road within” di Gren Wells, ma non vanno dimenticati i buonissimi “About a girl”, “All cats are grey”, “Tokyo Fiancée” e l’ultima fatica di Jean Pierre Jeunet “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”.

In conclusione di questo Festival salviamo alcuni piccoli gioielli (anche se possiamo notare dai nostri giudizi ai film che non ce n’è uno che è andato sopra il voto 7,5), ma c’è sempre da risolvere qualcosa a proposito di programmazione (troppi i momenti di vuoto a dispetto delle tante proiezioni sovrapposte), organizzazione (possibile che un festival che si svolge all’Auditorium non sfrutti a dovere la sala Santa Cecilia?), interesse mediatico (capiamo i problemi di budget, ma troppo pochi i volti di grande richiamo arrivati a Roma) e di selezione in generale (possibile che un Festival di Cinema venga aperto da un film con Fabio De Luigi e chiuso da Ficarra e Picone???). Come ogni anno c’è sempre qualcosa che si può (e si deve!) migliorare, ad ogni modo ricorderemo questa nona edizione come un Festival di discreto livello. E che bello vedere la città di Roma che premia uno dei suoi figli adottivi, il commosso Tomas Milian. L’anno prossimo nuovo direttore e nuovo festival, il numero 10, un numero dal quale a Roma ci si aspetta sempre qualcosa di straordinario…

IMG_9005Tomas Milian si allontana dal Festival (Foto A.T. Photographer)

“La Grande Bellezza” riporta l’Oscar in Italia

Anche questa notte degli Oscar è andata. Una delle più attese per quanto riguarda gli italiani: dopo sedici anni la statuetta torna nella nostra penisola. “La Grande Bellezza” è un film che può piacere e può non piacere, ma non si può che essere felici per questo storico riconoscimento. Che bello vedere Paolo Sorrentino che, Oscar in mano, ringrazia le sue fonti d’ispirazione (sbizzarrendosi dai Talking Heads a Fellini, da Martin Scorsese a Diego Armando Maradona). Alle sue spalle, meravigliosa interpretazione di un sorridente Toni Servillo nella parte dell’Oscar. Scherzi a parte è stata una nottata piacevole, con poche sorprese, anzi, quasi nessuna, ma che ricorderemo con la stessa nostalgia che provavamo fino a ieri per l’urlo di Sophia Loren che annunciava la vittoria di Roberto Benigni nel ’98.

Il miglior film alla fine, come da pronostico, è stato “12 anni schiavo” (che si è aggiudicato anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale e per la migliore attrice non protagonista, la grande Lupita Nyong’o). A dominare la serata è stato però “Gravity”, vincitore di sette Oscar (tutti premi tecnici, ovviamente, a parte la colonna sonora e il meritato riconoscimento alla straordinaria regia di Alfonso Cuaron): ci rende particolarmente felici l’Oscar al direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki (il DoP di “The Tree of Life”, tanto per rendervi l’idea). A mani vuote, ma si sapeva, Leonardo Di Caprio: stavolta ha dovuto cedere il passo allo straordinario Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club” (per cui è stato premiato anche Jared Leto come attore non protagonista). La migliore attrice ovviamente è stata Cate Blanchett, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a “Her” di Spike Jonze (evviva!).

I momenti da ricordare non sono mancati: a parte il già citato Paolo Sorrentino, il suo inglese malandato e le sue strepitose fonti d’ispirazione, il momento più alto della serata è stato la selfie scattata da Bradley Cooper su idea della presentatrice Ellen DeGeneres, che in pochi minuti è diventato il tweet più celebre della storia di Twitter (oltre un milione di retweet!). Altri momenti meravigliosi sono stati, in ordine sparso: Bill Murray che rende omaggio a Harold Ramis; Brad Pitt che distribuisce piattini di carta per mangiare la pizza (in uno degli sketch più riusciti della serata); il rapper Pharrell che fa ballare Lupita Nyong’o, Amy Adams e anche Meryl Streep; l’abbraccio tra McConaughey e Di Caprio, dopo l’annuncio per il miglior attore. Alle 6 del mattino (italiane) tutti a letto: ci vorranno 12 anni di sonno per riprenderci…

