Recensione “L’Isola dei Cani” (“Isle of Dogs”, 2018)

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Sono bastati circa 48 secondi a farmi pensare per la prima volta “questo film è stupendo”. In effetti solo Wes Anderson potrebbe riuscire a mettere insieme un cast composto da Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Harvey Keitel, Tilda Swinton e moltissimi altri con l’intento di doppiare un film sui cani. Già, perché è proprio qui che si compie il miracolo del regista texano: confermarsi ancora una volta genio delle storie strampalate, dove i buoni sentimenti sono il motore dell’azione, dove l’infanzia è sempre un’avventura e soprattutto dove l’unione fa la forza, che sia in una famiglia dalle tute rosse, nello staff di un oceanografo, in un gruppo di boy scout oppure, come in questo caso, in una gang di cani abbandonati.

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Recensione “Grand Budapest Hotel” (2014)

Wes Anderson è uno dei pochi registi che si possono riconoscere da un’inquadratura, dalla smorfia di uno dei suoi personaggi, dai colori con i quali dipinge le sue atmosfere, dai dettagli con cui prepara ogni singola scena. Stavolta si presenta con il Gran Premio della Giuria ottenuto a Berlino e con il suo film più ambizioso e probabilmente più “dark” (nel senso di uccisioni, dita mozzate, coltellate e quant’altro). Anderson chiede collaborazione ai suoi volti fedelissimi (Bill Murray, Jason Schwartzman, Adrien Brody, Owen Wilson, Edward Norton, Tilda Swinton, Willem Dafoe) ai quali aggiunge alcune facce nuove che si integrano alla perfezione nell’assurdo scacchiere del regista (dal protagonista Ralph Fiennes ai vari Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Tom Wilkinson, Saoirse Ronan, Lea Seydoux, Jeff Goldblum, Jude Law, F. Murray Abraham). Scusate la lista di nomi, ma sono necessari a rendere l’idea della portata di questo nuovo, eccellente e, come al solito, eccentrico film di Wes Anderson (ancor più eccentrico se considerate che la dimensione dello schermo dell’intero film è quadrata!).

Nell’Europa a cavallo tra le due guerre, Gustave H, elegante concierge di un hotel prestigioso, sceglie il giovane rifugiato Zero Moustafa come collaboratore più intimo e suo protetto. La morte di un’anziana frequentatrice dell’hotel e la successiva lotta per l’eredità (che comprende un quadro rinascimentale dal valore inestimabile) coinvolgono Gustave e il suo garzone in un’avventura senza fiato tra prigioni, montagne e ovviamente il leggendario Grand Budapest Hotel.

Dopo “Moonrise Kingdom” Wes Anderson torna a raccontarci una fuga, anche se stavolta non si tratta di una fuga d’amore, ma di una fuga in nome della giustizia. Lo fa mescolando elementi presi qua e là dal grande cinema d’azione e di spionaggio, smentendo la sua tipica caratteristica di realizzare film senza antagonisti: stavolta ne abbiamo ben due, cattivissimi, ovvero Adrien Brody e il suo spietato tirapiedi Willem Dafoe. La direzione di Anderson è talmente evidente e ben orchestrata da renderlo uno dei grandi autori di questo nuovo millennio: se Wes Anderson non ci fosse probabilmente bisognerebbe inventarlo.

Festival di Roma 2013 (Giorno 6): Wes Anderson incontra il pubblico e dice “sto pensando a un film ambientato in Italia”

Wes il nome, Anderson il cognome. Sì, è lui il protagonista indiscusso della giornata e forse dell’intero Festival. Un personaggio che sembra uscir fuori da uno dei suoi film: spiritoso, curioso, colorato, il regista di “Moonrise Kingdom” è sembrato pienamente a suo agio all’incontro con Mario Sesti e con il pubblico dell’Auditorium. Accompagnato (a sorpresa) dall’attore Jason Schwatzman e dal produttore e co-sceneggiatore Roman Coppola (che lo scorso anno aveva presentato al Festival il miglior film in concorso, snobbato dalla giuria e dalla distribuzione italiana), Wes Anderson ha presentato “Castello Cavalcanti” (che potete vedere qui), un cortometraggio di otto minuti prodotto da Prada, ambientato nell’Italia degli anni 50. A tal proposito, ammaliato dall’esperienza di girare a Cinecittà, il regista si è lasciato andare ad una dichiarazione che ha scatenato gli applausi della platea: “Questo cortometraggio potrebbe essere il punto di partenza per un film ambientato nell’Italia degli Anni 50, ci sto pensando”. L’incontro è stato davvero memorabile, da inserire nella lista dei magic moments della storia del Festival romano, così come l’arrivo di Jason Schwartzman, accompagnato in auto da Franco Battiato (!): un’accoppiata vincente, degna di un film dello stesso Anderson.

