Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

TV LOOKOUT

Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di “How I Met Your Mother”, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di “Friends”, che ha sempre trovato irritante “The Big Bang Theory” e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre “Happy Days”. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

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Omaggio a Paolo Villaggio

Chi è nato negli anni 70 e nei primi anni 80 oggi non può non sentirsi privato di un pezzo di infanzia: ci lascia Paolo Villaggio, portatore sano di risate e indimenticabile maschera cinematografica italiana. Alzi la mano chi non si è mai trovato, tra i banchi di scuola, a citare qualche battuta del ragioniere più amato dagli italiani: tutti abbiamo detto una volta “Com’è umano lei”, oppure ci siamo lanciati con entusiasmo al grido di “Alla bersagliera!”. Le sue gag, che riguardino un campeggio circondato da tedeschi, una gara di ciclismo, un cineforum aziendale o una partita a biliardo, sono ormai il cuore dei nostri ricordi d’infanzia, di adolescenti e ora di adulti. Perché guardare Fantozzi in vestaglia di flanella davanti alla tv per la partita dell’Italia, con una familiare di Peroni gelata, il frittatone di cipolla e l’immancabile rutto libero, ci ha fatto sentire un po’ tutti come lui, ci ha fatto sentire un po’ più italiani. Capro espiatorio decenni prima di Benjamin Malaussene, precursore indiscusso del “Mai una gioia”, Paolo Villaggio, tra una risata e l’altra, ha accompagnato gli anni più belli delle nostre vite ed è per questo che oggi sono in tanti a ricordarlo con un sorriso.

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Top 20 – I miei film della vita

Finora vi ho sempre proposto le classifiche con i miei film preferiti dell’anno, e mai nessuno che mi avesse chiesto quali fossero i miei film preferiti della vita… Certo, stilare una classifica del genere è praticamente impossibile, ma dopo un lunghissimo lavoro di taglia e cuci, di sofferenze atroci, di autoflagellazione per l’omissione di questo o quel film, ce l’ho fatta. Come sempre è doveroso premettere alcune cose: è una classifica di cuore, dove sono presenti venti film che quando vengono nominati da qualcuno è come se stessero parlando di me. Venti film per cui mi sento chiamato in causa. Venti film che mi fanno sentire a casa. Forse dovreste essere piuttosto malati di cinema per avere un rapporto del genere con delle immagini in movimento, ma in qualche modo magari riuscirete a capire ciò che intendo. Fa male dover lasciare fuori molte pellicole che amo, ma venti film dovevano essere, e venti film sono. In rigoroso ordine di preferenza…

1. I 400 colpi (Les 400 coups, François Truffaut, 1959)
Il mio film della vita? Probabilmente sì. Va’ a capire perché, sono immensamente, follemente, totalmente innamorato di questo film. Immagino Antoine Doinel come una sorta di mio alter-ego cinematografico, tra di noi c’è una sorta di affinità spirituale. Quella lunga corsa verso il mare poi mi scioglie il cuore ogni volta che la rivedo.
Ok, è il mio film della vita, senza alcun dubbio.

2. Io e Annie (Annie Hall, Woody Allen, 1977)
Il film perfetto. Divertente, drammatico, dolce, assurdo, malinconico, riempie il cuore per poi farti piangere con il sorriso sulle labbra. Ci sono battute e dialoghi che andrebbero scolpiti sui palazzi, per non perderli mai di vista. Woody Allen e Diane Keaton sono una delle coppie più belle che abbia mai visto in un film e mi trascino nella vita tutte le strambe conclusioni che questo film mi ha insegnato. E cioè che abbiamo tutti bisogno di uova.

3. Il Laureato (The Graduate, Mike Nichols, 1967)
Benjamin Braddock è il mio eroe romantico per eccellenza. Come Antoine Doinel, è una sorta di ribelle, un ragazzo alla ricerca di un posto nel mondo. L’unica certezza è il suo amore per Eleine, che lo strappa via dalla noia della vita borghese, fino ad un’impossibile e impraticabile fuga d’amore. Ma è il cinema ragazzi, e tutto può succedere, soprattutto quando in sottofondo ci sono le canzoni di Simon & Garfunkel.

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4. Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos, Juan José Campanella, 2009)
In mezzo a tutti questi cult, è un film anomalo, ve lo concedo. Per me però è stata una delle esperienze cinematografiche più incredibili della mia vita. Avete presente quando le emozioni sono talmente forti che non riuscite più a tornare alla realtà? Ho visto questo film di mattina durante una proiezione stampa e fino a metà pomeriggio non sono riuscito a spiccicare parola, avevo paura che aprendo la bocca le emozioni potessero uscire fuori e andare perse per sempre. Così non è stato, sono ancora tutte là. Amo questo film alla follia.