Si chiude Arcipelago Film Festival 2013, ottimi film e aria di casa

Si è conclusa ieri sera la 21° edizione del Festival Arcipelago, rassegna internazionale dedicata al cortometraggio. Quest’anno tante le novità proposte da Arcipelago, a cominciare dalla sede, l’Ambra alla Garbatella, dove si sono visti per cinque giorni ottimi film e respirato l’aria di casa. Quattro le categorie premiate: miglior cortometraggio internazionale, miglior cortometraggio italiano, miglior web series, miglior documentario.

Magnesium (Sam De Jong): Il cortometraggio dell’olandese Sam de Jong è il miglior corto internazionale. La storia di una giovane ginnasta, Isabel, che lavora e si allena ogni giorno per raggiungere la qualificazione ai Campionati Europei. Quando scopre di essere incinta, capisce che l’unico modo per continuare a sognare il suo obiettivo è l’aborto. Regia intensa, soltanto piani strettissimi sullo sguardo e sulle emozioni della giovane e bravissima protagonista. Da applausi.

Ammore (Paolo Sassanelli): Il miglior corto italiano è di Paolo Sassanelli. Una storia di abusi, di infanzie rubate, come quella di Rosy, una bambina che fa di tutto per sembrare più grande. Una mattina la piccola decide di riprendersi la sua infanzia, un segreto inconfessabile, rimasto chiuso con lei dentro una stanza, mentre il padre/lupo continua a bussare.

Event Zero (Carlo Ledesma): La miglior web serie viene dall’Australia. Il deragliamento di un treno raccontanto da sette punti di vista differenti.

Casa (Daniela De Felice): Il miglior documentario è un gioiello. Il lavoro della adorabile Daniela De Felice è più vero della realtà: la regista attinge dai suoi ricordi personali e firma un’opera intensa, dolcissima, a tratti nostalgica e malinconica, ma senza mai scadere nel facile sentimentalismo. La storia comincia quando la madre decide di vendere la loro casa d’infanzia, quella dove sono cresciuti lei e suo fratello e dove loro padre è morto dieci anni prima. Un tuffo tra i ricordi, accompagnato dalla dolcezza delle animazioni e dal racconto di Daniela. Sincero e meraviglioso.

Inoltre ci teniamo a segnalare alcuni film che non hanno vinto, ma comunque degni di nota:

Sonntag 3 (Jochen Kuhn): Un film d’animazione semplice ma efficace. Il protagonista entra in un bar per incontrare la misteriosa donna con la quale si invia lettere da settimane, scoprendo che si tratta in realtà della cancelliera tedesca in cerca di coccole.

Les Lézards (Vincent Mariette): Simpaticissimo cortometraggio francese. Un uomo ha appuntamento in un bagno turco con una donna conosciuta in chat: insieme ad un suo amico aspettano la ragazza, nel frattempo i due fanno incontri particolari e si raccontano. Bellissima la fotografia in bianco e nero, splendida l’atmosfera. Non è un caso se il cinema francese è tra i migliori al mondo.

Rhinos (Shimmy Marcus): Una sorta di Before Sunrise (tra l’altro citato all’interno del film) in salsa irlandese. Un ragazzo di Dublino e una ragazza tedesca si incontrano per caso in un parco. Lui non parla tedesco e lei non parla inglese, ma riusciranno in qualche modo a comunicare, grazie agli animali di uno zoo, i dvd e soprattutto la musica. Malinconico e dolce, ci lascia con un sospiro. Bellissimo.

The Highest Cost (Matteo Brunetta): Il documentario dell’italiano Matteo Brunetta è incentrato su due vigili del fuoco reduci dell’11 settembre, John e Jeff. Dopo mesi di lavoro in mezzo alle macerie, hanno contratto un tumore. Ora, dopo tanti anni, si ritrovano a lottare per le loro vite e contro quel governo, il loro governo, che gli ha abbandonati al loro destino. Un’opera matura, interessante, che alterna immagini d’archivio alle agghiaccianti testimonianze dei protagonisti, e di chi quel giorno l’ha vissuto sulla sua pelle. Il materiale è così potente che sarebbe interessante approfondirlo con un un lungometraggio. Ad ogni modo il documentario di Brunetta è un lavoro completo, merita applausi e riconoscimenti.