Altro grande evento di oggi è stata l’anteprima de “Il paradiso degli orchi” di Nicolas Bary: a dir la verità l’evento non è stato tanto la proiezione del film (che uscirà in sala domani), quanto la presenza di Daniel Pennac all’Auditorium. Tra l’altro ho scoperto poco fa che il vero nome dello scrittore è Daniel Pennacchioni, e ciò mi ha sconvolto non poco. Il film di Bary è riuscito, funziona, e finalmente ho tirato un sospiro di sollievo: da fan della saga dei Malaussene ero terrorizzato all’idea di una trasposizione cinematografica non all’altezza. Il regista forse ha come unica colpa quella di escludere dal film il fascino di Belleville, il quartiere parigino dove si svolgono i fatti, che tra le pagine di Pennac si trasforma in un vero e proprio personaggio. Ma comprimere un romanzo cult in un film di un’ora e mezza non era certo operazione semplice: Bary ci riesce, i fan possono stare tranquilli. Ho domandato al regista se realizzerà anche gli altri libri della saga, e la sua risposta è stata vaga (ma sincera): “Non lo so ancora”. Speriamo di sì.

Altro film molto atteso quest’oggi era “Gods Behaving Badly” di Marc Turtletaub. La prima cosa a cui si pensa dopo averlo visto è stata: “Come ci sono finiti Christopher Walken e John Turturro in un film così brutto?”. Perchè di questo si tratta, un film brutto, ma brutto che dici BRRutto, con la R marcatissima. Regia impalpabile, attori svogliati, sceneggiatura scritta con i piedi. Un film che, nonostante un’idea di base piuttosto divertente (i Dei dell’Olimpo vivono nella New York di oggi in mezzo ai mortali), risulta essere semplicemente inguardabile. Che spreco.

I cinefili veri oggi si sono buttati su “Hard to be a god”, esperienza di tre ore firmata dal compianto regista russo Aleksej Jurevic German: chi ha avuto il coraggio di entrare ne è uscito estasiato, in molti hanno gridato al capolavoro. O si sono messi tutti d’accordo per convincere il pubblico a sorbirsi tre ore di film russo, oppure, molto più probabilmente, si tratta davvero di un grande film. Al regista russo è andato il Premio alla Carriera del Festival (quest’anno dunque un premio postumo). A proposito di cinefilia, domani sarà “protagonista” del Festival l’esatto contrario di questa parola: Checco Zalone, che intratterà il pubblico per un incontro-show di un’oretta. Ma non è lui che mi spaventa, il vero evento della giornata di domani sarà la doppia proiezione di “Hunger Games: Catching Fire”, con al seguito pullman carichi di ragazzine urlanti a caccia di autografi. La notizia buona è che vedremo la bella Jennifer Lawrence (premio Oscar lo scorso anno per “Il lato positivo”), la cattiva è che usciremo dall’Auditorium con i timpani distrutti dalle urla delle fan. Si salvi chi può!

Wes Anderson

Autografi per Wes Anderson

“Castello Cavalcanti”: ecco il cortometraggio di Wes Anderson

“Questo corto potrebbe essere l’idea di partenza di un film ambientato in Italia negli anni 50, ci sto pensando”. Parola di Wes Anderson, intervenuto oggi al Festival di Roma per presentare il suo cortometraggio “Castello Cavalcanti”. Prodotto da Roman Coppola e interpretato da Jason Schwartzman, il corto di Anderson è la storia di un pilota che per caso si ritrova bloccato nel paesino italiano dal quale provengono i suoi avi. Ecco qui il video, inserito sul canale youtube di Prada subito dopo la presentazione al Festival.

“The Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson: ecco locandina e trailer

Finalmente il nuovo film di Wes Anderson comincia lentamente a regalarci qualche indizio. Lunedì scorso è stato presentato il poster ufficiale del film, mentre adesso abbiamo il primo trailer. Quello che sappiamo finora è che il film è ambientato in un famoso hotel europeo a cavallo tra le due guerre mondiali: c’è un concierge e il suo fidato assistente, c’è il furto di un quadro rinascimentale dal valore incalcolabile, c’è di mezzo un’eredità che crea zizzania tra i componenti di una famiglia. E poi ci sono loro, gli attori di Wes Anderson, e leggendo il cast possiamo davvero aspettarci l’ennesimo gioiello: Edward Norton, Bill Murray, Jude Law, Ralph Fiennes, Willem Dafoe, Owen Wilson, Bill Murray, Adrien Brody, Tilda Swinton, Saoirse Ronan, Lea Seydoux, Jeff Goldblum, Frederick Murray Abraham, Jason Schwartzman, Harvey Keitel, Tom Wilkinson… Per vederlo dovremo aspettare il 2014.