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5. Jules e Jim (Jules et Jim, François Truffaut, 1962)
Altro film di Truffaut, non a caso è il mio regista preferito. Jeanne Moreau è uno dei miei grandi amori cinematografici e la scena della corsa sul ponte è una delle cose più belle che abbia mai visto dentro uno schermo. Avete presente quando nei libri si fanno le orecchie per non perdere una frase che abbiamo amato? Ecco, qui andrebbero fatte le orecchie ad ogni singola linea di dialogo. Tragico e meraviglioso. Immenso.

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6. Carlito’s Way (Brian De Palma, 1993)
Non so se avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando, dopo cinque anni di prigione, osserva da un tetto Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera. Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. E stiamo parlando di un gangster movie con meravigliose sfumature noir. Impossibile non amarlo.

7. Il buono il brutto il cattivo (Sergio Leone, 1966)
Sono cresciuto con questo film, lo ricordo in televisione durante le vacanze di Natale che da bambino trascorrevo in Puglia con i miei genitori. Strano film da associare al Natale, a pensarci. Quella musica, il “triello” finale, la corsa verso l’oro (sì, credo di essere un amante delle corse cinematografiche). Il sigaro che “ti aiuterà a digerire”, il ponte da far saltare: forse si possono imparare più cose sul cinema guardando questo film che in cinque anni di università…

8. 2001 Odissea nello spazio (2001 A space odyssey, Stanley Kubrick, 1968)
Kubrick è stato per tutta la mia adolescenza e ben oltre il mio regista preferito. “2001” è il film che più mi sconvolge per la sua perfezione, ma è qui a rappresentare anche “Shining”, “Orizzonti di Gloria”, “Il Dottor Stranamore”, “Barry Lyndon”, “Full Metal Jacket”, “Arancia Meccanica”, “Eyes Wide Shut”. Insomma, Stanley Kubrick meriterebbe una classifica a parte.

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9. Guerre Stellari (Star Wars, George Lucas, 1977)
Ancora stelle, ancora lo spazio, ma tutt’altra fantascienza. Anche qui “Guerre Stellari” rappresenta tutta la vecchia trilogia, quindi in questa posizione si dovrebbe tener conto anche de “L’impero colpisce ancora” e de “Il ritorno dello Jedi”. Tra i miei dieci film della vita perché è quello che da bambino mi ha fatto innamorare del cinema.  E perché ancora oggi, in fondo in fondo, desidero sempre essere un cavaliere Jedi: ho più di trent’anni e quando si aprono le porte della metropolitana fingo di usare la Forza. Sono problemi.

10. I Goonies (The Goonies, Richard Donner, 1985)
A metà classifica, in chiusura della Top 10, il film della mia infanzia per eccellenza, qui in rappresentanza di tutte quelle pellicole anni 80 per cui ci sarebbe bisogno di un’altra classifica a parte (fa dunque le veci di “Ritorno al futuro”, “Ghostbusters”, “La storia infinita”, “Grosso guaio a Chinatown” e molti altri…). Un film che mi fa ridere e mi trasmette voglia di vivere una grande avventura, ancora oggi, a trent’anni suonati. Un pezzo della mia vita e probabilmente uno dei film che ho visto più volte nella mia esistenza.

11. Rocky (John G. Avildsen, 1976)
Altro capolavoro. Riscatto, resurrezione personale, voglia di dimostrare a se stesso prima che al mondo di non essere soltanto un “bullo di periferia”. Un piccolo miracolo cinematografico, girato con un budget basso, che dopo quarant’anni ancora emoziona il mondo. La vittoria di Rocky è in quel “ti amo” conclusivo che Adriana gli urla per la prima volta, appena salita sul ring, nella confusione e nell’euforia generale. E chi ha bisogno di altro? Da lacrime e da applausi.

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12. Braveheart (Mel Gibson, 1995)
Nel 1996 avevo 15 anni ancora da compiere e a parte i miei cult personali, non ero un grande appassionato di cinema. Un bel giorno su TelePiù (che avevo in casa esclusivamente per vedere le partite di calcio) mi metto a guardare “Braveheart”, perché non avevo di meglio da fare, probabilmente. Tre ore dopo ero in lacrime, con il cuore che stava saltando fuori dal petto, e decisi che non avrei mai più smesso di vedere film. Come vedete, ho mantenuto la promessa.