Festival di Roma (Giorno 9): Sorpresa “Tir”, il miglior film è italiano

Ufficialmente il Festival si concluderà domani, con la proiezione di “The White Storm”di Benny Chan, ma già da stasera sarà possibili archiviare anche questa ottava edizione della rassegna romana. Già da stamattina rimbalzavano voci incontrollate all’Auditorium: chi aveva sentito che in giro per Roma c’era addirittura Christian Bale, volato nella Città Eterna dalla Spagna, dove sta terminando le riprese del nuovo film di Ridley Scott. C’è invece chi ha saputo di un ritorno di Joaquin Phoenix, che si è ubriacato in albergo. Ci sarà anche qualcuno che ha avvistato Jared Leto in autobus o Casey Affleck dal paninaro di Porta Maggiore. Chi sta a Roma vincerà come miglior attore, bisogna solo capire quale sia la voce giusta, se esiste. Attori a parte (nessuno di questi citati alla fine ha vinto), anche quest’anno la premiazione del Festival ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Certo, non come lo scorso anno, dove la premiazione dei film di Larry Clark e dell’orribile pellicola di Paolo Franchi aveva fatto gridare “vergogna!” a più di un giornalista. Quest’anno niente scandali, solo molte perplessità.

Il miglior film del Festival, secondo la Giuria presieduta da James Gray, è il documentario italiano “Tir” che, sulla scia del Leone d’Oro “Sacro Gra”, porta alla vittoria storie appartenenti alla strada. Senza dubbio è questo il premio più discutibile, non tanto per il film di Alberto Fasulo, quanto per la qualità dei suoi concorrenti: “Her” e “Dallas Buyers Club” su tutti.  La miglior regia è di Kiyoshi Kurosawa per “Seventh Code” (il cui montaggio si è aggiudicato anche il premio per il miglior contributo tecnico), e fin qui ci può stare. Andiamo avanti: Premio Speciale della Giuria al romeno “Quod Erat Demonstrandum”, che avevo pronosticato ieri e che dunque non mi delude. Migliore sceneggiatura al turco “I’m not him”, e qui un po’ di sorpresa c’è, ma la storia è talmente intrigante che alla fine si potrebbe anche accettare la scelta della giuria (voglio dire: si può discutere, ma anche accettare). Il miglior attore è Matthew McConaughey: peccato per Joaquin Phoenix, ma questo premio ci sta tutto, e lo stiamo dicendo dalla settimana scorsa, anche se avremmo senza dubbio preferito l’attore di “Her”. Il Marc’Aurelio alla migliore attrice ha lasciato un po’ tutti interdetti: Scarlett Johansson, voce di “Her”, è probabilmente la prima “voce” nella storia di un Festival a vincere un premio. Sì, è pur vero che in tutto il concorso non abbiamo assistito ad interpretazioni femminili da strapparsi i capelli (l’unica protagonista femminile è stata Sophie Turner, ma “Another me” era troppo brutto per vincere qualcosa), ma premiare la Johansson è apparso più un contentino per il meraviglioso “Her”, lasciato incredibilmente a bocca asciutta, che un riconoscimento davvero sentito nei confronti dell’attrice. Altri premi: tutto il cast di “Acrid” premiato per gli interpreti emergenti, mentre “Blue sky bones” ha ricevuto una menzione speciale (??). La migliore opera prima/seconda è “Out of the furnace” di Scott Cooper, mentre il premio del pubblico, quasi scontato, è andato al bellissimo “Dallas Buyers Club” (unico film insieme a “Seventh Code” a ricevere due premi).

