Recensione “La Casa di Jack” (“The House That Jack Built”, 2018)

Il cinema di Lars Von Trier, specialmente nell’ultimo decennio, oscilla costantemente tra la genialità e la follia, in una competizione senza vincitori né vinti. Il nuovo film del regista danese, grazie al quale è stato nuovamente ammesso al Festival di Cannes dopo le infelici dichiarazioni a proposito di Hitler nel 2011, è un viaggio infernale nella mente di un serial killer: ingegnere nel cervello, architetto nel cuore, psicopatico nell’anima.

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Recensione “Nymphomaniac Vol.I” (2014)

Senza la seconda parte del film è piuttosto difficile riuscire ad esprimere un giudizio completo sull’ultimo lavoro di Lars Von Trier. Il regista danese conferma tutto ciò che di buono e di cattivo si può dire su di lui: provoca, cerca di mettere a disagio lo spettatore e di certo non lo fa mai in maniera banale. Il suo film è come un abisso, Von Trier ci trascina giù con potenza, ma ancora non ci mostra il fondo. La sua trilogia con Charlotte Gainsbourg è probabilmente la trilogia dell’assurdo: tra il controverso “Antichrist” e il capolavoro nichilista “Melancholia”, “Nymphomaniac” sembra inserirsi a metà strada. Stavolta ad annichilirsi non è né il pubblico né il destino dell’umanità, ma la sua protagonista.

Durante una fredda notte d’inverno Seligman trova una donna ferita in un vicolo dopo esser stata picchiata. L’uomo decide di invitarla a casa sua per offrirle un ricovero caldo e per capire cosa le è successo: lei si chiama Joe ed è una ninfomane. Attraverso i vari capitoli della sua esistenza, Joe racconta al benefattore la storia della sua vita, fatta di sesso, scandalo, una follia di eccessi: “non si fa una frittata senza rompere qualche uovo”.

Con il solito uso perfetto delle musiche (l’incedere dei riff dei Rammstein è decisamente coerente con la messa in scena, per non parlare di Bach e della sua polifonia, protagonista dell’ultima parte del film) e un utilizzo sempre interessante della struttura a capitoli, Von Trier mette in piedi un puzzle affascinante, di cui riusciremo ad avere una visione completa soltanto dopo il secondo volume, quando Joe ci racconterà la morale della sua storia (e gli ultimi tre capitoli del film). E se per il regista l’amore è solo lussuria con un pizzico di gelosia, l’impressione è che il meglio/peggio debba ancora venire: è Von Trier.

Recensione “La quinta stagione” (“La cinquième saison”, 2012)

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Peter Brosens e Jessica Woodworth, dopo aver indagato a livello quasi antropologico Mongolia e Perù, tornano nella loro patria, il Belgio, per chiudere questa sorta di trilogia fantastica che ha visto coinvolti tre differenti angoli della Terra. La tela sulla quale hanno girato il film, “dipinto” dalle meravigliose atmosfere fotografate da Hans Bruch Jr, richiama inevitabilmente alle opere dei pittori fiamminghi, in particolare i racconti di vita contadina ritratti da Bruegel. Al limite del grottesco, del caricaturale, i peccati e le debolezze umane dipinte dal fiammingo, talvolta condite da una crudele ironia, nel film si trasformano in tragedia greca, in cui l’innocenza (i bambini) viene castrata e ammutolita, e dove la morte del pensiero (il filosofo) rappresenta l’inizio del caos.

In una anonima e fredda campagna delle Ardenne la comunità aspetta la fine dell’inverno per festeggiare l’inizio della nuova stagione, la tanto attesa primavera. L’inverno però sembra non finire mai: le api non fanno più miele, le mucche non producono latte e tutti i raccolti sono andati persi. Mentre il paesino piomba nel baratro della povertà e della crisi, i giovani Alice e Thomas trovano un barlume di spensieratezza grazie alla compagnia dello straniero Pol, un apicoltore accompagnato da un bambino disabile. La rabbia e l’invidia della comunità sono però dietro l’angolo, e la ricerca di un capro espiatorio trova in Pol la più crudele delle risposte.

Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti, che coinvolge con la stessa freddezza umana del Von Trier di “Dogville”, che inquieta con lo stesso pessimismo di Kubrick, che probabilmente questo film lo avrebbe amato. Mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di Pol (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

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Recensione “Melancholia” (2011)

Dopo questo film non capiamo se Von Trier è un genio oppure un pazzo. Probabilmente entrambe le cose. “Melancholia” è angoscia, è disagio, è violenza psicologica, è potenza pura. Non è cinema, è qualcosa in più, o forse qualcosa di diverso. Von Trier, lasciando da parte le polemiche innescate a Cannes, dove tra l’altro la strepitosa interpretazione di Kirsten Dunst le ha garantito la Palma come migliore attrice, realizza un film totalmente oscuro, negativo, che si potrebbe definire la risposta dark a “The Tree of Life”.

Come nel meraviglioso incipit del precedente “Antichrist”, anche qui l’apertura è affidata al rallenty, dove scene apocalittiche (parto dell’immaginazione di Justine?) sembrano introdurci il tema del film, sulle note di “Tristano e Isotta“ di Richard Wagner. Quindi una limousine, una coppia di sposi, e il primo dei due capitoli del film, dedicato a Justine (Kirsten Dunst), la sposa depressa, e il fallimentare ricevimento matrimoniale organizzato da sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg). La contrapposizione tra le due sorelle risulta ancor più evidente nel capitolo successivo, dedicato alla famiglia di Claire, donna felicemente sposata con il brillante John (Kiefer Sutherland), con in più un figlioletto adorabile. Justine viene a vivere con loro per affrontare la sua depressione e il suo male di vivere, mentre intanto il pianeta Melancholia, un corpo celeste grande dieci volte la Terra, si sta avvicinando pericolosamente al nostro pianeta e, nonostante le rassicurazioni del marito di Claire, potrebbe colpire la Terra.

«La gente è malvagia, la Terra merita di essere distrutta, nessuno ne sentirà la mancanza», dice serenamente Justine a Claire, e in qualche modo è il pensiero di Von Trier che sembra perpetrare dalla voce della sua protagonista. Un film nichilista, che afferma con convinzione «siamo soli nell’universo», e che ci abbandona sui titoli di coda con brividi freddi sulla schiena, oltre ad un senso di disagio ed inadeguatezza che lascia totalmente impotenti di fronte allo schermo. Se già in “Antichrist” Von Trier aveva volutamente messo a disagio lo spettatore, provocando e disgustando, stavolta il regista danese annichilisce chi guarda, ci stringe violentemente alla gola lasciandoci inermi, senza respiro. Sconvolgente, al di sopra di ogni etichetta e definizione.

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