13. Febbre a 90° (Fever Pitch, David Evans, 1997)
Ricordo perfettamente quando vidi per la prima volta il trailer di questo film. Ai tempi ero un malato di calcio, soprattutto di calcio inglese (oggi mi sono dato una bella calmata, seguo solo il calcio italiano e ormai vedo “soltanto” le partite della mia squadra…): finalmente avevo trovato il film che riusciva a capirmi, che non mi faceva sentire in colpa se amavo così tanto la Roma. Colin Firth divenne per me come un padre spirituale e, dopo aver letto il libro, Nick Hornby diventò il mio miglior amico “immaginario”. In una classifica con i miei film della vita, “Febbre a 90°” non mancherà mai.

14. Gli intoccabili (The Untouchables, Brian De Palma, 1987)
È stato il mio film preferito in assoluto per un buon lustro, prima di essere scalzato da Truffaut. Ora, con il passare degli anni, prediligo un tipo di cinema differente, motivo per cui è sceso così in basso in questa Top 20. Ad ogni modo amo questo film, per cui ogni volta che mi ritrovo a guardarlo comincio a fare un tifo da stadio per Eliot Ness e i suoi amici. Cast spaventoso, una regia immensa, la colonna sonora di Morricone da brividi. La scena dell’ascensore poi, per non parlare di quella della scalinata… Che film.

intoccabili

15. Prima dell’alba (Before Sunrise, Richard Linklater, 1995)
Se c’è un piccolo sognatore dentro qualcuno di noi, quello scomodo individuo romantico che si muove sotto la nostra pelle amerà questo film fino alle lacrime.  Ci farà commuovere perché forse ci ricorderà vagamente quella notte che abbiamo vissuto anche noi in questo o quel viaggio, o forse ci commuove perché noi un’esperienza così non la vivremo mai. Ci commuove perché ci ricorda quando eravamo un po’ più giovani, ingenui e forse avventurosi, e ci commuove perché sembra così surreale e al tempo stesso vero. Perché Jesse e Celine non sembrano personaggi, ma persone. E io li amo per questo.

16. The Tree of Life (Terrence Malick, 2011)
Pietra miliare del cinema di questo nuovo millennio, quello di Malick è un film che cresce dentro di noi lentamente, negli anni, e ancora oggi avvertiamo la meraviglia che ci accarezza la pelle. Come una farfalla che si posa sulla mano, come una goccia di pioggia che si riversa nel mare, come il sorriso di chi ti vuole bene: il film di Malick non è qualcosa che si racconta, è qualcosa che si vive. E tra tutte le funzioni che si possono associare al Cinema, questa è assolutamente quella di cui sento fortemente bisogno. Vivere, amare, ridere. Meravigliarsi.

17. Sideways (Alexander Payne, 2004)
Alexander Payne, tra quelli in attività, è forse il mio regista preferito. Ogni volta che mi torna in mente questo film, ricordo soprattutto l’esperienza cinematografica più divertente della mia vita, quando tutto al cinema è perfetto, quando ridi fino a star male per scene forse meno esilaranti di quello che sono in realtà, perché poi le risate passano e il giorno dopo senti su di te tutta la malinconia dello straordinario Miles di Paul Giamatti. Perché per cinque anni il mio blog personale, il mio primo blog, ha avuto il nome di questo film. E perché ogni dannata volta che apri una bottiglia di vino, pensi a quei due amici in viaggio tra i vigneti della California. Cult.

18. Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)
Non storcete il naso. Non preferisco questo film a, non so, “Manhattan”, per esempio, ma se devo fare una classifica dei film della vita, ho molti più motivi per inserire questo piuttosto che quel capolavoro del 1979. Dovete sapere che l’anno prima che uscisse questo film per un breve periodo ho vissuto a Parigi: camminavo di sera per le strade in cerca di ispirazione, di risposte sulla mia vita; scrivevo, ero un po’ innamorato, vivevo la città sulla pelle. Poi a maggio dell’anno seguente il film esce in Francia e alcuni amici francesi mi mandano messaggi che si possono riassumere nella frase: “Woody Allen ha scritto un film su di te”. Anche quando è uscito in Italia molti amici mi scrivevano per dirmi che dopo aver visto questo film hanno pensato tanto a me. C’è una scena sulle scale di Montmartre in cui Owen Wilson parla con Marion Cotillard della bellezza di Parigi: io avevo detto le stesse parole, nello stesso luogo, un anno prima. Ora forse potete capire perché è in questa classifica.