Il mancato riconoscimento al meraviglioso “Her” di Spike Jonze ha lasciato tutti un po’ delusi, e curiosamente ha vinto nell’unica categoria in cui probabilmente non meritava di vincere (l’attrice). Essendo stata premiata la voce di Scarlett Johansson fa un po’ ridere l’idea che il film verrà doppiato per l’uscita in sala in Italia: magari è la volta buona che un film straniero possa avere una massiccia distribuzione in lingua originale (la Bim a mio parere dovrebbe pensarci e basare la distribuzione proprio su questo). Per quanto riguarda le altre categorie il miglior film di CineMaxxi è “Nepal Forever”, il miglior film di Alice nella Città è “The disciple”, il miglior documentario di Prospettive Italia è “Dal Profondo” di Valentina Pedicini. “Her” si deve accontentare del Mouse d’Oro, il premio assegnato dalla critica online (che ha premiato anche “Snowpiercer” per quel che riguarda i film fuori concorso).

Che Festival è stato? Bello, non c’è dubbio. Tanti bei film (soprattutto in concorso, dopo lo scempio dello scorso anno), tanti incontri interessanti (da Spike Jonze a Wes Anderson), molti personaggi sotto i riflettori (Scarlett Johansson, Joaquin Phoenix, Jennifer Lawrence), un’organizzazione e una programmazione più fluide rispetto al passato.
Finito il Festival, già salgono la malinconia e la nostalgia per questi dieci giorni di cinema, di film, di stanchezza ma anche di divertimento. Appuntamento per il 2014 per la nona edizione: già non vedo l’ora.

Cannes 65: vince Haneke, a Garrone il Grand Prix della Giuria

Si è chiusa la 65a edizione del Festival di Cannes dopo dieci giorni di pioggia e freddo. Qualcuno direbbe che questa edizione del festival sarà ricordata più per il maltempo che per la qualità dei film in concorso, ad ogni modo la premiazione ha messo più o meno tutti d’accordo, nonostante qualche assenza eccellente. È dunque Michael Haneke il trionfatore di Cannes, al suo quarto premio sulla Croisette (dopo “La pianista”, Grand Prix nel 2001, “Niente da nascondere”, miglior regia nel 2005, e il capolavoro “Il nastro bianco”, Palma d’oro nel 2009). Il suo “Amour”, storia d’amore tra due pensionati, ha dominato il concorso fino ad essere accolto sul palco dei vincitori da una standing ovation che non ha risparmiato i due straordinari interpreti, Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva.

Un po’ di orgoglio anche per l’Italia, con Matteo Garrone che centra il suo secondo Grand Prix consecutivo (dopo quello per “Gomorra”, nel 2008): “Reality” è una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, e sul ruolo della televisione al suo interno. La giuria presieduta da Nanni Moretti, che a Cannes è di casa, ha infine premiato la regia di Carlos Reygadas per “Post Tenebras Lux” (probabilmente il premio più discusso e immeritato), la sceneggiatura di “Beyond the hills” (firmata da Cristian Mungiu, già vincitore della Palma nel 2007 con il bellissimo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”), l’interpretazione maschile di Mads Mikkelsen per “The hunt” di Vinterberg e infine quelle femminili di Cristina Flutur e Cosmina Stratan per “Beyond the hills” (lasciando a bocca asciutta la splendida Marion Cotillard di “Rust and bone” di Audiard). Il premio della giuria è invece andato a Ken Loach, per il bel “The angels’ share”.

Tra i film che ricorderemo di questo non proprio memorabile Cannes 65 c’è senza dubbio il meraviglioso “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, e lo stravagante “Le grand soir”, diretto dagli inseparabili Benoit Delépine e Gustave de Kervern (già registi degli strepitosi “Louise-Michel” e “Mammuth”), meritato vincitore del premio speciale della giuria nella sezione Un certain regard. “Rust and bone” di Audiard è sembrato invece l’unico in grado di competere con Haneke per la conquista della Palma, mentre la grande delusione è stata rappresentata da uno dei film più attesi, “On the road” di Walter Salles, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Jack Kerouac, le cui atmosfere sono sembrate solo un lontano ricordo.

pubblicato su Livecity