the grand budapest hotel

Recensione “Moonrise Kingdom” (2012)

Wes Anderson è una di quelle persone che si han voglia di abbracciare appena finisci di vedere un loro film. Uno di quei registi che fa venir voglia di tornare bambini e allo stesso tempo ci mormora di non preoccuparci troppo dell’età. Il solito meraviglioso circo di tinte unite e buffe trovate, che almeno per una sera ci mette in pace con il mondo: una fuga d’amore, ma anche dall’indifferenza e il rigore degli adulti, talvolta troppo “adulti” per comprendere la semplicità dei sentimenti, la bellezza della libertà, l’avventura della vita.

1965. Su un’isola del New England vive la giovane Susy, incompresa dai genitori, proprio a pochi passi dal campeggio del coetaneo Sam, un piccolo orfano rimasto senza famiglia, abbandonato anche dai suoi nuovi tutori. I due si incontrano, si innamorano e decidono di scappare insieme per seguire un antico sentiero. Sulle loro tracce i genitori di Susy (Bill Murray e Frances McDormand), lo sceriffo del posto (Bruce Willis), il capo del gruppo scout di Sam (Edward Norton) e la temibile referente dei servizi sociali (Tilda Swinton): chi per un motivo, chi per un altro, vanno tutti alla ricerca dei fuggitivi, anche perché sulla zona sta per riversarsi una furiosa tempesta.

Anderson conferma il suo straordinario gusto per la semplicità delle immagini, la cura dei dettagli (come le tute dei Tenenbaum, quelle della banda di Steve Zissou o le valigie in viaggio per il Darjeeling, questa volta sono le divise degli scout l’elemento ricorrente della pellicola), oltre all’estro creativo e alla perfetta direzione dei suoi attori, grandi o piccoli che siano. A concludere il tutto, la solita finezza musicale (il film si apre con una fuga di Purcell, ed è proprio una fuga quella a cui assisteremo nella pellicola), dove è “Le temps de l’amour” di Françoise Hardy a suggellare il primo bacio tra i due meravigliosi ragazzini. Lontani echi truffautiani risuonano nella soffice ingenuità dei suoi protagonisti e di un regista che sa affidare all’ironia e alla buffa tenerezza del vivere il cuore pulsante del proprio cinema.

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Recensione “A glimpse inside the mind of Charles Swan III” (2012)

Roman Coppola, dopo l’esordio nel 2001 seguito da una lunga serie di videoclip, torna a dirigere un lungometraggio affidandosi stavolta alla buona influenza ricevuta dalle collaborazioni con il suo amico Wes Anderson (con cui ha scritto le sceneggiature de “Il treno per il Darjeeling” e del recentissimo “Moonrise Kingdom”): lo stile del suo film infatti fa inevitabilmente tornare alla mente le strampalate situazioni della cinematografia di Anderson, con i suoi antieroi e le sue dolci secchiate di malinconia. Charles Swan III, interpretato da un Charlie Sheen in stato di grazia, è un personaggio indimenticabile, ingenuamente cattivo, inevitabilmente caciarone e combinaguai (ben affiancato dalla simpatia di Jason Schwartzman e dal sarcasmo di Bill Murray).

Charles Swan III è un celebre graphic designer: quando una sera la sua ragazza lo lascia, la sua vita si trasforma in un incubo. Il suo cuore spezzato lo porta ad immaginare le situazioni più assurde, e soprattutto a cercare le cause della fine del suo rapporto con la amata e odiata Ivana. Nel suo percorso di autoanalisi, circondato dagli amici più curiosi, il cinico protagonista dovrà ritrovare se stesso e accettare il corso degli eventi.

Un meraviglioso protagonista a metà strada tra il Drugo dei Coen e il Royal Tenenbaum di Wes Anderson, situazioni immaginarie al limite dell’assurdo, una busta piena di scarpe appesa ad un albero, un tassista russo che spaccia caviale, una memorabile dichiarazione d’amore, un tucano domestico e una colonna sonora perfetta. Come non amare questo film? Ditemelo voi, perché io non ci sono riuscito. Ancora un altro Coppola per continuare ad amare il cinema: avercene di famiglie così.

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