19. Una vita difficile (Dino Risi, 1961)
Tra i miei film della vita non poteva mancare un vero film italiano. Intono ai 18 anni ho amato follemente il cinema neorealista, ma ora, a distanza di anni, il film italiano che sento ancora dentro, che sento totalmente mio, è questo capolavoro di Risi con probabilmente il miglior Alberto Sordi di sempre. La storia italiana vista con gli occhi di un uomo che non si è mai piegato, che non ha mai abbassato la testa, che la vita l’ha subita, ma che può essere fiero di se stesso. Un film che dovrebbero insegnare nelle scuole. Quella scena sul lungomare di Viareggio è uno dei fotogrammi del film della mia vita. Si ride e si piange. Stupendo.

Massari & Sordi

20. Alta Fedeltà (High Fidelity, Stephen Frears, 2000)
In una classifica sui venti film della propria vita il ventesimo posto è molto più difficile del primo. Chi far entrare all’ultimo momento? Chi lasciare fuori? Qui poteva esserci “Casablanca”, “Luci della città”, “Walk the Line”, “Il buio oltre la siepe”, addirittura “L’appartamento spagnolo”, o ancora “I love Radio Rock”, “Lo chiamavano Trinità” o “I diari della motocicletta”. Ha prevalso il cuore: “Alta Fedeltà” è il film tratto dal mio libro preferito in assoluto (che ho letto cinque volte…), e l’ho visto talmente tante volte che potrei abbassare il volume e rifare il doppiaggio. Rob Gordon è un altro mio indimenticabile alter-ego cinematografico. E poi c’è un cameo di Bruce Springsteen!

Buon Compleanno “Una Vita da Cinefilo”

Una Vita da Cinefilo in realtà nasce nel maggio 2008 sulla piattaforma Splinder, che come tutti sapete non esiste più. Dopo quasi 70000 visite e 500 articoli, il vecchio blog si è trasferito integralmente qui su WordPress, dove ha cominciato la sua seconda vita il 1° dicembre 2011. Tra due giorni quindi festeggiamo il terzo compleanno di questa nuova versione del blog, che lo scorso anno proprio in questo giorno ha inaugurato il suo magazine mensile. Ci perdonerete il post autocelebrativo, ma siamo orgogliosi di aver raggiunto questo traguardo, di essere ancora qui non solo dopo i tre anni e mezzo su Splinder, ma soprattutto dopo questi primi tre anni su WordPress. Un compleanno da festeggiare come si deve, ecco quindi la speciale Top20 con gli articoli più letti su questo blog, una sorta di Best Of scelto da voi utenti grazie alle vostre numerose visite. Grazie!

I 20 articoli più letti di sempre
1) Top 20 – I migliori film degli anni 2000
2) Top 20 – I migliori film del 2011
3) Top 20 – I migliori film del 2013
4) Recensione “Prima dell’alba” (“Before sunrise”, 1995)
5) Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)
6) Breve guida alla Street Photography: cos’è, come si fa
7) Comincia la corsa agli Oscar 2014: previsioni e voci di corridoio
8) Recensione “La Grande Bellezza” (2013)
9) Viaggio nel cinema argentino
10) Recensione “In Trance” (“Trance”, 2013)
11) Arriva MUBI, il portale del cinema d’autore
12) Recensione “Cloud Atlas” (2012)
13) Top 20 – I migliori film del 2012
14) Recensione “Piccole bugie tra amici” (“Les petits mouchoirs”, 2010)
15) Recensione “Holy Motors” (2012)
16) Recensione “Old Boy” (2013)
17) Recensione “Lei” (“Her”, 2013)
18) Recensione “I sogni segreti di Walter Mitty” (“The secret life of Walter Mitty”, 2013)
19) “Lost” è finito: ecco la spiegazione finale
20) Recensione “Mood Indigo – La schiuma dei giorni” (“L’écume des jours”, 2013)

Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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Recensione “Alla ricerca di Vivian Maier” (“Finding Vivian Maier”, 2013)

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Presentato al Festival di Toronto e alla Berlinale, il documentario su Vivian Maier si rivela un’indagine straordinaria sulla vita della più misteriosa fotografa del 900, bambinaia austera, artista segreta il cui tesoro è stato scoperto casualmente soltanto pochi giorni dopo la sua morte. Morta in povertà, adesso è una delle fotografe di strada più amate ed importanti del secolo scorso, con mostre a New York e Los Angeles, libri fotografici e un archivio composto da decine di migliaia di immagini. Dietro la sua figura di babysitter si nasconde un mistero affascinante: perché questa donna ha sempre nascosto al mondo il suo talento e la sua opera?

Aprile 2009. Una persona come tante, tale Vivian Maier, muore senza eredi. I suoi bauli pieni di vecchi negativi e le sue cianfrusaglie vengono messe all’asta. Proprio in quel periodo John Maloof sta scrivendo un libro sul suo quartiere di Chicago, chiedendosi dove avrebbe potuto trovare le fotografie giuste per illustrare il suo volume. Decide così di fare un giro alla casa d’aste proprio di fronte alla sua abitazione: qui acquista una scatola piena di negativi, trovando in realtà un tesoro nascosto. Maloof in breve tempo acquista tutti i negativi di Vivian Maier ritrovandosi tra le mani una collezione unica nel suo genere. Chi era questa donna? Se era una fotografa così straordinaria perché su Google non c’è una sola riga su di lei, se non il suo necrologio? Maloof apre un blog, comincia a scannerizzare i negativi e a postare l’opera di Vivian Maier su internet: si apre un mondo. Capisce che è su questo mistero che deve concentrare i suoi sforzi e il documentario racconta proprio l’indagine di Maloof nel passato di questa donna misteriosa. Aiutato dal regista Charlie Siskel, Maloof rintraccia le persone che l’hanno conosciuta, definendo sempre meglio la personalità di questa bambinaia dotata di uno sguardo fuori dal comune.

Le fotografie di Vivian Maier restituiscono spesso un’immagine bizzarra della società americana: il suo occhio si concentrava spesso sui reietti, sui poveri, sui mendicanti, ma lasciava anche spazio ad una grande tenerezza, al sorriso dei bambini (spesso proprio i bambini dei quali si occupava per lavoro), all’ironia della vita quotidiana. Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna molto riservata, sempre accompagnata dalla macchina fotografica, ossessionata dai ritagli di giornali. Una spia del quotidiano travestita da tata, una Mary Poppins dell’arte fotografica, ancor più misteriosa ed eccentrica, tutta d’un pezzo, dotata però di un talento assolutamente straordinario. Il film di Maloof e Siskel rivela un lato piuttosto oscuro della donna, un passato reso ancor più misterioso dalla sua abitudine di fornire sempre nomi differenti a chi incontrava, dalla totale assenza di rapporti con i parenti, dal suo astio nei confronti del genere maschile. Uno dei lati di una medaglia che comprende una collezione di opere che ormai sono divenute parte integrante della storia della fotografia.

Per saperne di più sulla Street Photography leggi qui

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Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

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Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

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Da leggere anche: La vita di Adele vince Cannes ma guarda ben oltre la critica

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Fuori dalla caverna

Ho il piacere di presentarvi la raccolta dei miei appunti di viaggio, rivisti, ampliati, riordinati e corretti, in un libro edito da Youcanprint, dal titolo “Fuori dalla caverna”: una raccolta in cui gli aneddoti e le osservazioni spaziano da Roma a Parigi, fino al Sudamerica, passando per Bruxelles, Amsterdam, Dublino, Berlino, New York e molte altre città. Un viaggio tra pagine di ricordi e sorrisi, sguardi malinconici al passato, risposte e speranze per il futuro. Una storia che tocca temi comuni a tutti i ragazzi della nostra generazione: è l’avventura di un trentenne alle prese con la vita, l’amore, la società in cui vive, il tempo che passa. Il tutto costellato da costanti riferimenti alle sue passioni: il cinema, la musica, la letteratura, la fotografia. “Fuori dalla caverna” è un vero e proprio viaggio su carta: un viaggio romantico e appassionato, dove Roma è una moglie, Parigi un’amante, il mondo una casa; anche perché “viaggiare non significa allontanarsi da casa, ma trovarne continuamente di nuove”. Ed è così che da un primo, piccolo viaggio da solo gli orizzonti del protagonista, ancora piuttosto ingenuo e inesperto, si aprono a tal punto da renderlo un viaggiatore più navigato, in questa vita piena di incertezze e di instabilità, sentimentali e professionali, in cui è l’amore per le piccole meraviglie sparse qua e là intorno a noi il vero segreto della felicità.

Il libro si può ordinare in quasi tutte le librerie d’Italia (QUI l’elenco completo), oppure sui principali negozi online, tra cui La Feltrinelli, IBS, Amazon, Unilibro, Deastore (che spedisce gratis in tutto il mondo!). Se siete interessati a seguire questo ed altri progetti, oppure semplicemente vedere qualche foto, potete seguirmi sulla Pagina Facebook oppure sul Sito.

Fuori dalla caverna